traduzione di Maria Allo in collaborazione con Sotirios Pastakas
da Guida di sopravvivenza per giovani scrittori (Apópeira, 2018)
ESISTE L’INACCESSIBILE LETTERARIO?
Coloro che prendono la decisione di entrare e sanguinare nell’arena letteraria, entrano — senza saperlo in principio — in una prigione. L’ingresso di tanti ignari nel campo della letteratura equivale alla decisione di scontare l’ergastolo in un riformatorio. Derek Walcott (premio Nobel), nell’intervista concessa a Franco Romano, lo dice in modo ancora più crudo: è scontato che lo scrittore entri preparato a essere fottuto. La questione è farsi fottere il minor numero di volte possibile, se vuoi sopravvivere e non diventare la puttanella degli altri letterati.
È ormai noto, da numerose testimonianze, che un grande uomo di teatro — che ha creato una vera scuola nel teatro greco — imponeva ai suoi aspiranti allievi (molti dei quali sarebbero poi diventati a loro volta capocomici) una pubblica deflorazione in scena. Un amico paroliere mi raccontava di colleghi che si mettevano a quattro zampe quando portavano i loro testi a un famoso compositore della canzone d’autore, perché li musicasse. Si potrebbe dire che si sale carponi i gradini dell’Arte — il che non è necessariamente negativo o disdicevole.
Un defunto funzionario della generazione dei Settanta, nel nostro piccolo mondo letterario, quando annunciò alla compagnia che sarebbe andato a New York ospite di Nikos Spanias, rispose alle battute e agli scherzi del gruppo con la storica frase:
«Non ho mai parlato dell’inaccessibilità del mio buco del culo».
Non cercate dunque un “inaccessibilità” nello spazio letterario, voi tutti che entrate spensierati, decisi a fare carriera con i vostri poemetti.
LA DOMANDA FONDAMENTALE
«Un poeta non è migliore di un altro poeta», diceva Alberto Moravia a proposito di Pasolini. La questione è chi riuscirà a dire più cose, le più numerose e le più importanti sulla propria epoca — e con maggiore forza.
Non esistono dunque, per principio, poeti “grandi” e “minori”.
Anch’io stesso ho considerato “grandi” certi poeti in un determinato periodo della mia vita, e in un altro periodo — per via di quel bisogno che ogni giorno modella i nostri gusti e perfino i lineamenti del nostro volto, direi con lo scalpello implacabile e impietoso dello scultore — li ho riclassificati tra i minori.
Maggiori e minori salgono e scendono dentro di me come le azioni sul tabellone della borsa.
Comprendo l’ansia di affermazione dei giovani poeti, ma non approvo i loro comportamenti quando li vedo agitarsi nella piazza come mercanti che vendono titoli e onorificenze, che si proclamano a vicenda “poeti” in cambio di pubblicazioni e di premi di lettura.
Mi consola il pensiero che la confusione non sia un fenomeno dei nostri giorni: già nell’antichità, come ci ricordava Nicandro, “i poeti scrivono versi raccogliendo oro come compenso per le loro calunnie. Vendono giambi come un mercante vende olio”.
A chi dunque si domanda se sia “un grande poeta”, direi di fare una visita al cimitero. Gli consiglierei di recarsi al Primo Cimitero di Atene, in una notte senza luna e possibilmente senza forti fenomeni atmosferici. Di scavalcare la recinzione, là da via Vouliagméni, e di rivolgere la sua domanda esistenziale ai morti.
Non deve tirare vento, né tuonare, perché — come è noto — i morti hanno l’udito debole, e per evitare che la domanda si confonda col fruscio dei pini e dei cipressi.
Le condizioni ideali, direi, sono il freddo pungente, il buio senza luna e l’ora tarda.
Bisogna che sia esattamente mezzanotte, e che vi troviate già sulla via centrale del cimitero, per porre ai morti la domanda cruciale:
«Sono io il più grande poeta vivente?»
Se riceverete una risposta, venite a raccontarmela — qualunque essa sia.
CARRIERA DI POETA IN GRECIA
Un poeta in Grecia è considerato un giovane poeta fino a quando non raggiunge la rispettabile età di settantacinque anni. Fino ad allora è trattato e si comporta come un giovane “messia”: le speranze che reca all’Arte restano imperiture, mentre lui si comporta come un bambino viziato: si irrita facilmente, spara più veloce della sua ombra, partecipa a orge collettive e, da giovane ribelle, rimane refrattario a qualsiasi insegnamento.
Dai settantacinque ai novanta diventa il noto, affermato “stronzo” che tutti insultano, deridono, svalutano e a cui scavano la fossa. Alcuni dicono che sia moribondo, altri lo danno già per morto. I suoi giudizi e le sue opinioni sulla letteratura sono considerati il risultato di una demenza galoppante ormai alle porte. La sua presenza nei canali televisivi, nelle riviste elettroniche e cartacee, le sue interviste, i premi ecc. sono ritenuti frutto di connivenze e trattative sottobanco. L’incoraggiamento rivolto ai giovani poeti e alle giovani poetesse viene interpretato come molestia sessuale.
Dai novanta in poi, e dopo aver superato la fase dell’“agonizzante”, il nostro poeta gode finalmente del rispetto e dell’accettazione generale. La popolazione indigena lo proclama sciamano: tutti vengono con devozione a baciargli la mano, a chiedere la sua benedizione e la sua grazia. Tutti pendono dalla lunga barba bianca del patriarca della lingua nazionale, e gli scultori trovano la sua forma nel marmo bianco dell’eternità.
Amen!
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