Mauro De Candia | Sundara

proposta della redazione
da Sundara (Ensemble, 2021)


La mia testa è una stanza larghissima

La mia testa è una stanza larghissima,
un bestiario di arazzi interiori.
Tu, vieni.
Bussando sulla porta di ogni occhio
si spalancano,
fiammanti come anemoni di mare,
pop-up di nervi cerebrali.
Così eccoci nell’angolo destro, in fondo:
la prospettiva della mia stanza si arriccia
velocemente come un gatto
sotto una lampada chiamata Bluette.
Ora proseguiamo,
nell’angolo sinistro.
Divano, palla di luce,
tenda, un quadro color seppia
che ritrae Leningrado
(quando ancora si chiamava Leningrado).
E il tuo viso che tuona,
Jennifer.
Tu che calpestavi
le luci minori di Harlem
avevi in realtà un altro nome.
Tu eri di certo la protagonista
di qualche thriller psicologico
(di certo anche un po’ noir):
qui sono rimasti i tuoi occhi
a galleggiare
nelle liquide camere dell’eternità.
Tutto sopravvive,
in questo eterno presente.
Ma a mezzanotte,
nella parte più lontana di stanza,
si fa rumore.
A mezzanotte,
gli Inesistenti
– i mai venuti al mondo,
i mai pensati –
scuotono mani di fiaccola
e con gli occhi piantati nella nebbia
fanno i gesti ampi dei mulini a vento,
scuotendo il grigio fumo
del crematorio di ciò che non è stato.
La mia stanza è un ventre di nuvola,
un frappè di vacillanti fuochi.
Se smettesse di girare vorticosamente,
lo spazio accanto a quel dipinto
di Keith Haring
mostrerebbe il Vuoto.
Ora che ho fermato con la mano
il vortichìo della stanza,
dalla mia testa larghissima
volano fuori come frecce
cartaplani e aeroclowns.
D’ora in poi, tutto il resto,
non so più descriverlo.

I cani sognano in coro

Su orizzonti circolari,
cigolando su lunghissimi ponti
decisero di trasmigrare.
Destrerius,
Plactimas,
Liperon
erano le destinazioni sbocciate come apparizioni,
luoghi gonfi di colori,
come semafori interiori
che crescono sbattendo le ali:
applausi fulminei di luce.
Canforesta,
gattropico,
cavallofter
erano i media onirici,
tassidermia del sogno in pelle animalesca.
Ma dentro,
che sterminio di immagini smembrate
c’era dentro,
racchiuso in quella glassa consapevole
che ogni cosa è commestibile per il cervello.
Così i cani volarono,
lasciando i loro corpi sonnecchianti.
Divennero aeriformi, animali aerostatici,
e dalle crepe del gatto,
e dalle crepe del cavallo,
e dalle crepe dell’uomo
entrarono a colonie interconnesse
dilavando le interiora dell’ospite,
volando in dimensioni ultraterrene.
C’è un occhio gigantesco e trasparente
che guarda i cani sorvegliare
la torrefazione di ciascuna parola
nella gola degli uomini,
li vede correre indossando
gli spiriti di ogni veste
caduta in fondo a un fiume
o lasciata macerare sotto terra.
Li guarda divertirsi
inseguendo figure
generate dallo stucco sui muri,
ombre straniere come artigli lattei,
scorpioni glaciali.
Non me
(l’ombra sfregiata, colui che vi racconta tutto),
non me,
ma il marionettista dalle buone maniere,
è lui che fa svegliare i cani,
all’alba.
Da chi sarò stato percorso
e reso ostaggio notturno?
E quale embrione della parola “meraviglia”
è rimasto tranciato come un acino d’uva dai denti,
nel seno sagittale?
Forse per salvarsi dall’invidia umana,
i cani non hanno parola.
Brucerebbero all’uomo,
gli occhi:
sterminati incendi.

