Anteprima editoriale | Ezio Sinigaglia | Contrattempi

a cura di

Giovanna Frene

6–9 minuti

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ANTEPRIMA EDITORIALE. Alcuni stralci dai poemetti di “Contrattempi”, con opere di Anna Salmoni (Pietre Vive Editore 2025)


Spostamenti #156

Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole



“Eroe dimenticato dal mulino a vento editoriale, il Sinigaglia di fine millennio; eroe sicuramente inquieto per l’ancora impronosticabile esito della sua tenzone, dunque psicologicamente “profilato” dal vivissimo contrasto salmoniano di elmo su poltrona (Contrattempo I: «Oh, dirti, cara, le dolci vendette / che succhio alla beffarda controfama / del mio talento, e le corone strette / in controlauri alla fronte beffarda / che scotta di una febbre benedetta / da una beffarda musa!»). 

Eroe sempre alacre, pur tra alti e bassi di vita, scrittura, fiducia (Contrattempo II: «Ora sono felice: ho giorni corti / e rigogliosi, e svelte notti, e scrivo»; «si è dischiusa la rosa del talento, / (…) e si è fatta operosa / la mano intorno al tintinnante argento / dei versi e all’oro della lustra prosa». Ma poi, Contrattempo III: «strappo al sonno / per te le rime calde», però «Non so spiegarmi, e investigo al riguardo / l’affannosa risacca e il guscio vuoto / del mio talento»). 

Eroe a volte sconfortato, ma mai del tutto arreso, visto che proprio durante l’ideazione poetica è impegnato (assieme ad altri progetti) nella stesura (1996-1997) di una delle sue opere più schiette, quel Sillabario all’incontrario che uscirà in stampa solo nel 2023 e giostrerà nel noto torneo italiano di narrativa, già forte di una più ampia, meritata vittoria – una Sinigaglia renaissance iniziata con Eclissi (2016) e a tutt’oggi nel suo pieno. Vedo, ex post, il Sillabario come lo Spiegel im Spiegel, il controspecchio lessicale e prosastico di questo controspecchio poematico: nel suo generoso autobiografismo sono dettagliati molti snodi che qui affiorano in nuce e con poetico mezzoforte. Detto ciò, è forse ancora più bello frenare il proprio istinto investigativo e lasciarsi colpire ex ante, nude e nudi di armature filologiche, da questo libro di poesie, dall’immediata e a sé stante avvenenza di stile e immagini; proprio come è capitato a me.
Lasciarsi colpire, poi rimuginarci deliziosamente su; a partire dal titolo, che ci propone già una sfida polisemica. Qual è la polarità del lemma contrattempo? Sicuramente, almeno in parte, è convenzionalmente negativa (basta pensare ai «contrattempi ladri» del verso conclusivo e ad altri passi del Contrattempo III): rapportata all’inconveniente fisico o esistenziale – compresi gli ostacoli alla scrittura, al tempo a essa necessario, al suo riconoscimento, a quella che ogni scrittore per vocazione vede proustianamente come «la vraie vie». Altrettanto sicuramente, però, il titolo è rappresentativo dei tratti non convenzionali, eroici, dello scrittore, dell’uomo, dell’amante: «Fedele al mio talento di contrario» (Contrattempo I). In più, mi affascinano altri possibili sensi, in particolare quello del contrattempo come sospensione, interludio tra due periodi (al modo della controra, che difatti nel Contrattempo III compare).” (dalla postfazione di Roberto R. Corsi)


*

Cara compagna del mio contrattempo,
ho scritto tanto, tanto in questi anni,
e a te più nulla, si può dire. Un tempo

scrivevo solo a te, nei contrappanni
di un languido ribelle senza rabbia,
evanescente dei suoi blandi inganni.

A quei tempi l’inchiostro era la sabbia
della clessidra pallida dei giorni
di una mansueta tigre in controgabbia,

con licenza di fughe e di ritorni,
e di dilemmi e drammi, e di sarcasmi.
Spendevo mezzanotti e mezzogiorni

fra lampi d’ironia ed atroci spasmi
di tradita e tardiva adolescenza,
rifiorita dal seme degli orgasmi

di un’ardente stagione. Eri l’assenza
meno ingiustificata nel bollore
di assenti in cui friggeva la coscienza,

al quale si arrostiva il mio furore
di cucciolo affamato. Tu eri assente
di controspazio, e non di controcuore.

Sedevo sotto l’arco del mio niente
e ti scrivevo come a quel diario
che fin d’allora, ininterrottamente,

nel mio splendido spregio di ogni orario,
ho sempre trascurato di tenere.
Fedele al mio talento di contrario

e di rovescio, rovesciavo intere
giornate di diario, intere pagine
di mancati romanzi di chimere,

sui fogli che affidavo alla tua immagine
stampata al centro delle mie pupille.
Oh, che sbalordimento di voragine,

che esperienza di tenebre e faville
mi traboccava dalla coppa esigua
dell’acqua della vita nelle mille

diramazioni della penna irrigua!
Per te, cara, ho sgusciato il mio talento
e m’è uscita dall’uovo quell’ambigua

creatura che nel suo serpeggiamento
modella il giunco della mia natura
in beffarde spirali di sgomento.

