II e III movimento: la scucitura e il rammendo della veste
CANTO V
Yadon ilaheyya
“i canti erano di sabbia
ed erano insabbiati”
II Movimento: la scucitura
Serie dei martiri, di Giampaolo Parrilla
Non avrai altro Dio-, di Matteo Gobbo
Geo-mitopoiesi sullo stato di contaminazione della fossa tettonica della valle del fiume Giordano
Yeghbayr: Tra Eretz, Kerem e Marǧ Ibn ʿĀmir, mi calai a Jenin tra dicchi e terra rossa e sotto Sahel Zirʿīn e Beit’han sun tirai il filo e l’engramma si forò nella rena.
Rhosani:
S’infilò,
tra argine a sintagma,
a segno
e scongiuro del grido.
Dhorani:
e sotto, il segno e Shibh Jazīr*t
non era mare dell’arpa
ma sgocciò
a brana e fibrina
nelle viscere del letto,
rifluiva nei corsi
della crosta innalzata
dalle voci, all’insù.
Yeghbayr:
Dal fondo
salivano i Mhyr el-Yabis
e lobo e scissura
erano salmo e branchia.
Si tirò via
macigno e conchiglia
sotto bozze e credi fissili
scesi a pollini e stigmi
lungo il fiume di Achavàh.
Dhorani:
E a ripa e cadmio
continuò la discesa
a Benit Hanu n e zinco
gli riempirono la bocca
ad ammoniaca
e breccia
e la frolla nel boccio d’impasti
a guscio e amnion
Rhosani:
E furono gli editti
e le consulte
e i codicilli trai poeti del ministro
a considerargli il danno
e il gramma
e l’aleph a timbro delle genesi
e a morula sbozzata nella legge.
Yeghbayr:
Se lo sputò via, tossendo,
ma gli finì nel rostro,
e s’ incatramò
il ferro il bando bruno del coro
e il registro a bavaglio cucito a filo di exclave
e Retzu’at.
Dhorani:
e più in là ancora
nel crogiolo dei detti
tra urna e incunaboli
ex-voto e salmo
simbolo
e chiave d'accesso
per drappi
scesi a offrire il lume
a vaso e emanazione
e liturgia
a signae corpora e semeia.
Rhosani:
“Io li vidi…
li scoprii.”
disse lui,
QĀNĀH.
Era la consulta sulle brocche
e gli inginocchiati a crisocolle e verderame
con la goccia sul petto e l’esametro
e il campo di mele mi sbucciò la consegna.
Il segno mi scese al midollo
come la secca
che a lungo strappò il letto
a fondo e ciminiera
e non fu più il detto
né segreto
a una voce che batte
e vuole fotografare ancora
sostanza nell’osso
ma terra smossa
e tamburo sfasciato
e congedo nelle risaie
e adunanze nel catino.
Mi tagliarono la lingua
e il valico me l’esibiva come pegno
per le tarme bruciate via
nello scrigno.
Risalì la macchia
degli inciampi
il catalogo e il parassita
tra alghe e coralli
Non più salmo, né urna
o falò nel braciere dei rabbi
ma falda e alveo
e il suo più dire più di tutto la sua gola
gonfiata nel relitto
e la salma scesa di conchiglia
e gemello ritrovato e rosario dei detti
annacquati nella pozza
a crosta e vermeti
e calcarei crinoidi colonia ostreidi
e chitoni mitili scesi a estuari delle glosse.
Sarei restato lì
alle sue sillogi morenti
nei carbonati e i litorali spacciati nelle correnti,
e l’anfotero girava il segno a sodio e potassa,
con il grido a bruciapelo e il salmo stretto,
ci dicemmo:
“Siamo
noi
murici, quecci, polpi e bolli.” .
“Si, Vedrai”, dissi
a Shalaal,
” verranno giù
e la miniera stingerà l’inchiostro alla veste”
“Anneghiamo”, dice lui,
tutti, stretti,
a sfregarci via lo stagno
e il vanadio
dalla vena con la mola sprizza
il rosa
ed è la gola, è la mia gola
e mi fora l’aculeo il conchilio
e schizza via il boccino e suona
e s’infanga la pelagia negli scogli
e mi colora, mio fratello, mi stinge la sua lingua
in mezzo ai sassi
e se la stinge anche l’altro
ed è il suo prezzo
è il nostro prezzo questa lingua
che s’incrosta tra le porpore di Tiro.”
“E’ il nostro prezzo”, mi ripete,
e io non sentivo più,
il polmone a manganese si sciacquava
a lutensi e carbonati,
e tra le perle inzuppate nei coralli
s’apriva al-Kahlil
Askalan e al-bahar
e venivano alle porte i fratelli
e s’apriva a caravella la marea
e trambusto veniva da risciacquo delle messi, gracchiavano,
dicevano, “che cosa dicevano?”
Morivo, si, nell’oceano e trai coralli, mi stavano schiacciati sul collo e mi sbollivano la crepa dalla fonte la perla bruiva e il cunicolo mi s’apriva nella tasca a chiodi e spine
Ma li sentivo, adesso...
dicevano qualcosa, i Mhyr, sbucciati nelle fosse
salivano a sbollirmi sulla fronte,
s’aprì la placca a al-Husayn
e la fenditura spanciò il filo dalla gemma
e s’alzò da Cafarnao, senza legge, la faglia.
esplose a Zabulon e Naftali,
da Hula fuoriuscivano le greggi,
e germogliava nel fango
il papiro già scritto ad agrumi
e scheggia fluoruro apatite e fornace
Si scollò dai sali e spicciò i battiti,
e mi rese la sua culla, me la poggiò tra le maglie, con le nasse
e ne trasse a scocca e guscio il chiocciolio
e una parola in goccia da succhiare
Si, dicevano qualcosa, lì sotto, li potevo vedere, i Mhyr.
Leggevano la sura nel corallo, stretti e abbarbicati
nel cretto,
che divise il fenotipo e lo marchiò nell’ugola
a groma piombo e atollo nella mareggiata.
III Movimento
Per macchine di metamorfosi microbiologiche:

