La silloge di Bruno Di Pietro si immerge in un viaggio poetico tra memorie e riflessioni, sfidando il tempo in un dialogo intimo con la filosofia eleatica e l’essenza stessa dell’esistere. Attraverso versi sobri ma potenti, l’autore esplora il Mediterraneo come spazio di riscoperta e meditazione, evocando la figura di Parmenide in una continua interazione con la natura, l’uomo e l’invisibile. L’opera, articolata in tre sezioni tematiche, si sviluppa in un intreccio di paesaggi ontologici, sospesi tra il ricordo e l’eterna presenza del divenire. È un poema che celebra il silenzio, il respiro della terra, la forza misteriosa dei cicli naturali, invitando a riflettere sul ruolo dell’uomo in un cosmo tanto effimero quanto intriso di eternità. Ἐλέα Quando verrà il passato si presenta così come un affresco che, dal frammento, risale al tutto, offrendo una lettura stratificata che invita a un ritorno alla radice del pensiero e alla contemplazione dell’essere.
Ai margini
del campo di fave
ho chiesto ai padri
notizie dell’inizio.
Mi hanno risposto:
“non pensare
a ciò che è già stato:
il passato
deve ancora arrivare”.
*
Voli augurali
di coppie di gazze
per gli sponsali
della terra con il cielo.
Suoni e riti e miti
riportano i vènti
meridionali.
Dall’orizzonte
è scomparsa la parola
*
Parmenide ha la febbre.
Trema. Nel delirio dice
di un appuntamento con gli avi
appena fatto giorno.
Poi, quando sarà di nuovo scuro
il ministro della morte
passerà nel cielo
seguito dal corteo degli anni.
*
L’inverno della vita
è pieno di germogli
lunghe veglie
e promettenti primule.
Sorregge l’edera
il vitigno rinsecchito.
Nei campi
giovinette nude
tracciano i primi solchi
per l’imminente semina.
*
La nottola sorveglia
dalle pendici del Monte Stella
la piena del fiume.
Si assottiglia il tempo.
All’orizzonte danza
lo spettro dell’ultima estate.









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