Marco Giovenale | La gente non sa cosa si perde

a cura di Giovanna Frene
da La gente non sa cosa si perde (TIC, 2020)


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a volte vengo colto dall’ispirazione e mi trovo a
mio agio più nel tempo
mi trovo più a mio agio nel tempo che nello spazio

mi trovo più a mio più agio con il tempo che con lo
spazio perché il tempo io non lo ricordo

o non con agio
io non mi ricordo quando è successa una cosa devo
domandare a qualcuno invece lo spazio mi orienta mi
ricordo sempre mi ricorderò sempre per tutta la vita cosa
ho fatto dove l’ho fatto cosa ho detto dove l’ho detto

per cui sostanzialmente per me lo spazio è una materia
familiare a scuola mi dicevano che avevo una buona
immaginazione geometrica
questo non va bene
si vive senza incertezza ma è l’incertezza che dà il tempo
per me non ha eguali

io ho bisogno di molto spazio e lui si nasconde
anche il tempo si nasconde
ma questo non è niente di strano

non c’è nulla di strano nel fatto che il tempo si nasconda
non si faccia comprendere e si allontani
il tempo ha fatto sempre così e non fa finta di essere
qualcos’altro

mi piace lo spazio deve essere percorso ti fa fare fatica
devi camminare un sacco se non ci fosse lo spazio non
dovresti camminare un sacco lo spazio organizza gli
oggetti invece a me piace essere disorganizzato

e comunque lui in realtà non si lascia organizzare credi di
poter fare tutto invece è in grado soltanto di depistare
tu pensi di essere da una parte invece sei andato dalla
parte opposta
devi girare non ti ritrovi

uno non perde l’orientamento nel tempo perché il
tempo ha sempre quella faccia lì per noi ed è sempre
disorientante lo stesso
però noi invece lo spazio fa finta di essere un’altra cosa
che uno può dominare
plasmare
entro cui uno può camminare invece non si cammina
dentro lo spazio
il cammino sta all’esterno quindi devi capire come fare da
che parte prendere nella parte
è sempre quella sbagliata perché lo spazio è sbagliato e si
fa sbagliare
è come se uno prendesse costantemente la mira e
l’uccellino si spostasse
in costante continuazione
il perverso uccellino
non lo becchi non vinci non hai vinto
anche con il tempo hai perso hai perso da quando sei fuori
continui a perdere sempre di più
ma come ho già detto questo è nella sua natura
non fa finta di essere qualcos’altro
mano a mano che lo controlli non riesci a vederlo e non
riesci a capirlo però man mano che controlli lo spazio lui
fa finta di essersi assopito ma pare
è l’apparenza
invece è completamente nemico
preferirei che non ci fosse lo spazio anche se ho sempre
bisogno di molto spazio
anche questa cosa fa parte della sua natura
farsi desiderare
il ritrarsi anche il tempo fa così ma è nella sua natura
il tempo è un mistero lo spazio fa finta di non esserlo
è reprensibile



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Questo che sto scrivendo è un testo approssimativo,
non gli si deve chiedere di essere troppo preciso, non
sono preciso, in alcuni casi devo per forza, non si chieda
perché, sbagliare perfino le lettere, la loro successione,
scrivere sircevre, scriére, così. Sono approssimativo.

Non mi sono mai curato della precisione, se entrambe
le falde della camicia hanno un’eleganza, un’armonia, il
fatto che la camicia a scacchi non va sotto un maglione a
coste, e che marrone e blu non si devono mai e poi mai
incontrare sullo stesso corpo, una volta perfino a casa.

Così sono mediamente a metà tra il punto di mezzo e un
altro non so quale dove spostato, ma sicuramente ancora
né sull’altro lato mediano né su questo, ortogonalmente.
Una metà di discorso sta da questa parte, l’altra metà
sta nello spazio tra sé e la prima metà, sto disegnando la
matita al lavoro.

Non bisogna quindi fare molto affidamento su questo
testo, che ha un larghissimo margine di errore, talmente
largo che vi continua dietro
continua alle spalle del lettore

già lontano, re mo to


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Cerca di convincermi dicendo che è un’opera di grande
raffinatezza metrica. Che se ci si concentra sulla metrica,
sulle ricorrenze, sulla impressionante tramatura di
armonici e risonanze, si rimane affascinati e persuasi.

La metrica.

Rimango perplesso e deve capirlo dalla mia espressione,
ma non gli rispondo mentre saliamo la scala, arriviamo,
e in primo piano è l’autore, molto giovane, o comunque
abbastanza giovane, troppo per essere invitato lì,
che stasera ascolteremo.

Mettendo l’accento sul metro. Sulla metrica. Mettendo lì
l’accento, dimenticando cosa c’è scritto e che fa ridere fa
pena.

Come se mi chiedessero di andare in giro nudo ma coperto
da un raffinato tramato e complesso centrino all’uncinetto, di
venti per venti centimetri. E io a dire ma no, non mi copre,
sono nudo, datemi una mutanda. Loro a insistere: dai, non
vedi? che rigoglio, che ragnatela di intrecci. Indossalo il
centrino, tu, datti gioia, siine orgoglioso, tutti apprezzeranno.

È un centrino, dico, e l’arte dei centrini è nobile. Ma io
rischio l’arresto, voi non capite.

E loro: sei tu che non capisci.

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