Alfredo Giuliani | Poetry, your sport is vision and follows words

a cura di

Francesco Ciuffoli

5–7 minuti

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il ritratto di Alfredo Giuliani è stato realizzato da Dino Ignani



Alfredo Giuliani | Poetry, your sport is vision and follows words
Estratti



» L’esordio di Giuliani traduttore risale agli anni successivi alla laurea, conseguita nel 1949. Ad alcune precoci traduzioni di romanzi polizieschi, dettate soprattutto da motivazioni economiche, segue il fondamentale incontro con la poesia di Dylan Thomas. In una conversazione con Francesco Scarabicchi, l’autore afferma di aver trovato la traduzione («orrendamente aulica») di una poesia di Thomas dedicata a Londra bombardata e firmata da Ruggero Orlando su una rivista di propaganda degli Alleati, intitolata Il mese, verso la fine del ’44. […]  Lo studio e la traduzione dei testi di Thomas proseguono fino a poco prima della metà degli anni cinquanta, quando sul retro della copertina dei Collected Poems, editi a Londra da Dent&Sons, Giuliani scrive un appunto datato aprile 1954: ‘Poetry, your sport is vision and follows words’. «


(dall’introduzione di Noemi Nagy)



E a questo proposito che riportiamo qui, oggi, alcune delle «sette liriche» tradotte da Giuliani, nello specifico quelle che, prima di confluire nell’edizione Poesie curata per Einaudi da Ariodante Marianni, vennero pubblicate «rigorosamente senza testo a fronte» – già all’interno della sua prima raccolta di versi, Il cuore zoppo (Magenta, Varese 1955) e che rappresentano un ottimo frammento dell’attività di una delle figure più importanti del secondo novecento letterario (molto spesso, messo ingiustamente in disparte o in ombra).




Da Quaderno di traduzioni. Con inediti (Interlinea, 2024)



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Poi che senza lavoro di parole

(traduzione da ‘Oh no work of words’, Dylan Thomas)



Poi che senza lavoro di parole tre stenti mesi son passati

Pel ventre sanguigno del ricco anno e la grossa bisaccia del mio corpo

Amaramente biasimo la mia arte e povertà:

Tutto è nel dare, restituire ciò che avidamente è dato

I pesi della manna esalando attraverso la rugiada al cielo,

Il caro dono della ciarla strepitando torna su di una cieca freccia.

Levarsi e abbandonare i tesori dell’uomo è dolce morte,

Che infine rastrellerà tutti i valori marcati dal respiro

E conterà i misteri presi e lasciati in un cattivo buio.

Arrendersi ora è pagare al doppio l’orco esoso.

Antichi boschi del mio sangue, alla caviglia dei mari prorompete,

Se brucio o restituisco questo mondo, lavoro d’ogni uomo.




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Se la mia testa ferì la radice d’un capello

(traduzione da ‘«If my head hurt a hair’s foot»’, Dylan Thomas)



«Se la mia testa ferì la radice d’un capello

Respingi via il piumato osso. Se l’inviolata palla del mio fiato

Picchiò su una gronda, fai saltar via le bolle d’aria.

Piuttosto penzolerò col verme delle corde alla gola

Chi tiranneggiare l’amore malato sulla rappezzata scena.

«Ogni ardita frase si addice al tuo cerchio da combattimento di galli:

Pettinerò i boschi insidiati con un guanto su una lampada,

Becca, corri, danza su fontane, il tempo sommergi

Prima ch’io mi precipiti martellando a prostrare il fantasma, aria,

Trafiggi la luce, e una stanza ne romba sanguinante.

«se la mia gibbosa, scimmiesca venuta è crudele

Respingimi in furia alla fabbrica. La mia mano sfilaccia

Quando ricuci la profonda porta. Il letto è un calvario.

Se il mio viaggio duole curvane la direzione come un arco e appresta

Una docile smontata forma per saltare su nove mesi scemanti»

«No. Non per l’abbagliante letto di Cristo

O per un sonno di madrepatria tra soffici atomi e incanti

Muterei, amor mio, le mie lacrime o la tua testa di ferro.

Premi, mia figlia o figlio, per uscire; non c’è nessuno, nessuno, nessuno

Neppure quando tutta l’immane celeste schiera delle acque irrompe.