Per te ho forgiato l’arma e l’armatura
del docile guerriero senza forza,
ho acuminato il kriss della scrittura

per incidermi al vivo nella scorza
della pelle, e al rovescio del mio guanto
volger la debolezza in contrafforza.

Ma non si scrive a chi ci vive accanto,
e non resta parola che equivalga,
di labbro in labbro, al filo dell’incanto

multicolore, teso d’alga in alga
di sopra allo sciacquio della distanza.
Perciò ti scrivo, perché tu trasalga,

di nuovo, ancora, al ritmo della danza
che, senza pausa o tregua od intervallo,
al di là del giudizio e dell’oltranza,

ti scarmiglia e trascina. Sarà un ballo
fino all’ultimo passo, un fiume in piena,
un galoppante viaggio sul cavallo

selvaggio della rima, che incatena
il tuono al lampo, senza dar respiro:
un viaggio fino al fondo della lena.

Eco di grillo o coda di tapiro,
scia di lumaca o lunga ombra d’Alaska
ci pindareggerà, di giro in giro,

da questo palo a una remota frasca,
ti vestirà d’alpaca, e di soppiatto
metterà un coccodrillo nella vasca,

lo spillo in tasca, e sull’amaca il gatto.
Ma, fra i suadenti trucchi dell’antico
gioco, improvviso guizzerà lo scatto

della molla del vero e, nell’intrico
dei cento nodi, un filo, ed uno solo,
fra quel che dico e quel che contraddico,

ricamerà la cifra del mio volo.
(…)

*

Se dai blandi alisei pei quali stempi
la tua ricurva fronte a età più rare
puoi distrarti ai miei nuovi contrattempi,
sorridi, madre: vivo al sole e al mare,
come un legno argentato dai maltempi,
vecchio al fiorire e giovane al salpare.
Mi disseto e polisco ai lunghi nastri
bianchi della risacca, e nei salmastri

ozi delle maree mi stiro e schiocco,
curioso tanto dei trastulli industri
delle bonacce quanto del balocco
fragoroso di un’onda che mi lustri.
Sono felice, madre. Mi dirocco
con lenta grazia al lavorio dei lustri,
come la bella torre aragonese
che sta all’erta dei turchi. A mese a mese

la luna cresce e cala, ed ho sapienza
d’ogni sua aurora e falce e disco e fase
e tramonto ed eclissi e trasparenza
fra cirri e nembi, e d’ogni alterna frase
della sua gobba, e d’ogni nuova assenza
che affolla il buio di scintille evase
dal carcere di ghiaccio del suo ardore.
Ho sapienza del cielo ed ho sapore

delle stagioni della terra. Torna
a mezzo inverno a tinger primavere
candide in cielo il mandorlo, ed aggiorna
ai fiori gialli le sue semisfere
di ruggine l’euforbia. Mi frastorna
a mezza estate, nelle dolci sere
che il solstizio ammaestra al moto tardo,
un grande fico: assedio con riguardo

la grotta del suo odore, e avvolgo e svolgo
i torti contrappassi a bordo a bordo
dell’ombra frastagliata, e metto e tolgo
le narici all’ampolla, e in arduo accordo
avanzo e arretro, e riaggroviglio e sciolgo
al suo sciroppo il nodo di un ricordo.
Sono felice, madre. Siedo al greto
del liquore in tempesta, al mio segreto

lido della memoria, e siedo calmo.
Non ho veleno al sorso del vissuto
più che al destino che mi solca il palmo
in fini rami. Con sarcasmo muto
pianto il remo nel vaso dello scalmo,
inarco il dorso al mare dell’avuto
e dato, e incido con intatto incanto
i flutti del peccato e dell’infranto.

Mi flagello alle fruste venerande
di re Maestrale, lo aizzo al cimento
della tenzone, cazzo le mie rande
e con le braccia spalancate al vento
faccio di queste spiagge asciutte Olande.
Gioco, dileggio, irrido controvento,
controcanto, ma ho in cuore le primizie
del pesco vecchio, e scelte liquirizie

ardenti alle papille che trapungo.
Non ho morgane in Ninivi o Lutezie,
ma all’orzo della spiaggia mi dilungo
o rido al matto trasudare inezie
dal sesso, solitario come un fungo.
D’orzo e di riso, accendo alle facezie
amori d’occhi e denti, amori snelli
più degli antichi, e ancora più ribelli.
(…)



BIO

Ezio Sinigaglia (Milano, 1948) ha esordito con Il pantarèi (1985), romanzo di culto riproposto nel 2019 dall’editore TerraRossa che ha in catalogo la maggior parte delle sue opere. Dopo un lungo silenzio editoriale Sinigaglia ha pubblicato i romanzi Eclissi (2016), L’imitazion del vero (2020), Fifty-fifty (2021-2022), Sillabario all’incontrario (2023), Grave disordine con delitto e fuga (2024) e le raccolte di racconti L’amore al fiume (2023) e AcroBatiCa (2024). Rilevante, inoltre, il suo lavoro di curatore e traduttore, soprattutto di classici e repêchages (Perrault, Proust, Julien Green, Boileau&Narcejac, Eduardo Galeano, Giuliano Gramigna, Iegor Gran). 




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