da Quando tornerai sulla terra (Arcipelago Itaca, 2024)
Silvia Atzori | Senza riparo
Estratti
NOTITIA CRIMINIS (I)
Le hanno cucito qualcosa nella stoffa del vestito.
Il presagio del lutto – gli occhiali
ancora non li portava oppure
erano frantumati.
Una borsa di tela – il portafogli – i documenti
quando ancora non li aveva persi. Nel passaggio
non ti serva avere un volto
o attributo iconografico.
La bocca ha un rivolo di sangue – i denti sono sani.
L’hanno fatta stendere perché non tremi.
L’orecchino destro è rimasto sulla terra, opaco per lo schianto:
il pegno è stato pagato. Adesso
dovrà elencare le sue colpe prima di continuare.
Non ti cercheranno qui ma il debito
non si scorderà di te.
La flebo – l’odore del disinfettante – incantamento – insetticida
lo sguardo di tua madre senza domande – le lenzuola
pulite – il libro.
Solo tu ricorderai
tutto questo, quando
tornerai sulla terra…
+ + +
da Descensus
III
M1-Cadorna FN Triennale
In questa discesa non si cerca Proserpina
tutto sommato questo è il terzo anno
che ti fai strada qui senza lanterne
senza più scarpe, con le cornee
consumate reggetevi ai sostegni
dal buio inumidito dell’insetticida.
Proserpina qui non la puoi trovare. Ad aprile
qualcuno l’ha vista indossare un prendisole
sotto l’impermeabile crudele.
La vita è altrove sulla terra e qui
apertura porte a destra
qui ormai non è rimasto nessuno.
V
Il treno per B.: un solo
schermo alla violenza di novembre,
gli azzurri senza strazio sul binario
quindici. L’archetipo del lutto.
Cerchi nella borsa una scusa
ma è già dentro lo stomaco e lo sguardo
agonizzante dei neon fa l’aria rigida.
Il segnale disturbato promette
nuovi porti ma niente:
non si schiuderanno.
Ti prego ascolta i miei consigli: resta
ancora nel sogno congelato. Guarda
lontano dalla ferita.
Toccare è provocare l’infezione, ma nascondere:
per questo fabbrichiamo nei cappotti
il soffocamento del bozzolo
il terrore delle larve.
XIV
È una città quasi priva d’aria, quella
che c’è pare illusione ottica.
Qualcuno muove da lontano e con pigrizia
gli oggetti uno per uno: tutto
è denso di polvere
e sole, polvere e sole.
Gli occhi ci si abituano e si schermano di giallo, fanno
la loro patina la cancrena
del caldo sui muri allucinati.
Senza riparo: cadrà su tutti.
Forse è per questo che hanno detto
realismo magico forse
per questo da piccola mentivo, per vedere
la finzione
staccarsi dalla lingua e camminare.
+ + +
da Prognosi
II
L’encefalo è coperto da membrane, nel suo caso
lo spazio assediato era sotto l’aracnoide.
L’accumulo di sangue si è formato in fretta
entro un mese si sarà riassorbito.
Dev’essere successo dopo la caduta
dentro il campo di gigli grigi, l’urto
l’ha stordita. Gli occhi
pagano ancora col difetto il marchio
lasciato nella zona occipitale.
I primi mesi di là sono stati
poco più che un persistente mal di testa,
le hanno lasciato una certa ipocondria.
IV
Il sonno come quello
degli animali sdraiata
in un posto senza nome che non è il mio letto.
L’indizio del suono è bandito, adesso
si deve contare sulla distanza
che separa la mente dall’errore.
Eppure,
la vena si è aperta di nuovo.
La ragazza è senza postura, la spina
dorsale deve essersi sfilata.
Non le resta che strisciare, oppure
lasciare che il vento la scuota
con l’aria entrata al posto delle vertebre.
Se gli alberi potessero bruciare
produrrebbero – ha pensato –
il suono che passa da fuori
fin dentro le coperte.
Silvia Atzori, nata a Cittiglio (Varese) nel 1998, è laureata in lettere moderne presso l’Università degli studi di Milano, con una tesi sul “tu falsovero dei poeti” di Vittorio Sereni. Presso la medesima istituzione, ha conseguito la laurea triennale nel 2019, con una tesi sul Seme del piangere, di Giorgio Caproni. Nel 2022, ha partecipato alla prima edizione del laboratorio “La poesia si fa città”, presso l’università IULM.









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