Seguendo in parte quanto detto per Staminali eterne di Pier Luigi Bacchini, gli inediti di Vincenzo Leonardi ci danno non poca mano nel prendere atto della seminalità della parola, del pensiero ossessivo che comporta attraversare uno spazio ed essere costantemente messi davanti alla sua natura “abitata”. Sono certo che la realtà rimandi ad altro nella misura in cui è materia di sedimentazione ampiamente “storica” (ovvero biologica, dialogica, affettiva), in cui è composta di punti di convergenza tali perchè in funzione di ciò da cui derivano: questo vuol però dire negare l’arbitrio, anche linguisticamente. Produciamo parola a partire dalle reti relazionali a noi precedenti, ed è l’unica che sappiamo riconoscere, ma siamo anche costantemente invasi dalla masnada di queste reti, che vediamo dappertutto, e parliamo sempre un po’ come sotto dettatura da fantasmi, anche quando amiamo per noi stessi. Allora, in una contemporaneità radioattiva si tracciano due alternative di poesia: il riconoscimento del problema ereditario e la mutazione di linguaggio. Nella serie di risposte che stiamo qui trovando, i testi che seguono mi sembrano appartenere alla prima parte dello spettro.
Annuncio
Per ogni ora scoccata
la campane procreano nuove
colombe.
Le colombe sanno di
metallo al palato dei pensieri,
e accarezzano l’estate
di Carmona.
Ogni campana
canta una nuova farfalla
il cui volo
palpa la timidezza
e incorpora fiducie lontane
alla musica raccolta
delle mie passeggiate.
Amo le campane
perché non c’è nessuno ad ascoltarle
e parlano da sole.
Ci vuole coraggio
a fecondare la bocca
di note trasparenti
e lasciarle andare via
perché incrocino gemiti e sorrisi.
Il rintocco si trasforma,
diventa una freccia
lanciata verso il vertice celeste
del nulla
e nel nulla esplode
fino a diventare
un annuncio universale.
Suonano le campane
e penso al peso della loro voce
massa metallica
che si autoinfligge
colpi nevrotici perché possiamo
dirci «non fa nulla»
e ricominciare
ad amare
in un fondale
di eterno ritorno.
L’annuncio delle campane
assomiglia alla rottura
al grido
di uno specchio
sul mio volto che nasce
ogni giorno dalla cenere
delle origini.
Mi appoggio
alle rughe di una colonna araba
fino allo scioglimento
del messaggio
e mi dico a me stesso
che lo straniero è soltanto un minuscolo
cerchio
ricalcato all’infinito.
+++
Lo sguardo incluso
Sulla cresta
della Sierra di Cazorla
cavalca un sobbalzo
azzurro e incandescente.
La gonna del pendio
lascia tendere
il Guadalquivir
con la sua strofa
e pugnala
le pietre blandite
da una lunga febbre;
febbre come corrente
come vapore
come uno spirito
che resuscita col canto
i corpi che versi adamantini
hanno dato la caccia.
Il cuore è un pellegrino.
Dal castello della sua timidezza
scruta l’estensione
della catena montuosa
che si fa crocevia di sentieri
che si fa porto dove attracca
Amore dalle labbra
di acquaragia.
Sotto la luce
la garza apre il suo ventaglio
spezza l’ultima nube di calore
tra le creste, e mi appare
un monte più lontano,
un monte di bronzo
costellato dai mulini.
Il tuo volto è lì?
Come puoi presentarti
insieme a queste pietre
insieme alla vertigine esplosiva
di quel che chiamano
paesaggio dell’anima?
Dietro il paesaggio
nessuno sceglie l’amore
fino in fondo.
E allora
non posso che bere,
bere il tuo volto,
bere l’enigma risolto
della tua pelle
lungo i tronchi castani,
lungo i tronchi che i pioppi
sorvolano
come paracadute di armonia
fino a vanir via
tra terra e acqua,
in una dolce anestesia.
+++
Gravidanza
La lingua ha la coda dello sperma.
È una coda lunga
è una coda buia
come il segno
posto in mezzo al fluido rosa.
È una coda ondulata
tra il piacere
e l’impegno,
l’ultimo atto di ingresso,
il primo del rapporto
(Tutela? Abuso? Lesione?).
È una coda che frusta
un museo di immagini su quadri
bagnati prima di arrivare
dall’altra parte
e chiudere la porta dell’ovulo.
La lingua deve attendere.
La lingua ha i suoi spazi.
È un corpo rannicchiato
come una domanda
senza risposta,
come un embrione
avvolto dal fumo
dei bucaneve macchiati
di porpora.
È un corpo sempre più grande
è un corpo che fa paura
in questa sala immonda
dove regna il rimbombo delle pietre
il frastuono
che scheggia
la gola.
La lingua cerca,
ancora senz’occhi,
di avere la sua luce
di avere la sua casa;
si muove e, nell’atto eterno,
afferra la voce, afferra la forma
che è alienazione,
perché non c’è se non nella catena
delle cose che non siamo più.
Nell’ora della rappresentazione
tutta la sua vita
divide i fronti
mentre il sentiero, divaricato,
carico di spiriti,
si spacca insieme alla saliva.
La lingua è nata.
La lingua è fuori.
Non mi appartiene più.
Vincenzo Leonardi (Napoli, 1996) è dottorando in Filologia presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi sull’edizione critica e il commento del Desengaño de amor en rimas di Pedro Soto de Rojas. Ha altresì lavorato sull’intertestualità nella poesia di Gustavo Adolfo Bécquer e sull’analisi delle strategie di costruzione e diffusione delle notizie correlate a eventi calamitosi attraverso mezzi e forme quali Relaciones de sucesos, Avisos e Gacetas nella monarchia spagnola del XVII e XVIII secolo. È autore della silloge intitolata La notte sulle spalle (Controluna, 2022) e ha pubblicato alcuni componimenti sia in riviste letterarie spagnole e ispano-americane (Campos de Plumas, Águila del Cáucaso, Luminaria) che in giornali italiani come La Repubblica.









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