Se «così il mondo finisce / così il mondo finisce / così il mondo finisce / non con uno schianto ma con un lamento», L’ultimo mondo di Mariachiara Rafaiani – recentemente edito da Tlon – è una riprova: dopo l’irreparabile non ci sono grida e forse neanche punti di distinzione, bensì la viscosità di una luce da cui appena fuoriesce qualcosa, relitti che verranno cancellati, speranze di nuovi inizi inimmaginabili. L’apocalisse è insomma il più collettivo dei fatti, nella prassi umana quanto in quella testuale, dove ogni frammento basta appena – con le sue poche energie – a riportarsi a sé stesso, non certo a direzionarsi a nuovi approdi. Ma la tragedia sta altrove, ed è nel principio di ‘tardività’: l’analisi del reale è retroattiva, utilizza la comprensione delle conseguenze per illuminare le cause. Se ciò è vero, a chi resta dopo questa silenziosissima catastrofe è riservato il destino più crudele: alla fine del futuro, cancellata ogni conseguenza, non c’è più nulla da illuminare. Non c’è più neanche il tempo, e nulla da vedere, da essere. Ma qualche mano, in questo miele, dalle zattere, si muove.
da L’ultimo mondo (Tlon, 2025)
Lo immagino disgregato sulle spiagge
come lacci e lembi strappati
da qualcuno in corsa, lo immagino
così il mondo.
Il cielo è diventato grigio
e gli occhi lo scrutano senza pace,
ma arriverà la notte e sarà la notte
di un mondo che non è mai cambiato.
Stringeremo forte i nostri bambini,
sbatteranno le gambe senza fiato
e senza un grido.
Vedo marcire le alghe scure
sui sassi ostili che sono rimasti
fra gusci e scheletri, improvvisi
freddi e terribili caldi. Mentre attendiamo
la notte, una delle notti di questo mondo.
L’ultimo.
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Questo castello di sabbia svanirà
in meno di vent’anni. Ho preso una laurea
per potervi dire qualcosa di questi detriti,
residui di città costiere,
budella lacerate.
Anche a noi, non troppo tempo fa,
considerando il tempo dell’universo
che ci regge, sembrava impossibile
non vedersi mai più. Invece:
il mondo finisce,
è accaduto, e non c’è rimedio.
Ce ne andremo in fila.
Ce ne andremo tutti.
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L’ultimo mondo è un mondo
che non esiste perché è già passato,
è un mondo che non ha uno spazio
perché lo abbiamo già vissuto.
L’ultimo mondo non arriverà mai,
anche se pregheremo per lui
e lo pregheremo di sorreggerci.
Quando lo supplicheremo
di esistere, di essere qui,
lui non ci sarà, non verrà mai.
L’ultimo mondo è un desiderio
che spezza le case.
Questo è l’ultimo mondo per me
il ricordo di te,
sul mio ventre, su tutta la mia pelle,
su di me.
+++
I dolori una luce.
Il braccio che si tende e si flette
per indicare, per dire basta.
Il legno ruvido di un tavolo,
il piede levigato di una statua.
Un ramo che ostruisce il cammino
neanche snocciolasse
spighe dorate di grano,
o bloccasse l’avvenire di una morte.
Ti prendo la mano e muoio con te.
La sabbia scivola come un fiume
tra le fessure delle dita.
L’incanto è una consistenza,
un’inclinazione verso la fine,
il viola acceso di una sera
o di una porta.
Questo in un mattino improvviso.
+++
Mi viene incontro tutta uguale,
diversa da tutto ciò che conosco,
ed è senza riposo e senza fame,
distesa sul monte, da qui si vede
il mare. Non parlarmi sto tentando
di capire il suono, la stagione,
la sensazione spenta di tornare.
Anche Europa subito non seppe
quanto è grande il Dio e quanto può,
troppo presto madre e derubata.
Voglio godermi il poter capire
quanto dura il gioco
se l’inizio è sempre fine.
+++
È tornata a ricordarmi
la luce. E io indecisa
su un appuntamento,
un’uscita all’alba.
Ricordo le varie fasi dell’acqua
nel giorno, le varie luci
del giorno, e il suo consumarsi.
E lei a ritirarsi e salire,
a prendersi lo spazio, i nostri
oggetti, il tempo.
I sassi chiari, le alghe
fluttuanti o secche.
C’era da scorticarsi le dita
e rompersi le unghie,
lacrimare tutto il sangue
delle mani.
Se solo fossimo stati bravi,
se solo fossimo stati capaci,
di tirarle via.
+++
Il Compianto sul Cristo morto
del Bellini è una zattera.
Si aggrappano alcuni alla Crocifissione
e apoteosi dei diecimila martiri
del monte Ararat del Carpaccio.
Quando tutti insieme stavamo
nelle stanze vuote e silenziose
dell’Accademia
con quel soffitto altissimo
e anche io in continue
ricorrenze e occasioni
per vivere un po’ di più.
+++
Primo post scriptum
Isola di Procida
Mi dici voglio restare qui,
dall’altra parte del mondo,
oppure dormire per sempre.
Mentre vedo uscire dal mare
piccoli granchi neri, sulla pietra
nera.
*
Sento che potrei scendere
da un traghetto qualsiasi
e dirti sono io.
Ma siamo già questo vento che fischia
nella piccola via
nella piccola sera.
Mi guardi da così lontano.
Non sono io.
Non sono qui.
*
Un attimo e gli inglesi
si tuffano.
Una foto di una città
dove sono stata o dove
vorrei essere.
Non vedi la danza serale
dei granchi, nel loro banchetto
di pietra.
È il tuo momento di luce,
non sei mai stata come ora,
non c’è mai stata questa luce.
È la tua luce,
meglio di qualsiasi cosa.
*
Non posso dirtelo,
è così strano.
Io ero in piedi con la pelle tutta scoperta,
piena di sale.
Io ero in piedi sulla roccia nera.
Ti dicevo,
guarda i granchi neri,
li vedi?
Sulla roccia nera.
Siamo noi il tempo profondo della Storia,
ti dicevo.
Guardaci,
siamo stati anche questa roccia.
*
Dove siamo quando parliamo d’altro,
quando non parliamo.
Ti dico, tremo sotto questa pioggia.
Senza nascondermi,
sotto casa,
tu che dici: ho letto,
eccomi qui.
Io che dico:
non parlavo di te,
non ancora.
E tu:
non importa, non ancora,
volevo farlo comunque.
Mariachiara Rafaiani (Recanati, 1994) svolge attività di ricerca in letteratura latina, collabora con diverse riviste e si occupa di comunicazione culturale. Sue poesie sono apparse su riviste italiane e internazionali.









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