Fosca Navarra | Inediti

Foto di Ilaria Palomba

a cura di

Ilaria Palomba

3–5 minuti

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Bordi n°12

Fosca Navarra, già affermatasi voce potentissima con la silloge d’esordio Perdutamente (Ensemble), e in procinto di pubblicare il suo primo romanzo con Minimum Fax, con queste poesie dimostra come sia possibile ancora un romanticismo attento, esatto, mai melenso. La sua lingua, nonostante la giovane età, è radiosa, matura, sentimentalmente rapita, seppur mai sentimentale. Vi è un silenzio che è un canto, lo sguardo assorto all’alterità, in lei sento Pavese e D’Annunzio, ma anche Johon Keats, in quell’essere fanciulla e descriverlo come attraverso uno specchio carrolliano, dall’altra parte dell’età, dall’altra parte della vita, dove il giudizio dell’altro, la ferita diviene scudo e arma per fronteggiare l’ottusità. In Fosca riecheggia la vita purissima, il desiderio, un’anima estrema che sa districarsi con grazia e coraggio nei meandri della parola poetica, e sa ascoltare la meraviglia, sa farcene dono. Se dopo le parole il mondo inciampa, è alla vita in sé di deleuziana memoria che inneggia ciò che il testo non dice, vi è infatti un sottotesto, un non detto, che è la vita stessa dell’autrice inscindibile dalla sua opera. Fosca Navarra, seppur nell’eleganza di una lingua alta, è cantrice d’immediatezza salvifica, perciò mi fa pensare all’estasi di Santa Teresa, alla bellezza insaziabile, alla cura per ogni forma di vita, alla cura del creato.


Rosella



Rosso color termine del giorno

e anche di lei, che prima

era di un biondo a mezzogiorno

e forse odiato

da me, troppo malinconica per essere

Rossella

come lei voleva, come lei davvero

è stata, accesa battagliera un piede

sulla vetta delle sue macerie

e “Non avrò più fame!”,

gli occhi così verdi

da saltare dai palazzi,

un pugno in aria e al polso

il piccolo orologio Miss Campania

mai accostato

al reiterato ventre

al seno in pasto ai figli

al seno perso

a Te,

che non rinnovi il rosso

e neanche più Rossella,

solo il mio bicchiere

morto e terminato

come.

Statue d’oro

mille statue eressi, e le scintille
riversavo sopra il vello stinto del tuo capo 
alterno tra la tua corona e quel diadema 
ardente che spingeva fino ad annegarti in una rara
morte di dominio
 
tutto quel che splende ti ha chiamato, eppure
con la punta del coltello che tenevi in bocca
mi indicavi sempre opere mostruose


Novembre

Forse che fuggire tra le chiome arrugginite
rade di novembre, dove ancora conta il colorito
intonso di quel petalo che all’apparenza non
conosce ruota, mi allontana 
dal continuo calpestio di quei cavalli oscuri 
dentro la mia mente. Dicono che il mio rossore inganni 
a stento stanche querce ancora attratte 
dal cancello d’oro del viale
 
e che donarmi a loro
come verde incanto o effluvio di memoria 
è quel che resta a me dell’illusione della terra. Appassirebbe
il nuovo stelo che risplende qui vicino, capitando
in questa vita buona solamente
a ricoprire i corpi.

Silenzio

Prego sempre

il dio che sbroglia i fili dell’aurora

e del mattino — alito di grigio,

sopra i marciapiedi

passano i bambini dal pensiero a fiocco.

Io rimango in strada; 

e tutto quel che posso rassettare

sta sulla mia faccia,

i due bottoni opachi, il naso-spillo,

il livido nastrino

che non piace più. Persino la maestra,

quando fuori diluviava,

ha preso un capo e l’altro e ha detto:

“Ora si ragiona!”

e un mio compagno ha detto

che in realtà ero brutta e matta con

o senza farsa, 

e io non ho parlato, neanche dopo, quando

gli angoli sono piombati

giù, non ho parlato

perché il mio silenzio era la sola casa

in cui potessi 

comandare, e poi la sola strada

fino al mio futuro e

oggi è quel futuro,

il filo che fuoriesce dall’intrico giallo

e il tratto di cammino al buio

dopo le parole,

dove inciampa il mondo e la memoria 

prova a insinuarsi. Il dio

che sbroglia i fili ascolta ogni mia lacrima

belare amaramente, e brilla

tra gli spazi vuoti

quando chiudo gli occhi 

e tocco il Male

dentro il mio silenzio.



Canzone

Canzone
nel tepore di abitacolo e di quella nenia mia
che l’altra partorì ascoltando sere adesso 
frantumate, piango internamente – roccia
che trasuda stelle – mentre accolgo l’eco 
dissepolta viva dai miei prati 
fino alle caverne 
 
dove la fanciulla che lanciava carte 
e alimentava il fuoco di cui lei era il centro
attende attende la sua antica voce come le campane
a vento
 
ed è per qualche soffio di giunture rotte
della sua canzone sulle eterne fiamme 
che nell’atto estremo di voltare il foglio
 
anche la morte scalda
e meraviglia.
 







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