da Orgasmo (Terre Blu, 2023). Ringraziamo l’autrice per averci concesso alcuni inediti.
Potremmo scambiarla per una moderna Salomè, solo più stoica, fattasi compassionevole nel tempo. Sempre incantevole e incantatrice. Potremmo pensare che ne sappia qualcosa persino dell’impossibilità dell’atto sessuale, lacaniamente parlando, tanto da mirarlo, in taluni versi, in prospettiva alla morte. Fatta eccezione per questi, il corpus poetico di Viola Vocich si dilata secondo panoramiche pregne di pulsioni, battiti pulsionali, vivifica. Seduce il linguaggio e crea desiderio di quest’ultimo. Si muove in un mondo bucolico, selvaggio, dove le forme della natura e dei suoi abitanti sono manifestazione di un eros intriso di ironia. Un mondo dove l’uomo, oggetto di desiderio, è degno divinamente di grazia e di riso. Il riso è più divino, ma anche più inafferrabile delle lacrime, lo diceva già George Bataille. Attraverso un uso mirato della lingua, indifferente a ogni possibile intellettualismo di certa poesia sugli oggetti, Vocich ci ricorda che, dai sensi tutti accessi, si scrive ancora col corpo.
da Orgasmo
Io posso amarti solo quando taci.
Devo tagliarti la testa
per salvare i baci.
*
È un funerale il nostro amore.
Io metto la bara del mio corpo,
tu ci metti dentro il morto.
*
Il suo seme nel ventre,
il mio ultimo raccolto.
*
Toccami,
il corpo solo in apparenza tace,
se passi una mano sulla pelle,
torna l’arancio della brace.
*
Di noi consorti giacciono
da qualche parte i corpi non sepolti,
come animali uccisi mai raccolti.
*
Il corpo ti vuole,
insiste, chiede dove tu sia.
Se penso a quanto il tuo paese
sia lontano dal mio letto,
odio te e la geografia.
*
Sono gelosa
appena una donna ti si avvicina.
Sono gelosa se pronunci
un nome femminile.
Non dire rosa, fragola, medicina.
Inediti
Il Fato mi frena finché ho fiato.
Mi sfida, mi spinge, mi sfianca.
Quando la apro, lui mi chiude l’anca.
*
Con le tue spalle così piccole,
tu che dici di sentirti un moribondo,
come reggi un cazzo così forte?
Un cazzo che sostiene
tutto il peso del mio mondo?
*
In ogni goccia del tuo sperma
argilla che frana,
e terra ferma.
*
Finché un corpo ti attrae
non esiste libertà alcuna,
pure la Terra, che sembra libera
è legata al cuore della Luna.
*
Orgasmo,
dolcissima fragola di bosco,
cresciuta al buio,
raccolta dentro ad un fosso.
*
La Vocich non esce,
fa la guardia al cane.
Il sesso fa la fame.
*
Stare con le bestie, la terra e i cani.
Lavare la lingua,
sporcarsi le mani.
*
Pompino secco.
È venuto appena ho aperto il becco.
*
Io niente seghe, tu neppure.
La falegnameria è chiusa.
*
Adagiato nella piega del pube
il tuo sesso esausto
fa pensare ad un fagiano
ferito a morte in una giornata di pioggia.
INTERVISTA
J. Come stai? È un buon periodo?
V. Non è un periodo brutto della mia vita, è un periodo difficile, ci sono state delle perdite. Ma non posso dire sia un periodo brutto. Sono stata con mio padre per molto tempo. È stato un periodo duro, perché ho perso insieme mio padre e il mio cane, a distanza di pochi giorni ho avuto due funerali. È dura accompagnare due vite così vicine alla nostra vita, accompagnarle proprio fino alla tomba. Ma è anche un’esperienza umana molto significativa e importante, rispetto a tante sciocchezze che facciamo tutti i giorni.
J. Quest’intervista sarà molto intimista. Te ne renderai conto. Spero che tu ti senta a tuo agio nel rispondere alle domande, in caso contrario non farti problemi a tralasciare.
V. Mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Chiamerò l’avvocato. (ride)
J. Quanti anni hai?
V. Ne ho 47. Forse quest’avventura di lutti mi ha tolto dieci anni dalla faccia, però.
J. Quali periodi hanno caratterizzato la tua vita, fin ora? Se dovessi osservarti da lontano.
V. Intendi tappe?
J. Sì.
V. Diciamo che fino ad un certo punto è andato tutto bene. Parlando di tappe, forse c’è quella degli anni dell’università, molto felici e belli. Poi, la nascita dei cani che ho cresciuto, per tanti anni, che mi hanno accompagnata per quasi vent’anni. Il cane che ho perso qualche settimana fa aveva quasi diciannove anni ed è nato nelle mie mani. La vita con i miei cani mi ha segnato molto, ho preso tutte le mie decisioni per poter vivere con loro.
Non so se ho dei periodi della vita, di sicuro mi ha segnato molto la presenza degli animali, nella mia vita. Mi ha tagliata fuori completamente da tutte le mie ambizioni o il mio futuro immaginato, quando ero più giovane. Il futuro non è stato come avevo immaginato, è stato dirottato da questo amore per gli animali.
Mi ha segnata anche aver incontrato qualcuno nella mia vita, qualche amore sicuramente. Credo che anche la poesia sia nata a causa o per fortuna di un grande amore.
J. Volevo farti appunto una domanda del genere. Pensi che esista un evento scatenante, una spinta senza la quale non ti saresti avvicinata, in quello che è stato il tuo percorso, alla poesia?
V. Esiste. Io non ho mai scritto in vita mia. In gioventù ho lavorato come libraia. Ho sempre amato i libri. Ho vissuto in una casa piena di libri, mio padre era un insegnante di lettere. Amava moltissimo la letteratura latina. Io invece non mi ci ero mai avvicinata, tutto quello che faceva mio padre mi annoiava. Quindi non ho avuto la sua fortuna. Ma mio padre recitava poesie, a memoria, scritte da lui o dai grandi poeti. Era un’attività continua nella sua vita. Nella mia mai. Io non ho mai scritto, ho solo letto, e neanche tantissimo. Non sono una persona che ha un patrimonio poetico enorme sulle spalle, a meno che non l’abbia ereditato geneticamente. Forse ho ereditato la vena poetica da mio padre, non lo so.
L’evento scatenante è stata una persona che mi ha fatto conoscere di più la poesia. Ho iniziato a scrivere per lui, per farlo ridere.
J. Bellissimo!
V. Erano poesie scritte per prendere in giro la poesia, un po’ per divertimento. Poi sono arrivate in mano a qualcuno che le ha reputate interessanti, altri fantastiche, qualcun altro che mi ha spronato.
Queste poesie sono state scritte per una persona e poi sono diventate un libro. Ma non era mia intenzione scrivere un libro. Sono partita con una poesia, poi con due, con tre. Tra la prima e la seconda sarà passato un mese. Non ero una scrittrice, una poetessa, non lo so se lo sono. Non era mia intenzione.
J. Io credo molto nelle cose che ci vengono incontro, anziché il contrario. Mi fido poco di quando io vado incontro alle cose.
V. Non sono mai stata una studentessa che ha studiato poesia, per diventare poetessa. Non ho mai avuto questa ambizione. È veramente successo senza che io lo volessi, cercassi o immaginassi. È stata una sorpresa anche per me.
J. Ad un certo punto ti sei accorta di questa spinta – ed è forse il momento peggiore, quello nel quale ci si rende conto. Penso che la consapevolezza faccia più danni che altro – e ti sei messa giù intenzionalmente a farlo. Hai trovato una tua routine che coltivavi, un tuo spazio nel quale scrivere?
