Delmore Schwartz | AMERICA! AMERICA!

a cura di

Francesco Ciuffoli

6–8 minuti

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traduzione e cura di Angelo Guida

da America! America! (Ventura Edizioni, 2022)

fotografia in copertina Courtesy of New Directions Publishing Corp. / James Laughlin Collection


» Delmore Schwartz (1913-1966), uno dei poeti più antologizzati della sua generazione, è oggi quasi dimenticato. Tuttavia, la sua opera è straordinariamente attuale, oltre ad aver anticipato temi e stili che sarebbero confluiti nel postmoderno (il pastiche, la citazione, l’ibridizzazione…) e in vari ambiti di ricerca (Jewish America studies, trans-Atlantic studies, media studies). Assumendo in sé la problematica identità di discendente di immigrati dall’Europa, ebreo, radicale e poeta maledetto, rappresenta per James Atlas l’autentico «intellettuale moderno». Nello spazio di vent’anni scrisse diversi volumi di poesia, racconti e teatro, ma l’opera che lo rese celebre è il racconto che pubblicò giovanissimo sulla Partisan Review, “In dreams begin responsibilities” (1937, poi inserito nella raccolta omonima l’anno seguente): ritenuto «il suo zenith» ( J. A. Phillips), è stato definito da Lou Reed, che lo ebbe come docente a Syracuse negli anni ‘60, «il più bel racconto breve che sia mai stato scritto». Purtroppo, nel corso del tempo, il suo nome è stato progressivamente associato a termini come fallimento, insuccesso, declino; ma si è giustamente osservato che la critica letteraria in America tende a feticizzare ciò che è forte ed energico, mentre Schwartz rivela le “virtù” della debolezza, della fragilità, della vulnerabilità, e proprio per questo merita di essere riconsiderato (Fitzpatrick). «


(da Introduzione di Alessandra Calanchi)




The True-Blue American


Jeremiah Dickson was a true-blue American,
For he was a little boy who understood America, for he felt that he must
Think about everything; because that’s all there is to think about,
Knowing immediately the intimacy of truth and comedy,
Knowing intuitively how a sense of humor was a necessity
For one and for all who live in America. Thus, natively, and
Naturally when on an April Sunday in an ice cream parlor Jeremiah
Was requested to choose between a chocolate sundae and a banana split
He answered unhesitatingly, having no need to think of it
Being a true-blue American, determined to continue as he began:
Rejecting the either-or of Kierkegaard, and many another European;
Refusing to accept alternatives, refusing to believe the choice of between;
Rejecting selection; denying dilemma; electing absolute affirmation:
knowing
in his breast
The infinite and the gold
Of the endless frontier, the deathless West.


“Both: I will have them both!” declared this true-blue American
In Cambridge, Massachusetts, on an April Sunday, instructed
By the great department stores, by the Five-and-Ten,
Taught by Christmas, by the circus, by the vulgarity and grandeur of
Niagara Falls and the Grand Canyon,
Tutored by the grandeur, vulgarity, and infinite appetite gratified and
Shining in the darkness, of the light
On Saturdays at the double bills of the moon pictures,
The consummation of the advertisements of the imagination of the light
Which is as it was—the infinite belief in infinite hope—of Columbus,
Barnum, Edison, and Jeremiah Dickson.

(1959)



L’autentico Americano


Geremia Dickson era un autentico Americano,
Perché era un ragazzino che capiva l’America, perché sentiva di dover
Rivolgere la mente a tutto; perché è il tutto che bisogna avere in mente,
Aveva subito compreso lo stretto rapporto fra verità e finzione,
Aveva istintivamente capito quanto il senso dell’umorismo sia necessario
Per lui e per tutti quelli che vivono in America. Perciò, da buon indigeno, e
Spontaneamente quando una domenica d’aprile in una gelateria a Geremia
Venne chiesto di scegliere fra una coppa al cioccolato e una banana split
Senza esitazione rispose, non avendo bisogno di pensarci su
Da autentico Americano, ben determinato a proseguire così come aveva iniziato:
Respingendo l’aut-aut di Kierkegaard, e di molti altri europei;
Rifiutandosi di accettare l’esistenza di un’alternativa, rifiutandosi
di credere che si possa scegliere fra due cose;
Rifiutando la selezione; negando il dilemma; optando per una netta asserzione:
sentendo
dentro di sé
La vastità e la ricchezza
Della frontiera senza fine, dell’immortale Ovest.


