Mariachiara Rafaiani | L’ultimo mondo

a cura di

Luigi Riccio

4–6 minuti

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Se «così il mondo finisce / così il mondo finisce / così il mondo finisce / non con uno schianto ma con un lamento», L’ultimo mondo di Mariachiara Rafaiani – recentemente edito da Tlon – è una riprova: dopo l’irreparabile non ci sono grida e forse neanche punti di distinzione, bensì la viscosità di una luce da cui appena fuoriesce qualcosa, relitti che verranno cancellati, speranze di nuovi inizi inimmaginabili. L’apocalisse è insomma il più collettivo dei fatti, nella prassi umana quanto in quella testuale, dove ogni frammento basta appena – con le sue poche energie – a riportarsi a sé stesso, non certo a direzionarsi a nuovi approdi. Ma la tragedia sta altrove, ed è nel principio di ‘tardività’: l’analisi del reale è retroattiva, utilizza la comprensione delle conseguenze per illuminare le cause. Se ciò è vero, a chi resta dopo questa silenziosissima catastrofe è riservato il destino più crudele: alla fine del futuro, cancellata ogni conseguenza, non c’è più nulla da illuminare. Non c’è più neanche il tempo, e nulla da vedere, da essere. Ma qualche mano, in questo miele, dalle zattere, si muove.





da L’ultimo mondo (Tlon, 2025)

Lo immagino disgregato sulle spiagge

come lacci e lembi strappati

da qualcuno in corsa, lo immagino

così il mondo.

Il cielo è diventato grigio

e gli occhi lo scrutano senza pace,

ma arriverà la notte e sarà la notte

di un mondo che non è mai cambiato.

Stringeremo forte i nostri bambini,

sbatteranno le gambe senza fiato

e senza un grido.

Vedo marcire le alghe scure

sui sassi ostili che sono rimasti

fra gusci e scheletri, improvvisi

freddi e terribili caldi. Mentre attendiamo

la notte, una delle notti di questo mondo.

L’ultimo.


+++

Questo castello di sabbia svanirà

in meno di vent’anni. Ho preso una laurea

per potervi dire qualcosa di questi detriti,

residui di città costiere,

budella lacerate.

Anche a noi, non troppo tempo fa,

considerando il tempo dell’universo

che ci regge, sembrava impossibile

non vedersi mai più. Invece:

il mondo finisce,

è accaduto, e non c’è rimedio.

Ce ne andremo in fila.

Ce ne andremo tutti.


+++

L’ultimo mondo è un mondo

che non esiste perché è già passato,

è un mondo che non ha uno spazio

perché lo abbiamo già vissuto.

L’ultimo mondo non arriverà mai,

anche se pregheremo per lui

e lo pregheremo di sorreggerci.

Quando lo supplicheremo

di esistere, di essere qui,

lui non ci sarà, non verrà mai.

L’ultimo mondo è un desiderio

che spezza le case.

Questo è l’ultimo mondo per me

il ricordo di te,

sul mio ventre, su tutta la mia pelle,

su di me.


+++

I dolori una luce.

Il braccio che si tende e si flette

per indicare, per dire basta.

Il legno ruvido di un tavolo,

il piede levigato di una statua.

Un ramo che ostruisce il cammino

neanche snocciolasse

spighe dorate di grano,

o bloccasse l’avvenire di una morte.

Ti prendo la mano e muoio con te.

La sabbia scivola come un fiume

tra le fessure delle dita.

L’incanto è una consistenza,

un’inclinazione verso la fine,

il viola acceso di una sera

o di una porta.

Questo in un mattino improvviso.


+++

Mi viene incontro tutta uguale,

diversa da tutto ciò che conosco,

ed è senza riposo e senza fame,

distesa sul monte, da qui si vede

il mare. Non parlarmi sto tentando

di capire il suono, la stagione,

la sensazione spenta di tornare.

Anche Europa subito non seppe

quanto è grande il Dio e quanto può,

troppo presto madre e derubata.

Voglio godermi il poter capire

quanto dura il gioco

se l’inizio è sempre fine.


+++

È tornata a ricordarmi

la luce. E io indecisa

su un appuntamento,

un’uscita all’alba.

Ricordo le varie fasi dell’acqua

nel giorno, le varie luci

del giorno, e il suo consumarsi.

E lei a ritirarsi e salire,

a prendersi lo spazio, i nostri

oggetti, il tempo.

I sassi chiari, le alghe

fluttuanti o secche.

C’era da scorticarsi le dita

e rompersi le unghie,

lacrimare tutto il sangue

delle mani.

Se solo fossimo stati bravi,

se solo fossimo stati capaci,

di tirarle via.


+++

Il Compianto sul Cristo morto

del Bellini è una zattera.

Si aggrappano alcuni alla Crocifissione

e apoteosi dei diecimila martiri

del monte Ararat del Carpaccio.

Quando tutti insieme stavamo

nelle stanze vuote e silenziose

dell’Accademia

con quel soffitto altissimo

e anche io in continue

ricorrenze e occasioni

per vivere un po’ di più.


+++

Primo post scriptum

Isola di Procida

Mi dici voglio restare qui,

dall’altra parte del mondo,

oppure dormire per sempre.

Mentre vedo uscire dal mare

piccoli granchi neri, sulla pietra

nera.

*

Sento che potrei scendere

da un traghetto qualsiasi

e dirti sono io.

Ma siamo già questo vento che fischia

nella piccola via

nella piccola sera.

Mi guardi da così lontano.

Non sono io.

Non sono qui.

*

Un attimo e gli inglesi

si tuffano.

Una foto di una città

dove sono stata o dove

vorrei essere.

Non vedi la danza serale

dei granchi, nel loro banchetto

di pietra.

È il tuo momento di luce,

non sei mai stata come ora,

non c’è mai stata questa luce.

È la tua luce,

meglio di qualsiasi cosa.

*

Non posso dirtelo,

è così strano.

Io ero in piedi con la pelle tutta scoperta,

piena di sale.

Io ero in piedi sulla roccia nera.

Ti dicevo,

guarda i granchi neri,

li vedi?

Sulla roccia nera.

Siamo noi il tempo profondo della Storia,

ti dicevo.

Guardaci,

siamo stati anche questa roccia.

*

Dove siamo quando parliamo d’altro,

quando non parliamo.

Ti dico, tremo sotto questa pioggia.

Senza nascondermi,

sotto casa,

tu che dici: ho letto,

eccomi qui.

Io che dico:

non parlavo di te,

non ancora.

E tu:

non importa, non ancora,

volevo farlo comunque.


Mariachiara Rafaiani (Recanati, 1994) svolge attività di ricerca in letteratura latina, collabora con diverse riviste e si occupa di comunicazione culturale. Sue poesie sono apparse su riviste italiane e internazionali.



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