da L’animale estremo (Interno Poesia, 2025)
*
un disastro di fuliggine e cenere
dev’essere stato così
il primo giorno
la costruzione e la rovina
assediando la pianura
poi, di getto, lì in mezzo
la torre
questa sfida infinita
per confondere il destino
della gente
e tra la faglia e lo psavento
erigere una città
un limite intimo
dove vivere è la nostra condanna
*
un giorno la terra è sparita.
Regnano gli edifici lucenti come dei paladini.
Nessun giardino, nessun prato,
nessuno spazio dove i cani possano essere dei cani.
Neanche questo.
Chiedersi quanti prigionieri entreranno
dentro, nelle carcasse vuote.
Davanti al nulla che resta, ti ricordi del melo,
unico superstite della tua infanzia,
e ne hai le lacrime agli occhi.
Era lui la stella vicina,
l’astro immobile nel verde
che faceva ruotare il mondo
e il mondo in te era ben poca cosa:
era erba, era vertice e grazia
*
guardare attraverso la finestra
è come puntare gli occhi contro il sole:
lo sguardo coglie solo le rifrazioni,
indizi di una vita smerigliata;
sullo schermo, invece,
le parole riflettono mondi
in rotazione,
caleidoscopio d’ombre
che girano attorno al fuoco
a rischiarare luoghi sconosciuti
verso dove vaghiamo
da sempre in preda
all’istinto di animale estremo,
ostaggi dei cristalli
e della calcite
Sulle rive svizzere del lago Ceresio
di giorno lo stesso lago ci porge
un paesaggio sempre più sfumato.
oltre il vetro non c’è nessun umano.
Il mio viso sul dorsale dell’ombra
si gira dalla parte dell’angoscia:
(sull’altra sponda
c’è il vortice della storia,
saperlo è accettare
il verdetto dell’insonnia)
poi come ogni mattino
ci svegliamo, storditi:
hanno ritrovato due cigni
inermi sulla riva, deformi,
uccisi a bastonate sul cranio
Impronte IV
Disegnare il mondo
graffiare sul mondo il mondo
poi
far ritorno alla pietra
leggere nella pietra
il senso del mondo
e la durata nella pietra
In quest’ultima raccolta di Prisca Agustoni l’esergo di Zanzotto in apertura fa da bussola: Quanto colmo è stato quell’indietreggiare nell’eterno, da Postremi luoghi del Galateo in bosco, in Sovrimpressioni (Mondadori, 2001). Non possiamo non pensare allo sgomento che attiva la poesia di Zanzotto, il momento in cui la storia umana scopre il tempo altro della paleontologia, della geologia, del minerale; scoperta di cui si è poi appropriata una certa poesia ecologica che nel trattare della natura turbata (come la chiama Niccolò Scaffai in Poesia e ecologia in Oblio, XII, 45) sta facendo in realtà i conti con lo strato più recente di quelli che sono andati ammassandosi uno sull’altro lungo milioni di anni. Scaffai porta anche il caso di Pusterla, che aveva firmato la prefazione al precedente libro in italiano di Agustoni, Verso la ruggine, e mette in luce il suo modo di procedere in questo senso, evideziando come nel paesaggio dei suoi versi origine remota e disastro incombente si conciliano; di nuovo, lo sconcerto della Storia che si rende conto di essere poco più di un istante dentro la Geologia. Quello che Agustoni fa in L’animale estremo è assolutamente in linea con questo incontro fra origine remota e disastro incombente, a partire dalla prima sezione, dove leggiamo di fila prima una poesia in cui si constata che domiamo il fuoco e leggiamo gli astri / dallo schermo di nostri cellulari […] mentre diamo forma a una storia / nuova, rottame su rottame e subito dopo in quella successiva indietreggiamo come dei granchi / dalla scrittura delle parole / alla scrittura delle cose // di fronte alle macerie di questa nuova Uruk. Il cortocircuito fra cellulari e Uruk, che spiccano rispetto al registro consueto del libro, è sicuramente indice di questo avvicinamento fra disastro e origine; non è casuale allora che in questa sede si ripresenti l’indietreggiare dell’esergo. Se nel libro precedente veniva messo il disastro ambientale del 2016 in seguito al crollo di una diga della società mineraria Samarco che aveva riversato tonnelate di detriti nel fiume Watu in Brasile, in questo libro la catastrofe non è per qualcosa che cede, ma per qualcosa che viene costruito: complessi abitativi al limite dell’abuso edilizio che stravolgono i luoghi circostanti. Nella nota Agustoni chiarisce che questo libro “è nato dalla necessità di manifestare il mio spavento davanti all’ennesimo cantiere sorto nei dintorni di un quartiere immerso nel verde della città brasiliana dove vivo da anni“, per poi “indietreggiare” a sua volta ripercorrendo in senso inverso le case abitate, dal già ricordato quartiere immerso nel verde (la prima sezione del libro) in Brasile a “un monolocale anonimo di una grande città francese” (la terza sezione deli libro), per poi finire nell’inizio sulla sponda svizzera del lago Ceresio, luogo dell’infanzia (la quarta sezione del libro). In quest’ultima sezione alla poesia sul lago Ceresio (la penultima di quelle selezionate sopra) segue una serie di testi di ambientazione preistorica, ispirati dalle impronte di dipinti rupestri visti in Patagonia, Caverna delle mani / Cueva de las manos, c. 7000-13000 a.c. Per esempio: il mondo ha la dimensioni della mia mano / aperta, evento interminabile: // la prima parola / esule del mondo, // l’ultima a sparire // sì, il mondo nasce dalla mia lingua / silenziosa, minerale. In questo modo si è indietreggiati/e fino ad arrivare alla preistoria: più indietro di così dove si può andare? Fino alla lingua, intesa come fatto antropologico, che fa le sue apparizioni nel corso del libro e a cui è dedicata l’ultima sezione, quella più programmatica: far implodere la lingua / madre come torre che crolla / dal nulla […] incollare i cocci / della lingua morta […] siamo figle di una lingua / mutante. In quest’ultima sezione ritroviamo, a confermare una forte intenzione strutturale lungo tutta la raccolta, il cane, che ormai è un po’ un animale guida di questo libro, dato che lo avevamo incontrato nel primo testo: Non lo sapevi, ma la città è un animale che sopravvive a digiuno da giorni, e scava dentro di te come un cane che scava nella terra. Ora, nella penultima poesia, lo vediamo completare la sua azione di scavo. Cosa cerca un cane quando scava nella terra? Riporto il testo per intero:
In dialogo con Agota Kristof
cette langue qui tue ma langue maternelle:
la lingua nemica
entra dall’udito e scorre
fino all’aorta
dove aspetta e ringhia
-cane che scopre
l’estraneo in agguato
dietro la porta
e latra e morde l’osso
della lingua morta-
così l’operaia ungherese
come una Penelope
tesse nel suo quaderno
una lunga narrativa
sull’inferno
mentre aspetta
il ritorno della lingua
recisa,
la certezza della scrittura
come unica dimora
bozza eterna
in una lingua storta
Con l’errore nella lingua che opera come bozza eterna / in una lingua storta io non posso fare a meno di pensare a La specie storta (Tlon, 2023) di Giorgiomaria Cornelio, all’idea di una poetica condivisa della stortura, linguistica o no, come resistenza alla maniera di una pianta che “infesta” una parete dura e minerale crescendole attorno “storta”. Questa germinazione irregolare ma ostinata ha nelle rime del testo un suo riflesso: le prime strofe, dopo il verso di apertura in francese, rimano in -orta nell’ultimo verso: aorta, porta, morta; segue una rima quaderno:inferno che sembra aprire una nuova serie, che manca (e infatti noi davvero aspettiamo il ritorno della lingua [rima] / recisa), per poi nella penultima stanza ritrovarci con “dimora”, che per una “t” non si riallaccia alla sequenza, completata comunque dall’ultima strofa, che nel primo verso presenta un consonantismo “esterna” coi rimanti quaderno:inferno, e nel secondo finalmente, con “storta”, la rima in -orta che chiude la poesia in maniera imprevista. Una bella attenzione di questo tipo al testo si trova lungo tutto il libro, ed è sicuramente uno dei suoi punti di forza. C’è pure nel corso di cinque pagine una concentrazione di incursioni alla Padre Pozzi nel carme figurato, volendo: a pagina 17, dove una poesia sembra assumere la forma del mattoncino lego di cui parla, col tipico “bottoncino” superiore, alle pagine 20 e 21, con attacchi quasi identici (Questi esseri primitivi hanno adesso delle braccia e hanno ormai un corpo): la poesia pagina 20 parla di carne, la poesia a pagina 21 di scheletro e sembra configurarsi visivamente come lo scheletro (scarno) dell’altra; infine a pagina 19 c’è un verso scaleno che fa un guizzo un po’ sospetto in una poesia in cui la città è una biscia incandescente (e non un’anguilla renana), per concludere con un altro animale un po’ storto, che striscia adattandosi al suolo e si infila negli anfratti, che insieme agli altri due fa: biscia, cane, granchio; strisciare storto, scavare, indietreggiare. La criticità che segnalo è il rischio di un sistema come quello dei Quattro quartetti eliotiani. Infatti, tra l’immaginario preistoria-culla della civiltà di Agustoni e quello vedico di Eliot (Uruk e Krishna), e con una concezione del tempo (siamo la scrittura / emersa dal tempo o la mera / traduzione del futuro?) che gira così tanto at the still point of the turning world in Eliot, in Agustoni l’astro immobile nel verde // che faceva ruotare il mondo (cito dalla seconda poesia riportata di sopra per intero, stasi e rotazione che si rapportano) c’è veramente il pericolo di una poetica che potrebbe finire per configurarsi conferma di se stessa nella propria immobilità scambiata per eternità; non è per forza il caso di questo libro, ma è un rischio insidioso che soprattutto chi legge, questa raccolta o altre, farebbe meglio a tenere presente.
Prisca Agustoni è nata a Lugano e dal 2003 vive tra il Brasile e la Svizzera. Lavora come docente titolare di letteratura italiana e comparata presso l’Università Statale di Juiz de Fora, in Brasile, e collabora come traduttrice e consulente per diverse case editrici brasiliane e portoghesi. Poeta multilingue, ha pubblicato libri in italiano, francese e portoghese, le sue lingue di scrittura e di vita, e sue poesie sono state tradotte per numerose antologie o riviste straniere. Tra le sue pubblicazioni più recenti, si ricordano i libri scritti in francese Le déni (2012); Un ciel provisoire (2015, finalista Prix Lettres Frontières); animal extrême (2025); i libri scritti in portoghese O mundo mutilado (2020, finalista Premio Jabuti); Pólvora (2022) e O gosto amargo dos metais (2023, Premio città di Belo Horizonte; Premio Oceanos Poesia). In italiano ha pubblicato, tra gli altri, i titoli l’ora zero (la gialla, podernonelegge/ Lietocolle, 2020); la plaquette Lingua sommersa (2021) e Verso la ruggine (Interlinea, 2022; Finalista Premio Fortini; Premio Svizzero di Letteratura). I testi a seguire sono estratti da L’animale estremo (Internopoesia, 2025), uscito nell’ultima settimana.









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