“Tutti e due: li voglio tutti e due!” dichiarò l’Americano autentico
A Cambridge, nel Massachusetts, una domenica d’aprile, seguendo le istruzioni
Dei grandi magazzini e dei negozi Tutto-a-un-Dollaro,
Mettendo in pratica la lezione impartitagli da Babbo Natale, dal circo, dal
cattivo gusto e dalla pomposa magnificenza delle
Cascate del Niagara e del Grand Canyon,
Assistito dalla pomposa magnificenza, dal cattivo gusto e dalla brama senza fine
sempre in cerca di gratificazioni
Che splende nelle tenebre, della luce
Che il sabato proiettano i cinema con due spettacoli al prezzo di uno,
Del coronamento degli spot pubblicitari dell’immaginazione della luce
Che è così com’era—la fiducia infinita nella speranza senza fine—di Colombo,
Barnum, Edison e Geremia Dickson1.
(1959)




Metro-Goldwynn-Mayer


I looked toward the movie, the common dream,
The he and she in close-ups, nearer than life,
And I accepted such things as they seem,

The easy poise, the absence of the knife,
The near summer happily ever after,
The understood question, the immediate strife,

Not dangerous, nor mortal, but the fadeout
Enormously kissing amid warm laughter,
As if such things were not always played out

By an ignorant arm, which crosses the dark
And lights up a thin sheet with a shadow’s mark.
(1937)



Metro-Goldwynn-Mayer


Guardavo il film, il sogno collettivo,
Lui e lei nei primi piani, più vicini che nella realtà,
E prendevo queste cose così come si presentavano,

Il portamento spontaneo, l’assenza del coltello,
L’estate vicina da trascorrere felici e contenti,
Captata la domanda, il corpo a corpo immediato,

Non pericoloso, né letale, solo un bacio
Immenso in dissolvenza fra l’eccitazione delle risate,
Come se le stesse cose non fossero pur sempre messe in scena

Da un inconsapevole strumento, che squarcia l’oscurità
E illumina lo schermo con un tratto d’ombra.
(1937)




He heard the newsboys shouting “Europe! Europe!”


Dear Citizens,
I heard the newsboys shouting “Europe! Europe!”
It was late afternoon, a winter’s day
Long as a prairie, wool and ashen gray,
And then I heard the silence, drop by drop,
And knew I must again confront myself:
“What shall I cry from my window?” I asked myself,
“What shall I say to the citizens below?
Since I have been a privileged character
These four years past. Since I have been excused
From the war for the lesser evil, merciless
As the years to girls who once were beautiful.
What have I done which is a little good?
What apples have I grasped, for all my years?
What starlight have I glimpsed for all my guilt?”
Then to the dead silence I said, in hope:
“I am a student of the morning light,
And of the evil native to the heart.
I am a pupil of emotion’s wrongs
Performed upon the glory of this world.
Myself I dedicated long ago
—Or prostituted, shall I say?—to poetry,
The true, the good, and the beautiful,
Infinite fountains inexhaustible,
Full as the sea, old as the rocks,
new as the breaking surf —”
(1950)



Sentiva gli strilloni gridare “Europa! Europa!”


Cari cittadini,
Sentivo gli strilloni gridare “Europa! Europa!”
Era quasi sera, la sera di un’interminabile
Giornata invernale, uggiosa e grigia come la cenere,
E poi sentii stillare il silenzio,
E sapevo che dovevo affrontare di nuovo me stesso:
“Cosa dovrei urlare alla finestra?” mi chiesi,
“Cosa dovrei dire alla gente che passa?
Dal momento che negli ultimi quattro anni
Sono stato una persona privilegiata. Dal momento che sono stato esonerato
Dal servizio militare per un male meno grave ma spietato
Come lo è il tempo nei confronti delle ragazze che una volta erano belle.
Ho combinato qualcosa di buono?
Quali sono i frutti che ho raccolto in tutti questi anni?
Qual è la luce che ho intravisto in fondo al tunnel della mia disperazione?”
Allora, fiducioso, mi rivolsi all’atroce silenzio:
“Sono uno studioso della luce aurorale,
E degli istinti malvagi del cuore.
Sono un allievo dei sentimenti sbagliati
Espressi sulla magnificenza del mondo.
Da tempo mi sono consacrato
—O, dovrei dire, mi sono prostituito?—alla poesia,
Al vero, al buono e al bello26,
Sconfinate sorgenti inesauribili,
Straripanti come il mare, antiche come gli scogli,
sempre nuove come le onde che s’infrangono —”
(1950)




  1. Jeremy Dickson non è soltanto una figura emblematica. Era un bambino – figlio di una coppia di
    amici di Cambridge, Wallace e Rose Dickson – a cui Schwartz era particolarmente affezionato (James Atlas, Delmore Schwartz: The Life of an American Poet, cit., p. 238). ↩︎


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