V. No, una routine non c’è stata. Molte di queste poesie nascevano a margine di conversazioni telefoniche. Quindi capitava che nella conversazione io avessi detto una poesia involontariamente. E subito dopo le trascrivevo. Oppure è capitato che così, stimolata mi mettevo a scrivere. È stato Franco Arminio ad incoraggiarmi più di tutti, lui si è interessato alla mia scrittura, lui mi ha spinto a scrivere. La raccolta Orgasmo non è stata scritta in breve tempo, è stata scritta in tanti anni. Quando sono arrivata ad un numero cospicuo di poesie, con Franco abbiamo deciso di organizzarle, scartarle, scartandone tantissime che non sono mai state lette da nessuno, che non erano magari un granché. Sono state scelte le più belle e abbiamo composto un libro. Magari c’è stata una volta che ne ho scritte cinque, poi passati sei mesi altre cinque, non era una routine. Ma ad un certo punto, entrata in questo vizio, sapevo di avere una riserva e se mi capitava in mente, anche a volte guidando, se mi veniva in mente una bella immagine me l’appuntavo. Cosa che prima non facevo. Sapevo che quelle immagini potevano essere utilizzate per una cosa più bella, più ben fatta. Senza l’ambizione di scrivere. Ora ce l’ho di più. Una volta pubblicato Orgasmo, una volta che ha avuto un certo successo – nel senso che le persone lo hanno apprezzato, tante copie vendute per essere una sconosciuta, con una casa editrice piccola – ora ho di più, non dico l’ambizione, ma la pratica di scrivere. Non direi quotidiana, però so che c’è quella cosa.
J. È come se avessi portato alla luce una parte di te, che ora in qualche modo coltivi.
V. Sì esatto. È una compagna che ogni tanto tiro fuori. Ho sempre dei quaderni, sempre leggo poesia, ho sempre una penna a portata di mano. Ma io non so come si faccia a scrivere. Non so se le persone si siedono ad un tavolo e scrivono. Io no. Non so farlo. Non posso mettermi ad un tavolo e scrivere, perché non ho niente da dire, perlopiù.
J. Anche il concetto di ispirazione, è un concetto che piace, ma dal quale spesso è meglio tenersi a distanza. Tu credi nell’ispirazione?
V. Ispirazione forse è un termine comodo che possiamo usare tutti i giorni, per definire questa cosa che è il momento in cui si scrive. Ognuno è diverso, forse ci sono persone che hanno davvero l’ispirazione in quel momento e si sentono immerse in qualcosa. Ognuno ha un temperamento e un cervello che lavora nella maniera più varia. Per me l’ispirazione è qualcosa che capita in una conversazione, un momento in cui arriva qualcosa di magico, ma è irrazionale. Io non ho la chiamata, mai ho la chiamata, io raccolgo quello che succede. Se intravedo qualcosa durante una conversazione, qualche parola detta bene, la prendo subito. Forse sono più una raccoglitrice.
A volte, mi è capitato, parlando di ispirazione, di avere un momento di grande rabbia o dolore, un momento in cui stai fuori dall’ordinario, che stai scoppiando per qualcosa, e lì mi è capitato di scrivere delle cose. Ma è la poesia che viene da noi, non noi da lei. Così come si raccolgono degli oggetti si raccolgono delle parole.
J. Ed i temi che troviamo nelle tue opere. Anche questi, sono scelti, oppure? Sempre che si possa parlare di scelta.
V. Tutti mi chiedono perché la mia poesia si spinge nella direzione erotica, nel senso più ampio del termine. Per me erotico è anche mangiare una mela. Questa è la mia natura, una natura erotica. Quelle sono le cose che riesco a catturare. Per qualcuno la bellezza potrebbe essere la geometria, per me è l’eros.
Poi c’era questa cosa all’inizio. Io lo so perché ho scritto poesie molto piccole. Per una questione di timidezza. Ho sempre pensato di non avere molto da dire. Un grande discorso non lo riuscirei mai a fare, non ho la vocazione né l’ispirazione.
Alcune persone ci riescono, i grandi poemi o poeti. Io non lo so fare. Venivo dalla prima elementare e ho scritto poesie elementari. Inoltre, mi piaceva prendere in giro la poesia poiché venivo da un contesto in cui non ero una poetessa. Mi piaceva comunque dare alle cose non solo elementari, ma a volte anche grossolane, dargli una qualità poetica.
I temi sono stati quelli perché mi divertivo e perché fanno parte del mio mondo.
J. Quindi sono un riflesso diretto della tua vita, e meno un concetto universale. Esistono poeti che operano mettendo poco della loro vita all’interno delle proprie opere. Nel tuo caso invece è qualcosa di meno concettuale e più esperienziale? In diretto contatto e contrasto con la tua vita?
