Lorenzo Mandalis | Verso dove

a cura di Giovanna Frene
da Verso dove (Lietocolle, 2020)


Stansted Airport

Si arriva ad un’altra riva.
La fatica è poca. Nessuna
divinità ci è stata avversa.
O almeno così credo.
Di ciclopi, non se n’è visti.
Di cariddi, neppure l’ombra.
Una fascetta sì, l’abbiamo ricevuta al check-in,
ma non nel bel mezzo di una tempesta
e soprattutto non da uno smergo.
Insomma, il parallelo con l’Odissea non regge.
Uno poi s’immagina l’isola dei Feaci
con alte scogliere insormontabili…
qui c’è un lucido pavimento grigio
innocuo, facilmente percorribile,
interminabili tapis roulant.
Segnali divini proprio assenti,
l’unica indicazione taciuta
è che ogni cosa anonima
di questi lunghi corridoi
ti spinge all’uscita
ti dice che non puoi non essere
troppo a lungo.
Tutti abbiamo una gran fretta
d’arrivare per primi alle dogane.
Una gran fretta d’identificarci
di avere direzioni da prendere.
Nessuno dirà Nessuno, nasconderà
il proprio nome dopo le avversità
e i dolori. Eco il passaporto.
Sono io quello. Tutta la mia storia
in quella carta. Dovrei gridare il mio nome
mentre le porte si aprono
e c’è una gran nebbia
sulla riva di corvi e brina.
Già non si vede dove si va,
già è l’ora d’accendere le lanterne.
Ma tu almeno mi sarai accanto
nel giaciglio di foglie e di sale
del naufrago in cerca di tempeste.

Poesie londinesi

I

L’aereo.
Lo vedevo una volta
pieno di futuro e straniero.

Ora
la scia bianca si prolunga nel cielo,
sola e diritta nell’azzurro cielo.

Lo vedo adesso
sopra questi tetti ignoti procedersi –
da forestiero.

Ricorda la casa che avevo.
Dovrei voltarmi. Parlarvi.
Amarvi un altro poco,
dirvi che tutto questo camminarsi
cosa sia non si sa, un vero mistero.
Ma non ho scie io qui dietro, mi sbilancio
nel vuoto. Più solo di sempre,
sono io, anche nella casa, lo straniero.

II

Dove sono sceso amici? A quale fermata ho interrotto
la corsa del treno? Questi lunghi bagagli
freschi di granchi e di sole azzurri,
buttateli giù. C’è un paese
pieno di nebbie, e cervi
e una volta ho visto una volpe sparire
nei boschi d’autunno. Quante correnti
feste ormonali e danze vitali
ho incontrato, e il cielo da qui a volte
è più limpido la notte – ho imparato
a leggerlo. Ho legami
disturba; con l’alto: facilmente
mi disloco nel silenzio di Giove,
nella preda d’Orione, e credo
di guardarvi da certe piane;
dopo secoli di buio
e la terra è un punto di luce accorpato
unito,
conglomero sicuro e coagulato,
senza Brahms o distrazioni
primaverili di brividi,
un grumo soltanto costante.
Ma quando con gli occhi scendo a Sirio
– amici, non chiedetene il motivo –
torno a ricordarvi. Nessun silenzio
allora: rientra la casa lontana, un calore
di cani turchini, cicalii di pinete
fruscii di ruote, pedali battuti;
verso il mare. E ho piedi pieni di rena,
pelle salmastra: e ci sono
bellissimi cipressi che portano
ai paesi, al vino, alle tavole imbandite.
Dove sono sceso amici? A quale fermata ho interrotto
la corsa del treno? Ora solo
le sue labbra blu sanno guidarmi,
mi affido ai suoi bisbigli –
conchiglie schelate dell’alba.

Poesie veneziane

III
I tetrarchi

Ancora s’abbracciano i tetrarchi.
Così immortala; per sempre.
Ignari per sempre del futuro. Del disastro.
Ogni giorno arriva un’alba
a sbucciare il buio
e ogni giorno ricordano l’ingenuità dell’uomo
e dell’amore.
Sembrano però sostenersi.
Rincuorarsi. Dirsi
‘vedrai, tutto andrà per il meglio’.
Ed è stato giusto crederlo.
È giusto credere che non ci divori la nebbia
del tempo. Che ci siano delle immortalità.
Guardo questa piazza. Non ho loriche.
Non stringo else d’aquila.
Non ho che un piccolo fragile impero
fatto di pinete e granchi.
Tutto ancora resiste e s’abbraccia
ogni cosa s’illude ancora di tornare ai focolari,
alle fiamme che i templi bruciano
le nostre ore. Il cielo di lontano s’oscura
dietro il marmo di San Giorgio
e sarà presto l’ora di mettersi il cappuccio in testa.
D’aprire gli ombrelli.

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