Edoardo Occhionero | yogurt

a cura di

Francesco Ciuffoli

5–7 minuti

|

da La casa e tutt’intorno (Arcipelago itaca, 2024)

Edoardo Occhionero | yogurt
Estratti





Quanto muoversi dalle finestre, l’acero ha degli aquiloni

al posto delle foglie. Sfiata il caffè dalla moca

sfumano anche alcune parole che vorrei dire a queste piastrelle.

C’è solo la casa e tutt’intorno. Una volta un uomo piantava le verze

di là dalla recinzione, assisteva i fichi che ora si disintegrano nell’erba.

+ + +


In autunno arriva un giorno che passano le pecore

all’Edoardo piace vederle.

Allora usciamo fino al confine del giardino

e loro passano, entrano anche nell’orto con gli agnellini.

Il pastore le riunisce nel campo accanto e fa arrivare la roulotte.

Prima di sera lì c’è il bosco marrone col fuoco in un secchio.

+ + +


Lo yogurt lo mangio sempre fuorifrigo. Ogni tanto partono

i mal di testa che mi picchiano le tempie.

Mi passa tutto davanti, la casa, il tavolo con le verdure nel piatto

il prato davanti e dietro la casa, tutto. La voce

dell’Edoardo fatta più da uomo.

Arriverà comunque un altro tempo, ho chiuso gli occhi per non vedere.

+ + +


Indica in linea d’aria, tamburella sul tavolo, un colpo di tosse. Anche i camion sbuffano lontano. Si assottiglia la voce:


I

Eh, partire. Ho fatto una chiacchierata col mio nonno.

Mio nonno è nato il ventun marzo del millenovecentotrentasette.

Almeno le cose valgono di più perché c’è la data. Milenovecentotrentasette,

mio nonno non ha fatto la guerra però era in tempo di pace.

Ma praticamente hanno soffiato anche a loro, come per gli altri,

quei tempi là. I suoi genitori, suo papà e suo zio,

erano a fare la guerra quindici-diciotto, erano in guerra (e perché te ridet?).

Erano in guerra il quindici-diciotto, dopo mio papà l’hanno mandato

a casa di militare perché c’era già sotto uno.

Aveva un altro fratello non normale e l’hanno mandato a casa.

E di tuo cosa c’è da dire?

Di mio, che ero a casa a soffrire con i miei genitori.

E praticamente c’era questa guerra che noi eravamo a casa

a soffrire insieme a loro, perché non c’era da mangiare, da bere

non c’era niente.

Cosa facevi?

Andavo a lavorare a nove anni.

Ho cominciato a nove anni andando a lavorare.

Com’era il tuo letto?

A casa dormivo. Il letto era, dicono – io non lo so –,

però c’era dentro, anziché. C’era dentro la paglia, nei letti.

A che ora ti svegliavi?

Presto. Mi svegliavano presto per andare. Per venire su in campagna qua.


Cosa mangiavi?

Quello che c’era, c’era un tubo da mangiare. C’era poconiente.

Da mangiare. Alla zia Marietta è morta la mamma che lei aveva tredici anni,

c’erano tre maschi, uno che era del millenovecentotrentadue. È morto.

Dopo ce n’era un altro che era del millenovecento

e poi c’era il nonno del millenovecentodue, hai capìto?

Questa è la classifica della famiglia (perché ridi? el rit quesche).

Prima avevamo l’asino contadino.

Avevamo l’asino come mezzo da tiro, capìto?

E sono venute grandi le sorelle, così abbiamo visto qualche cento lire.

Allora il nonno ha comperato un cavallo piccolino, ma un cavallo.

Dopo ne ha comperato uno più grosso. Eh, sono le storie.

I contadini fra uno e l’altro s’imprestavano il cavallo.

Uno faceva il contadino ma aveva le mucche, non il cavallo,

non l’asino. L’asino era quello da tiro, portare a casa il fieno

sulle cascine vecchie, un disastro. Il latte,

la nonna si alzava alle cinque del mattino, mungiva,

mungeva le mucche e dopo andava a lavorare

e il nonno Fabèn lo portava in giro per Carugh col freddo

con la giacca tutta rotta. Era dura, Paolo, Edoardo.

Quando hai iniziato a lavorare?

A nove anni ho iniziato a lavorare. Allora, la cooperativa di Carugo sai dov’è?

Essendo lì al circolo, c’è quella salita che vai su e arrivi alla cooperativa.

Andavamo a lavorare su in alto, quel cortile grande lì. Eh, i sacrifici.

Sono stato otto anni a tirare il carrello.

Andavamo alla segheria comunale, c’era un padrone ch’era di Meda.

Allora lavoravamo dove si segava, si pagava tot al minuto, hai capito?

Ci mandavan a casa a mezzogiorno per non perdere tempo.

Quelle due salite lì in cima, vai su alla cooperativa e te vèdet.

Vedi quella bottega dove eravamo su a lavorare. Io, poi c’era un altro

che quell’altro andava giù tua mamma, andiamo giù a trovarlo.

Ma tua mamma lo sa chi è questo Malgrati Lino, sarebbe.

Lavorava anche lui sotto il padrone. Eh, bisognerebbe descriverla bene.

[…]


+ + +


Natale con le distanze sulla tavola, la mano tenuta sotto

per non sbriciolare. Ancora il venire di una fretta

come l’invadenza dei corpi.

Ho immaginato la prima Volkswagen

Zoppas il primo frigorifero, come nevicava diverso sui piedi

la faccia della mamma meno triangolare per le rughe.

Anche se le abitudini si aggrovigliano

si tengono ancora vecchie foto che non si riconoscono.

L’odore di vecchio che l’armadio stringe non riesco più a dirlo

neanche il pendolo collocato nella sua mezz’ora.

+ + +


Uno yogurt tirato fuori dal frigo, a merenda qualche sole mosso sulla parete o sui chiodi. Magari a cena la pastina chiara o rimescolare il minestrone così col cucchiaio: «fa’ rostì dü oeuv» monotono il nonno a me il bambino delle uova.

+ + +


Di venerdì cadeva il mercato, il matto del paese si presentava a chiunque

«io mi chiamo Pierangelo», altri non ne ho più conosciuti.

Il parcheggio mi trascinava dove ci sono la chiesa, i formaggi.

Chi vendeva i fiori aveva i sacchi di cellofan, i cani le loro grandezze.

Costeggiare la roggia al ritorno significava fare silenzio

l’edera annodata ai mobilifici. Tento di sorprendermi di queste strade

come le ho fatte più piccole. Mi lascio dietro il grigio della Novedratese

ha un senso anche questo attraversare fino in fondo

come per dire che mi porto piano da qualche parte.





Edoardo Occhionero (Carate Brianza, 1997) è laureato in Traduzione presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi sulla poesia giapponese contemporanea a verso libero e su una proposta traduttiva di Takahashi Mutsuo. Attualmente è iscritto al Dottorato di ricerca in Digital Humanities presso la medesima università. È vincitore del Premio “Elena Violani Landi” 2019 – Sezione Inediti. Suoi scritti sono comparsi online su “Atelier Poesia”, “Argonline”, “Diario di passo” – il blog ufficiale di Franca Mancinelli –, “La morte per acqua”, “Malgrado le mosche” e “Mirino”. Ha inoltre curato l’introduzione e la traduzione di due poesie di Arai Takako uscite per Almanacco Internazionale de Lo Spazio Letterario. Alcune sue poesie in giapponese sono state pubblicate su “BUBU” e in diversi numeri di “Inkarepoetori”, rivista interuniversitaria che raccoglie i contributi dei principali atenei giapponesi.





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