Vincenzo Leonardi | Inediti

a cura di

Luigi Riccio

4–6 minuti

|

Seguendo in parte quanto detto per Staminali eterne di Pier Luigi Bacchini, gli inediti di Vincenzo Leonardi ci danno non poca mano nel prendere atto della seminalità della parola, del pensiero ossessivo che comporta attraversare uno spazio ed essere costantemente messi davanti alla sua natura “abitata”. Sono certo che la realtà rimandi ad altro nella misura in cui è materia di sedimentazione ampiamente “storica” (ovvero biologica, dialogica, affettiva), in cui è composta di punti di convergenza tali perchè in funzione di ciò da cui derivano: questo vuol però dire negare l’arbitrio, anche linguisticamente. Produciamo parola a partire dalle reti relazionali a noi precedenti, ed è l’unica che sappiamo riconoscere, ma siamo anche costantemente invasi dalla masnada di queste reti, che vediamo dappertutto, e parliamo sempre un po’ come sotto dettatura da fantasmi, anche quando amiamo per noi stessi. Allora, in una contemporaneità radioattiva si tracciano due alternative di poesia: il riconoscimento del problema ereditario e la mutazione di linguaggio. Nella serie di risposte che stiamo qui trovando, i testi che seguono mi sembrano appartenere alla prima parte dello spettro.



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Per ogni ora scoccata

la campane procreano nuove

colombe.

                Le colombe sanno di

metallo al palato dei pensieri,

e accarezzano l’estate

di Carmona.

                   Ogni campana

canta una nuova farfalla

il cui volo

                  palpa la timidezza

e incorpora fiducie lontane

alla musica raccolta

delle mie passeggiate.

Amo le campane

perché non c’è nessuno ad ascoltarle

e parlano da sole.

Ci vuole coraggio

a fecondare la bocca

di note trasparenti

e lasciarle andare via

perché incrocino gemiti e sorrisi.

Il rintocco si trasforma,

diventa una freccia

lanciata verso il vertice celeste

del nulla

                e nel nulla esplode

fino a diventare

un annuncio universale.

Suonano le campane

e penso al peso della loro voce

massa metallica

           che si autoinfligge

colpi nevrotici perché possiamo

dirci «non fa nulla»

e ricominciare

ad amare

                 in un fondale

di eterno ritorno.

L’annuncio delle campane

assomiglia alla rottura

                  al grido

                  di uno specchio

sul mio volto che nasce

ogni giorno dalla cenere

delle origini.

                      Mi appoggio  

alle rughe di una colonna araba

fino allo scioglimento

del messaggio

e mi dico a me stesso

che lo straniero è soltanto un minuscolo

cerchio                
ricalcato all’infinito.


+++

Lo sguardo incluso

Sulla cresta

della Sierra di Cazorla

                        cavalca un sobbalzo

azzurro e incandescente.

La gonna del pendio

lascia tendere

il Guadalquivir

                          con la sua strofa

e pugnala

le pietre blandite

da una lunga febbre;

febbre come corrente

           come vapore

           come uno spirito

che resuscita col canto

i corpi che versi adamantini

hanno dato la caccia.

Il cuore è un pellegrino.

Dal castello della sua timidezza

scruta l’estensione

                               della catena montuosa

che si fa crocevia di sentieri

che si fa porto dove attracca

Amore dalle labbra

di acquaragia.

Sotto la luce

la garza apre il suo ventaglio

             spezza l’ultima nube di calore

tra le creste, e mi appare

un monte più lontano,

un monte di bronzo

costellato dai mulini.

Il tuo volto è lì?

Come puoi presentarti

insieme a queste pietre

insieme alla vertigine esplosiva

di quel che chiamano

paesaggio dell’anima?

Dietro il paesaggio

nessuno sceglie l’amore

fino in fondo.

                        E allora

non posso che bere,

bere il tuo volto,

bere l’enigma risolto

della tua pelle

lungo i tronchi castani,

lungo i tronchi che i pioppi

            sorvolano

come paracadute di armonia

fino a vanir via

tra terra e acqua,

in una dolce anestesia.


+++

Gravidanza

La lingua ha la coda dello sperma.

È una coda lunga

è una coda buia

                           come il segno

posto in mezzo al fluido rosa.

È una coda ondulata

tra il piacere

e l’impegno,

l’ultimo atto di ingresso,

il primo del rapporto

(Tutela? Abuso? Lesione?).

È una coda che frusta

un museo di immagini su quadri

bagnati        prima di arrivare

dall’altra parte

e chiudere la porta dell’ovulo.

La lingua deve attendere.

La lingua ha i suoi spazi.

È un corpo rannicchiato

come una domanda

                                senza risposta,

come un embrione

avvolto dal fumo

dei bucaneve macchiati

di porpora.

È un corpo sempre più grande

è un corpo che fa paura

in questa sala immonda

dove regna il rimbombo delle pietre

il frastuono

che scheggia

                            la gola.

La lingua cerca,

ancora senz’occhi,

di avere la sua luce

di avere la sua casa;

si muove e, nell’atto eterno,

afferra la voce, afferra la forma

che è alienazione,

perché non c’è se non nella catena

delle cose che non siamo più.

Nell’ora della rappresentazione

tutta la sua vita

divide i fronti

mentre il sentiero, divaricato,

carico di spiriti,

si spacca insieme alla saliva.


La lingua è nata.

La lingua è fuori.


Non mi appartiene più.


Vincenzo Leonardi (Napoli, 1996) è dottorando in Filologia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi sull’edizione critica e il commento del Desengaño de amor en rimas di Pedro Soto de Rojas. Ha altresì lavorato sull’intertestualità nella poesia di Gustavo Adolfo Bécquer e sull’analisi delle strategie di costruzione e diffusione delle notizie correlate a eventi calamitosi attraverso mezzi e forme quali Relaciones de sucesos, Avisos e Gacetas nella monarchia spagnola del XVII e XVIII secolo. È autore della silloge intitolata La notte sulle spalle (Controluna, 2022) e ha pubblicato alcuni componimenti sia in riviste letterarie spagnole e ispano-americane (Campos de Plumas, Águila del Cáucaso, Luminaria) che in giornali italiani come La Repubblica.



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