Sebastian Rif | Poesie

proposta della redazione


Tremando come uno spillo nella vena,
a Fuerte Grande
una checca mi indica.
-Stai cercando Federico?
Signora, io stavo cercando del vino
la rosa della circoncisione
o una pallottola con il becco d’aquila.
– Vai al fiume, negro,
attraversa il nudo del greto
una gazzella ti porterà fino a New York-.

Ho finito oggi di leggere il tuo libro.
Peccato tu sia morto
ti avrei fatto girare la testa
o forse ti avrei solo fischiato
come fanno i ragazzini nelle loro vicende erotiche.

*

È appena passata, dietro le trecce della notte
la vertigine delle lucciole.
Ci siamo affrettati a scrivere sulle loro code
la nostra fama imbarazzante.
Siamo , non siamo, una galassia severa e compulsiva,
affetti da manie deambulatorie,
intenti a recitare nenie “immelodiche” e perverse,
persuasi da un dono che non ci appartiene.
L’élite è una formula pitagorica, lo splendente calcolo
dei suoi figli migliori;
Poggio a Caiano, 1971, la prima versione de “ I canti orfici”
viene rinvenuta abbandonata e sanguinante.
L’uomo ammala l’uomo,
così come il poeta stupra avidamente la poesia.
Nei suoi tabernacoli fulgidi e morenti
l’incarnazione del verbo
diventa parola, e null’altro.
Eppure ricordo, nel modo corretto, le lunghe sere d’estate
le mani dentro i pantaloni a tapparci la bocca,
i gemiti di un Dio misterioso e disubbidiente,
il canto delle lucciole e le loro code
dove ti invitavo a specchiarti.
L’orgasmo sotto un telo da spiaggia
made in Bangladesh,
curioso.

*

Ricordo tua madre, il modo in cui mi guardava
solo perché ti scopavo forte:
-Giuro- avrei scopato anche lei
se avesse smesso di guardarmi così,
come un negro.
La Brianza è un posto orribile di domenica mattina,
ti puoi infilare in una chiesa
o al massimo in un bar tabacchino.
A quel tempo giravo con un tubo del gas nei pantaloni
avevo quindici anni
e molte più vite di adesso.
Che stupido che ero, a mangiare risotto giallo
e pollo in gelatina,
a non sorridere mai alla tua cameriera,
a vomitare nel tuo bagno,
ad annusarmi le mani sotto al tavolo,
a dire grazie e buongiorno,
a cercare di tenere in equilibro gli occhi,
ad ascoltare alla radio quelle preghiere del cazzo.
La notte, arrivavo come un gatto silenzioso
ed eccitato
alla tua finestra
sognavo tua madre che ci spiava da dietro la porta,
sono stato gentile con te,
ti ho fatto tutto quello che mi passava nella testa,
ti ho scritto porcherie,
ho sopportato tuo padre e tua sorella,
e quando mi hai chiesto i miei appunti di poesia
ho sputato sangue sul tuo cuscino
una macchia marrone simile ad un sorriso,
tua madre aveva ragione, sono filato via dalla finestra.
Tanto ci sarà sempre un verme di editore
a stampare poesie sotto forma di morfina.

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