traduzione di Maria Allo in collaborazione con Sotirios Pastakas
da Guida di sopravvivenza per giovani scrittori (Apópeira, 2018)
CAMBIAVA PANNOLINI KALVOS?
crescete e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela
(Genesi 1, 28)
I grandi poeti esistono soltanto attraverso il rifiuto della procreazione. O meglio, dobbiamo ammettere che questa precisa benedizione biblica non li riguarda. Non possiamo immaginare Andreas Kalvos a cambiare pannolini, così come Dionysios Solomos non avrebbe potuto perdere il sonno cullando neonati e facendoli addormentare. Il terzo dei nostri maggiori poeti, Constantine P. Cavafy, aveva l’assillo della scrittura e non le pene di un padre intento a crescere un figlio. Tra i minori del secolo scorso, George Seferis sarebbe stato un pessimo padre, senza sorriso e severo com’era, così come Odysseas Elytis — per fortuna non ebbe figli, per molte e ovvie ragioni.
Dissuasi un giovane poeta promettente dall’avere discendenza con gli argomenti di cui sopra e, se all’inizio si arrabbiò con me, col passare del tempo mi fu riconoscente. Ho visto molti colleghi abbandonare la scrittura e rimandare a tempo indeterminato il loro rapporto con la letteratura, “finché non avessero sistemato i figli”, figli che non si sistemarono mai. Ho visto altri mettere al mondo figli problematici e infelici. James Joyce e F. Scott Fitzgerald piangere le proprie figlie nei manicomi. Il nipote di Angelos Sikelianos morire di crack e alcolici. Perché la forza della creazione si eredita come una maledizione nelle generazioni successive.
LA SCRITTURA: UN RITUALE OSSESSIVO
Un’amica, lettrice della rubrica, mi chiede se mi preoccupa il fatto che “molti non capiscano ciò che scrivo” e se penso di rendere i testi più analitici per evitare malintesi. Rispondo che la scrittura è la più grande delle ossessioni. Nel caso di questa rubrica, mi sono imposto come autocostrizione le duecento (200) parole. La scommessa è riuscire, in duecento parole, non a dare risposte ma a creare domande: scuotere l’altro dalla sua routine di lettura. Assestargli un diretto sinistro alla mascella.
Il rituale dell’ossessione dà il massimo nella scrittura: scriverò sette poesie in sette sezioni e avrò un numero dispari di poesie (49) — perché anche il numero delle poesie in una raccolta deve essere dispari, come il mazzo di rose per l’amata: 5, 7, 9, 11 e così via. Scriverò un libello di 300 parole: se in circa trecento parole non riesco a offendere e colpire l’altro, allora è meglio non occuparmi affatto di lui.
Ponendo limiti alla mia scrittura divento più essenziale. Imparo l’economia delle parole. Evito vuoti e ripetizioni. Non faccio addormentare il lettore. Lo costringo ad affilare la mente. Se però legge qualcosa e non riesce a trarne un senso, allora la colpa è interamente mia.
TORNATE AL VOSTRO PAESE
Un amico poeta mi confessa che tra gli obblighi del suo nuovo lavoro c’è anche quello di montare bancarelle al mercato rionale: gli dico di tenere occhi e orecchie bene aperti, di annotare immagini e parole, idiomatismi e dialetti. Yannis Varveris, impiegato al Ministero degli Esteri, rifiutò di seguire la carriera diplomatica intrapresa dal suo compagno di scuola Giorgos Veis, per non allontanarsi dalla Grecia. Poeta lo sei solo nel tuo paese.
Filippos Vlachos, nel 1975, quando andai a trovarlo nella sua tipografia in via Mavromichali, respinse gentilmente la poesia acerba che gli avevo portato e mi disse che, se fossi voluto diventare poeta, sarei dovuto tornare in Grecia subito dopo gli studi. “Devi ascoltare ogni giorno la tua lingua nelle orecchie”, mi disse, “non basta leggere giornali greci”. La lingua è un organismo vivente e ti contagia come un virus penetrante.
Abbandonate i vostri master, i vostri lavori e la vostra carriera all’estero. Tornate al vostro luogo. Ancora meglio: tornate al vostro villaggio. Imparate quanto costa un chilo di pomodori e una pagnotta di pane. Entrate nei caffè popolari e nelle hostarie. Lasciate l’auto e spostatevi con i mezzi pubblici. Da qualche parte, la lingua vi troverà e vi colpirà dritto in fronte.
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