I.Macchine per metamorfosi microbiologiche, di Giampaolo Parrilla Calcificazioni, di Matteo Gobbo
Libro dei saccheggi
Canto V secondo dei Canti di Sabbia (edizione apocrifa)
(It must be heaven)
Partitura per urlo:
"Per la prima parola scritta
inventarono un commercio
e una pena,
che il ladro non si fermasse all'angolo della strada
senza smerciare
i suoi saccheggi
e non stesse a dire il segreto
all'ombra
senza tributo,
e il rifugiato non segnasse
i muri con il gesso a indice
di grano e tradimento,
ma tremasse nel torchio
bozza di codici
e istanza di mutamento."
“Non firmeremo”, mi disse,
sul tracciato immune dalle genesi, la micorriza.
“Non firmeremo”, disse il fratello
insabbiato trai coralli e nel filo,
tra Sinai Rafah e varco.
“I canti erano di Sabbia ed erano insabbiati”,
disse il ladro, “da Gerico ad Acri a Dayr Al Balah”.
Disse il fratello, “Prima di cucire i rammendi,
scucimmo valico e frontiera: con il filo scucito allo sciame
rappezzammo la veste”.
La terra ritrovata

un documento da Echos, I edizione del festival dell’arte nomadica; la voce di Titania Bracaglia registrata durante il III movimento del Canto V
C’era un deserto sotto il giardino ed era la casa dei primi nati il rifugio o l’esilio. Ed era casa mia e di An e Etienne, i miei fratelli. Era casa Sas*ara, che sono io per come mi conoscono qui nel deserto. Ci avevamo sempre giocato con i Mhyr, le bolle che sfumavano dal giardino, con le immagini che passano dentro e i lampi che si accendono, ma quella volta i Mhyr ci portarono via dal giardino e ci abbandonarono nel Rana Edari, il deserto di cui si parla nel Jhary Rashaya, il libro dei viaggi perduti di Freu du Cantu. Il deserto era il compendio in rovina dei saperi dell’uomo: sotto la polvere, stavano le mappe del nostro mondo in pezzi, e in esso ogni regione era divisa dall’altra, come ogni paese era diviso dall’altro da un valico, cucito con il filo delle arche e dei figli di mhyr. Quando sfilavo un confine dall’altro, mi ritrovavo i mhyr trai polpastrelli bagnati di rosso: il tessuto si spanciava quando tiravo il filo, che corrispondeva ad una zona diversa dell’atlante. E sotto l’atlante, si apriva la storia, sotto, e la vita stessa.
Saremmo partiti con l’arca, dicevano i Mhyr nel Jhary Rashaya, sul filo spezzato dei nostri figli











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