V. Forse qui non ho capito la domanda.
J. Esistono autori che scrivono, buttano giù racconti o poesie nei quali è difficile poi intravedere collegamenti con la loro vita, ed altri che invece operano collegandosi alla propria vita. Ci mettono la loro vita dentro. Ma da quello che ho capito sei più appartenente alla seconda sfera.
V. Sì, io ci metto la mia vita dentro. Ce la metto, reale o immaginata, ma ce la metto. Non mi imbarazza molto raccontare la vita intima.
J. Ci sono dei momenti in cui senti il bisogno di prendere le distanze dalla tua arte per ricaricarti o trovare nuove ispirazioni? In cui la cosa insomma, ti stomaca?
V. Sì, ci sono periodi in cui non apro il computer, periodi lunghi, mi capita continuamente. Non mi va di leggere le cose che ho scritto né di scriverne di nuove, le lascio decantare. Cose che mentre le ho scritte non mi piacevano e poi dopo tre mesi, quattro, un anno, le rileggo e dico mi piace, le riaggiusto e così via.
Ci sono persone che fanno questo come lavoro. Per impiego. Non hai tempo di mettere le cose da parte quando è così. Io invece non faccio questo come lavoro. È un gioco. Una cosa che è arrivata e che curo quando ho voglia, tempo, quando sono predisposta a farlo. Volte in cui non la voglio, altre volte in cui la voglio.
J. E te li vivi in maniera serena, questi periodi?
V. Sì, sì. Talvolta non so come ho fatto a scrivere queste poesie. Dietro il libro Orgasmo c’è scritto appunto questo, “È il suo primo libro di poesie, forse l’ultimo.”
J. Delle tue poesie mi è piaciuta la dimensione di quiete nell’eros. Come se stessi descrivendo delle cose che vivevi, anche tormentanti in qualche modo, ma descritte con calma. Mi davi molta pace.
Appunto, nei tuoi temi ho notato che emergono tematiche concernenti la natura, gli animali. Le forme degli animali che vengono a richiamare l’eros, o il loro semplice modo di stare al mondo. O anche l’uomo, le sue capacità sessuali di attuarsi…
V. O incapacità (ride).
J. Mi piace molto la tua ironia, si nota molto nelle tue poesie. C’è una sorta di sbeffeggiamento del sesso.
V. Sì, c’è. C’è perché, intanto, non bisogna mai prendersi troppo sul serio. L’errore nella scrittura è quello, quando si diventa troppo seri si diventa anche pedanti. A me piace alternare il fatto di scrivere una poesia dolorosa e una dove sdrammatizzo. Non voglio creare un mondo ideologico, voglio creare un amore compassionevole verso le cose. Non vorrei mai scrivere qualcosa di ingombrante, pesante. Quindi sì, mi diverto molto.
Per quanto riguarda gli animali, ho un amore verso di loro perfettamente ricambiato. Conosco il loro linguaggio e loro mi vengono incontro continuamente nella vita. Faranno sempre parte della mia poesia, per me sono loro i primi poeti. Sempre li osservo, mi circondo di loro e sempre creo nella mia testa immagini che hanno a che fare con loro. Sono il mio mondo, sia terrestre, che onirico. Li troverete anche nelle cose che scriverò in futuro.
J. Invece l’uomo, inteso nel suo essere una creatura sessuale. Che cosa ti piace di più dell’uomo e del modo in cui ne parli?
V. Sono attratta da loro. Ho fatto quello che si fa. Tanti poeti hanno scritto delle loro donne, il seno, la bocca, il culo, le gambe. L’immagine erotica femminile è sempre stata messa in versi. Io sono una donna, ho scritto versi ed ho omaggiato il corpo maschile. Per me è quello maschile pieno di grazia. Riconosco l’estetica, la bellezza di una donna nuda, ma riconosco anche la bellezza di un uomo nudo e soprattutto la mia attrazione. Verso un uomo che amo, che desidero.