«È ora ch’io mi desti, sgusciata di gesti e la mia gioia come una caverna,

In angoscia e lordura, al bimbo non libero per sempre,

O mio perduto amore, balzato fuori da una buona gente;

Il grano che su noi s’affretta dall’orlo della fossa

Ha una voce e una casa, e là e qua tu devi coricarti e piangere.

«Riposa al di là della scelta nel grano eletto dalla polvere,

Al petto piano di mari. Non c’è ritorno attraverso le onde

Delle strade di carne né per le sottili vie dello scheletro.

La fossa e il quieto mio corpo son chiusi alla tua venuta come pietra,

E l’interminabile principio dei prodigi soffre aperto».




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Non andartene docile in quella buona notte

(traduzione da ‘Do not go gentile into that good night’, Dylan Thomas)



Non andartene docile in quella buona notte,

Vecchiaia dovrebbe ardere e infierire

Quando cade il giorno;

Infuria, infuria contro il morire della luce.

Benché i saggi infine conoscano che il buio è giusto,

Poiché dalle parole loro non diramò alcun conforto,

Non se ne vanno docili in quella buona notte.

I buoni, che in preda all’ultima onda

Splendide proclamano le loro fioche imprese,

Avrebbero potuto danzare in una verde baia,

E infuriano, infuriano contro il morire della luce.

I selvaggi, che il sole a volo presero e cantarono,

Tardi apprendono come lo afflissero nella sua via,

Non se ne vanno docili in quella buona notte.

Gli austeri, vicini a more, con cieca vista sorgono

Che i ciechi occhi quali meteore potrebbero brillare

Ed esser gai; e infuriano

Infuriano contro il morire della luce.

E te, padre mio, là sulla triste altura io prego

Maledicimi, feriscimi con le tue fiere lacrime.

Non andartene docile in quella buona notte.

Infuria, infuria contro il morire della luce.





Noemi Nagy ha conseguito un dottorato di ricerca in Filologia moderna presso l’Università di Pavia. Ha curato il ‘Quaderno di traduzionidi Alfredo Giuliani (Interlinea, 2024) e pubblicato contributi su ‘Treccani’, ‘L’Ulisse’, ‘Autografo’ e ‘Ticontre’, occupandosi principalmente di traduzione letteraria e filologia d’autore. Attualmente è borsista di ricerca presso la Divisione della cultura e degli studi universitari del Canton Ticino, in Svizzera. Nel 2023 è risultata vincitrice del Premio ‘Nuovi Argomenti’ (sezione Poesia). La sua raccolta d’esordio, ‘L’osso del collo’, fa parte del ‘XVI Quaderno italiano di poesia contemporanea’ (Marcosy y Marcos, 2023).





Alfredo Giuliani (Mombaroccio 1924 – Roma 2007) è stato scrittore, poeta e critico letterario. Numerose sono le raccolte di versi in proprio, tra cui si ricordano: Il cuore zoppo (Magenta, 1955), Povera Juliet e altre poesie (Feltrinelli, 1965), Il tautofono (Feltrinelli, 1969), Chi l’avrebbe detto (Einaudi, 1973), Versi e non versi (Feltrinelli, 1986), Ebbrezza di placamenti (Manni, 1993), Poetrix Bazaar (Pironti, 2003), Furia serena. Opere scelte (Anterem, 2004), Dal diario di Max. Pensieri e ridevoli patacchi (Manni, 2006).
Teorico e animatore della neoavanguardia italiana, ha curato l’antologia I novissimi (1961), è stato direttore responsabile della rivista del Gruppo 63 Quindici e ha collaborato al quotidiano La Repubblica e alle riviste Il verri, Il Cavallo di TroiaGrammatica.
Vasta è l’attività di critico militante (Immagini e maniere, 1965; Le droghe di Marsiglia, 1977; Autunno del Novecento, 1984; La biblioteca di Trimalcione, 2023), ma anche di traduttore. Giuliani ha infatti firmato la trasposzione di opere in versi e in prosa di James Joyce, Dylan Thomas, Edwin Arlington Robinson, Ben Jonson, Alfred Jarry, Henri Michaux, Thomas Stearns Eliot e William Shakespeare.




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