Antonella Sica | Poesie

proposta della redazione


Dissoluzione n.1

Tagli sui confini sordi del corpo
gravità spezzata in varchi
per l’incanto sonoro del merlo
mangiatore di vermi
del tordo bottaccio, del fringuello.
Scivola il sangue nelle grondaie
pettirosso dissolto nella pioggia d’aprile
si guasta la pelle all’acqua che cade
battono il tempo le ossa lavate
liberate dal cuore al biancore dell’alba.

Dissoluzione n.2

Sola splendo d’ogni ferita il sole
che spacca i semi nella culla del sangue;
radici tenaci di gramigna corrono
sotto la pelle, si spezzano alla luce
i bulbi dei ranuncoli azzurri
nel cavo degli occhi, sbocciano
ai piedi papaveri dai morbidi steli
coi petali curvi, la gialla calendula
ricama le mani lenite e il cuore è terra
che batte alla pioggia che cade.
Non essere. Non essere più
se non qualcosa che si lascia essere
c che è

*

Anche se mi fermo in un punto scorro
scandita da un respiro militare
col petto che s’alza e s’abbassa in marcia
battendo i tacchi sulla gabbia del torace

ho un sasso poroso sulla lingua
per le parole vaganti, mendiche di un versante.
Posso solo contare, sillabare a viva voce
un numero, simulare che il seguente non esista
se non quando prende corpo nella bocca

*

Si è complici di un sintomo,
un comune dolore d’essere
periferia abbandonata, arsa
da cemento e sterpaglia.

Amore è solo un segno
posto troppo in alto
per le mani.

*

Camminando lasciamo bambini
davanti a porte chiuse in attesa
sanguinando la resa ad ogni passo.

I bambini piangono, a volte sussurrano
storie che finiscono bene, oppure
si tagliano per chiamare il tuo sangue

che è sabbia ferma nelle vene, indifferente
al tempo di fuori che piega la carne,
il sangue è in attesa che scorre
il dolore chiuso dei bambini
davanti alle porte.

*

È l’ora in cui il cielo resiste
alla notte che ha in seno
e il resto è tutto nero.
Gli alberi mani d’ossa
decorano il candore incolore
del basso orizzonte,
nelle colline non c’è dolcezza
di declivi ma mura irregolari
orlate da luci d’arancio,
presidi del ritorno.
È l’ora in cui le strade
sono tutte uguali
se non sai dove andare
e il respiro si mischia
alla nebbia che sale.

*

Abbiamo un desiderio
di domenica fuori porta
di abbondanza e vino buono
di pro fumo di stracotto e mosto,
per tutto questo respirare
mentre il confine della pelle
si consuma senza premio
nell’avanzo di percorsi abituali.

Nel caso circoscritto della casa
aspettiamo come un nuovo battito
di ciglia o d’ali, un movimento
di nuvole, un transito negli occhi.

Schegge

Estraggo parole dalla carne,
schegge di una granata implosa 
nelle viscere della mia nascita. 
Non è il peccato originale; 
è il contatto stesso del corpo con l’aria
che ha prodotto la deflagrazione 

e ogni giorno trascorso è una scheggia
conficcata nel corpo del tempo.
Mi appartiene per usucapione.


E ogni parola è custode del corpo
protratto nel tempo, fotografia 
di un volto sfocato nella foschia 
che ognuno potrebbe dire: “È la mia”

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