Ho fatto un’operazione semplice, Ho fatto quello che hanno fatto i poeti. Ho raccontato il corpo maschile comprese le parti intime, l’erezione, o quello che io avrei potuto fare sul corpo di un uomo. Non mi sono arresa a dirlo.
J. Al giorno d’oggi c’è quest’apertura legittima ed anche, non direi nuova, perché nuova no, ma ancora da esplorare. È bello quando la donna si sente a suo agio nel farlo, nel dire certe cose. La verità poi è anche questa, se è una spontaneità costruita, ovvero voluta, già non funziona. Si nota che la tua è invece molto naturale.
V. Queste sono cose, le mie, che vanno dette in purezza. La verità dev’essere bella pulita. A me sembra che in quelle poesie si siano dette cose senza disturbare più di tanto la bellezza. Ho tentato di non intaccare la bellezza.
J. Probabilmente questa dimensione di quiete che ti dicevo mi arriva proprio da questo tuo tentativo. Questa sacralità che metti nel tuo tentativo di preservare.
V. Sì, tentativo…
J. Dici, non è sempre semplice.
V. Non lo so, magari non ho la visione esatta delle cose, e quindi forse non ci sono riuscita. Ma l’intento era quello.
J. Che tipo di attrito hai sentito col mondo, se l’hai sentito, nel momento in cui hai scritto le tue opere?
V. È stato molto bello, anzi, Molto prima che il libro venisse pubblicato ho aperto una pagina Facebook, qualche anno fa. Nessuno mi conosceva ed io non conoscevo nessuno. Ho iniziato subito a pubblicare queste poesie… spinte. Uso questa parola, anche se io non le trovo spinte. Non le ho corredate da immagini, volevo che arrivasse la parola, non volevo spettacolarizzare il testo. È una scrittura povera e voglio che resti tale. Non ho chiesto mai l’amicizia a nessuno. Le persone che venivano sulla mia pagina erano sconosciute, provenienti da qualsiasi città, da qualunque ceto sociale o ambiente. Erano le più varie tra le persone, di tutte le età, di tutti i sessi. Devo dire che inizialmente c’è stata una preponderanza maschile, poi è arrivato anche il pubblico femminile. Finalmente. Non ho creato questa pagina per collegarmi al mondo dei poeti, a filoni intellettuali. Accettavo le richieste di chiunque, volevo collegarmi con le persone. La cosa che mi ha sorpreso, avendo fatto questo esperimento innanzitutto indagandolo come fenomeno antropologico, è stato notare cosa commentavano nel momento in cui gli veniva proposta un’immagine molto esplicita. A parte due o tre idioti, che era fisiologico che ci fossero, a parte loro, ho trovato tantissime persone che leggevano le mie poesie e si innamoravano ed erano contente di leggerle. Difficilmente ho trovato commenti molesti o inappropriati. Erano persone semplici, non erano letterati. Ed hanno cominciato e continuato a seguirmi. Quindi non ho trovato attrito, ma molta accoglienza. Sarà stato casuale, al telegiornale non si intravede una società sana. Ma lì ho avuto fortuna, non ho dovuto combattere per poter tenere in piedi la pagina, non sono mai stata censurata.
J. Non c’è volgarità nelle tue poesie, e se c’è, è anche quello un mezzo per ironizzare. Quindi chiunque riesca ad apprezzarle se ne accorge, le prende per quello che sono.
Quando è cominciata questa fase poetica, all’incirca? Quanti anni fa?
V. 2018, 19, 20.
J. Ti senti cambiata in questo lasso di tempo, come autrice?
V. Dici rispetto alle cose che scrivevo?
J. Sì.
V. Sì, ma non in meglio. (ride) Forse ero più spensierata allora. Ora è un po’ inevitabile incastrarsi nelle cose.
J. Io per esempio dopo aver perso la spensieratezza ho smesso, di scrivere.
V. È che bisogna avere un obiettivo, altrimenti difficilmente uno si mette seduto e scrive.
J. Certo. Io continuo a scrivere ora, ma mi accade solo quando non ho più speranze.
V. Quella cosa che ti dicevo prima. Talvolta io scrivo perché sono calata in un grande dolore. Qualcosa ti ha sommersa. Io ti auguro di non essere sempre senza speranza!