Foto mai scattate

Da un nero mattatoio,
volò come la maschera
di un teatro di marionette,
una testa di cavallo.
Qualcuno l’ha portata nel casale
come macabro scherzo,
che in mezzo all’estuario di fumo
sembra il Minotauro,
una gola di brace sanguigna
a naufragare sul muschio.
Suonava una celesta,
un ragazzetto dalla chioma fulva,
col cuore gonfio e pulviforme di spine,
e una spinetta anche suonava
trangugiando i suoi tre quarti
illuminati di giorno,
da una bottiglia che era la sua fragile vita.
Le televisioni erano tutte spente,
ce n’erano forse tre:
una morente nella stanza di sopra,
le altre su una sedia.
Al buio il giardino di fuori
era senza fiori e marcatamente blu.
Cantava il cielo
incravattato di aranci,
cantavano tutti
giocando coi legami chimici dissolti
dalle tenebre accese
in una fantastica Versailles
piena di foglie smisurate,
di voci allungate,
di continenti dalle sette dimensioni.
Tutti avevano gli sguardi sognanti.
Ne han trovati morti quattro
con gli occhi spalancati ai Nuovi Mondi.
Il sopravvissuto scattò una foto
solo alla testa di cavallo
badando bene di non documentare il resto,
e scrisse sul retro:
«Qui è racchiuso tutto».
Poi distrusse la Polaroid
lasciandola deflagrare
in una cava di marmo.

Nadezhda

Bianchissima Nadezhda,
nessuno ha costruito una fiaba per te.
C’è solo miseria nella tua gerla leggera,
e se fosse abbastanza quel che c’è dentro,
se non ci fosse il gelo assassino,
se fossero dure queste tue suole,
in qualche racconto potresti finire.
Qui, in questo libro che ho tra le mani,
c’è Vasilissa e c’è Finist Belfalco,
c’è Maria Morevna e Koscej l’Immortale.
Nadezhda,
se fossi diversa da quel che sei,
si parlerebbe oggi anche di te.
Ma non è la miseria a farti paura,
non è la tristezza o la noia più nera,
tu sei solamente una tra tante:
non glabra, non rossiccia,
non deviata.
Eppure presente.
Doveva pensare a te Tolstoj,
t’avrebbe resa davvero immortale.
Cosa dici? Esenin?
Ne aveva già troppe.
Majakovskij invece (te lo assicuro)
non era il tipo per te.
Ci penso allora io alle mille Nadezhde
che non son rimaste appiccicate sui libri,
che son scivolate lontano,
senza vedere mai sbocciare
nella loro isba evaporata,
i fiordalisi.
Che si scuota il pope,
che si sciolga il cuore allo zar,
che nessuno dimentichi,
delle mille Nadezhde,
la piccola rivoluzione rosa
inserita di soppiatto
in un libro di poesie.

Un giorno avrai

Un giorno avrai
le mani profonde dei saggi
e un gorgo di silenzi scompigliati,
dentro.
E col silenzio
inventerai la talpa-sirena
e la volpe-gabbiano,
cavalcherai la falena testa di morto
superando il sempiterno macramè
della Tour Eiffel,
e guarderai la vita
come la guarda la sirfide
dalla faringe di un fiore di carne,
e ti incarnerai
in milioni di finestre e vetrine,
urbano spettatore rupestre
di un’umanità sbilenca,
che ciondola le gambe avanti e indietro
sulle strade.
E all’ombra del silenzio
te la ricorderai quella scena?
I dispersi leccavano con le pupille
l’ossigeno del diavolo
e li ritrovarono sfocati,
trafitti da impetuose spade chimiche:
gelavano in stormi plastici,
dipingendo, cadenti,
le anagrafi di rosso.
Per questi non c’è stato tempo
per un vero giorno.
E per questi è rimasto
solo un attimo disordinato,
il fischio sacrificale di un treno tagliente,
un diluvio di furgoni screziati di sangue,
feroci barricate notturne.
Un giorno
– più fiero, non migliore –
completerai la metamorfosi
dei capelli bianchi
nel guscio roseo di una casa di labbra.
Quel giorno
un coro canterà:
«È volato sul pendio magico,
ritratto con inchiostro di miele,
in vita ci ha affollato la bocca di parole.
Ci ha seminato girasoli nel cervello:
è già rinato».

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