in copertina E. Schiele, Tod und Mädchen, olio su tela, 1915, dettaglio
I
“Il linguaggio e la morte” elabora i temi emersi da una lunga discussione, che ha avuto luogo dall’inverno del 1979 all’estate del 1980, sulle strutture e i fondamenti della cultura occidentale. Il centro dell’indagine è rappresentato dall’idea che l’uomo possa apparire nella veste – duplice e mutevole – di mortale e di parlante, di essere che ha la facoltà del linguaggio e la facoltà della morte. Tra gli interrogativi che discendono da queste premesse, da queste due facoltà date sempre per acquisite nell’uomo – connaturate, consustanziali, e tuttavia mai messe radicalmente in discussione – si indaga il nesso tra le due abilità che non può restare ancora a lungo impensato, e ci si avvicina necessariamente a un’idea ancora più radicale, cioè che l’uomo possa non essere il parlante né il mortale, senza per questo cessare di parlare e di morire. Agamben entra in medias res già con l’introduzione al saggio, riprendendo un passaggio di Heidegger dall’Essenza del linguaggio in cui si precisa la distinzione tra i mortali (che possono fare esperienza della morte come morte) e l’animale che non può farla, e che non può neanche parlare; quella relazione essenziale tra morte e linguaggio appare al filosofo tedesco “…come in un lampo, ma è ancora impensata” (Heidegger, 3, p.215): interrogare tematicamente quella relazione è la parte più rilevante di una lunga indagine sul luogo della negatività, sulla risultante del fatto che l’indagine di quel nesso tra linguaggio e morte non possa essere illuminato se non scoprendo quel luogo del negativo che fa dell’uomo un “…luogo-tenente (Platzhalter) del nulla”.
II
L’idea del nulla sembra essere incolpevole. Un qualsiasi tentativo di comprensione o di sistemazione organica di un pensiero intorno al Dasein non risolve la relazione con la morte e il suo apparire come fittizia: l’esperienza del cessare di esistere anticiperebbe una serie di possibilità, non ancora determinate o superabili. In questo, l’esperienza della Voce potrebbe dirci qualcosa in più sull’esistenza, anche tenendoci ancora lontani dall’origine e dalla sostanza di quel nulla. Non a caso, la Seconda giornata di “Il linguaggio e la morte” si apre con una poesia che Hegel giovane dedica, nel 1796, all’amico Hölderlin:
Per questo tu non vivevi sulle loro labbra.
La loro vita ti onorava. E ancora nei loro atti vivi.
Anche questa notte, sacra divinità, ti ho inteso,
spesso a me ti rivela la vita dei tuoi figli,
e come anima dei loro atti io ti presento!
Tu sei l’alto senso, la fede sincera
che, divina, quand’anche tutto crolli, non vacilla
(Hegel I, pp. 231-33)
Ciò che appare (ancora) più importante in questo testo è che chi volesse rivelare agli altri l’indicibile – posto che sia in condizione di farlo, o che intenda farlo realmente avendone le possibilità – dovrebbe parlare con una lingua di angelo o fare, in un percorso da iniziato, l’esperienza della povertà della parola.
III
Da molti anni – ancora di più negli ultimi tempi – ho trovato opere di poesia inconsapevoli o involontarie nella saggistica, soprattutto nelle pubblicazioni che riguardano la letteratura comparata e la storia del linguaggio. Mi è sembrato che alcuni tra questi lavori si avvicinassero, ancor più dei libri scritti in una forma o in un codice intenzionalmente poetici, al mistero del voler dire, a quel linguaggio che custodisce l’indicibile dicendolo, in altri termini affrontando la sua negatività, assalendola da ogni lato. Il mistero della poesia, “… la «santa legge» della dea di Eleusi, che, nell’inno giovanile, vietava all’iniziato di rivelare in parole ciò che aveva «visto, udito, sentito» nella notte, è ora assunta dal linguaggio stesso, che ha la «natura divina» di non lasciar venire la Meinung alla parola.” (Il linguaggio e la morte, PBE, pp 31) Detto in termini ancora più chiari, il linguaggio deve saper catturare il potere del silenzio e farsene interprete, ciò che può apparire come indicibile deve essere custodito nel cuore della parola, essere il cuore della parola.









Rispondi