J. Paradossalmente è questo il problema, ne ho troppa. Ed è quello che non mi fa scrivere.
V. Sì, perché stai bene.
J. Sì. Nel mio caso non ho avuto neanche il tempo di affrontare un processo di maturazione.
V. No, io non ho mai interrotto da quando ho iniziato. Ma ci sono certamente periodi in cui non scrivo.
J. Trovi delle differenze quando ti rimetti a scrivere, dopo tempo? Dei temi li abbandoni, altre questioni le enfatizzi…
V. Sì, le trovo. Intanto perché vuoi, perché c’è una volontà di cambiare. Noi cambiamo, cambia il nostro modo di esprimerci, cambia la vita. Le parole che usiamo, la luce. Il sentimento, il fidanzato.
J. Qual è la critica più forte che ti faresti come poetessa?
V. Di non esserlo. Signora Vocich, lei non è una poetessa, questo direi.
J. Penso che forse al giorno d’oggi è la cosa migliore che ti possa accadere, da un certo punto di vista, quello di essere qualcosa che non ti sentivi di essere.
Qual è invece la critica peggiore, che hai ricevuto?
V. Devo dire la verità, nessuna, nessun giudizio che mi ha offeso, ferita o destabilizzata. Ma io sto anche poco sui social, non conosco quelle dinamiche lì. Conosco pochi poeti, poco il panorama poetico contemporaneo. Non ho quella natura di stare dentro le cose, aggiornarmi. Non sono a caccia, forse è un mio difetto.
Una persona una volta, leggendo le mie poesie, ha affermato che “Tale porcheria gli aveva fatto schifo persino leggerla.” Ma non è un problema, ci sta.
J. La tua opinione della poesia contemporanea è quindi molto marginale.
V. Sì, ho tanti libri a casa, molte persone mi regalano libri. Ho tante lacune, tante letture che mi aspettano. Amo i poeti contemporanei ma mi definisco io stessa un po’ ignorante. La poesia complicata non mi interessa molto. Se è complessa è un conto, se è complicata non la riesco ad apprezzare. Mi suona come un grande rompicapo e prendo subito le distanze. Anche se non sono particolarmente aggiornata.
Io credo una cosa, anche. In questi anni mi sono potuta spostare molto poco, per via dei miei familiari. È uscito Orgasmo, ma io sono stata impossibilitata a spostarmi. L’ho portato sul palco solo tre volte. Sono mancata da tutte le parti, sia come invitata che come pubblico. Questo sicuramente mi ha limitata.
J. Ci sono dei nomi a cui ti senti più affine, in ambito poetico? Poetesse o poeti anche non contemporanei, che ti hanno ispirato?
V. Amo la poesia classica, antica, amo i poeti arabi. Sento un’affinità con la poesia classica. Da Saffo a Catullo, da Marziale a Nosside. Quella è per me la poesia assoluta, il massimo. In quella poesia si poteva utilizzare qualsiasi tipo di schiettezza, loro erano poeti liberi. E la loro poesia diceva tutto, sia della sfera umana, politica, fisica.
J. Comunque greci, romani, avevano un distacco nei confronti dell’arte. Non mettevano in scena questioni personali, e veniva fuori qualcosa di più puro.
V. Un rispetto maggiore, forse, per l’uso della lingua. Tutto questo dava una forma esatta, armoniosa, alle cose. Amo molto il rispetto della lingua, lì mi sento a mio agio.
J. Ultima domanda, forse un po’ fredda. Cosa pensi della poesia sui social?
V. La amo.
J. Non pensi che scada in qualche modo?
V. Tutto dipende da chi la scrive e come la si scrive. Ha dato secondo me spazio a molte persone, alcune poesie sono mediocri, o addirittura orribili. Ma tantissima gente si è avvicinata alla poesia tramite i social. E tanti poeti hanno avuto modo di farsi conoscere, poeti giovani. Quindi io sono a favore. Poi i più bravi vanno avanti. È sempre un modo di esprimersi, ed esprimersi con la poesia è sempre un modo pacifico di stare al mondo.








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