in copertina foto di Berenice Valerio
Per una tanato-prassi poetica | Berenice Valerio
Estratti + Inedito
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Leggendo i testi del secondo volume de La poesia che si fa città (Zacinto, 2024), non è raro trovare qualcosa di interessante, qualcosa che ci possa sorprendere. Può capitare infatti di imbattersi in testi di ogni tipo, testi che guardano con un occhio interessato al mondo e che “con l’occhio dell’altro” (Atzori, 2025) trovano e hanno trovato una giusta forma per esprimersi. Tra questi testi però ci si può imbattere anche nei testi di Berenice Valerio, testi che squarciano in un modo unico la realtà e il mondo che li ospita, il nostro. Il confronto su cui si sviluppa la scrittura di Berenice viene da un tendere-verso, un intraversare per intenderci, con l’occhio e la voce di un Altro, assoluto e scisso da quei soliti legami con il concreto vivere, scisso cioè dai normali e convalidati legami con tutto ciò che è semplicemente vivo, con tutto ciò che si potrebbe pensare morto. Questo è il primo punto: Berenice viaggia nell’interstizio di tutto ciò che non è necessariamente-morto (improbabile), di tutto ciò che non è semplicemente-vivo (plausibile).
Racchiusi all’interno di un circondario di testi legati, sempre e in qualche modo, alla materia del quotidiano, non è scontato poi notare come questi testi siano capaci, proprio attraverso questo inserirsi nel mezzo dell’antologia, di accrescere notevolmente il proprio potenziale, di creare cioè uno shock unico nel lettore, rompendone il suo orizzonte di attesa, strabordando, andando quindi oltre gli argini di ciò che lo stesso lettore potrebbe assumere e pensare verosimilmente come prevedibile o come possibile, -esperienza; procedendo quindi, per via di questo oltre, al di là tutto ciò a cui ci siamo forse troppo abituati a leggere oggi in poesia. C’è da chiedersi, con Berenice, esistono quindi nuovi metodi che possono essere esplorati e che raramente (se non per nulla) vengono portati avanti o sviluppati nella nuova giovane poesia (generazione ’89-’99)? Probabilmente, quasi sicuramente, si.
E a partire cioè da questi presupposti che Berenice, in questo libro, si ritaglia il suo spazio, squarciandone il tessuto, ampliando le possibilità dell’intero volume verso la costruzione (rivelazione) di uno spazio nuovo, di uno spazio unico nel testo. Oltre il grande spettro formale o contenutistico, in questi versi dell’autrice c’è infatti qualcosa che va storto, non-come-dovrebbe. È evidente, c’è da pensare, leggendo, che qui c’è qualcosa proveniente dall’esterno; qualcosa di proveniente da un Altro (poetico o meno); qualcosa di non-ancora-del-tutto-visibile, di inquadrabile distintamente; qualcosa di assolutamente non familiare, di scomodo alla ben convalidata postura poetica. Può quindi solo essere corretto pensare all’irruzione dei testi di Berenice in La poesia che si fa città come all’irruzione di un’entità weird al pari di ciò che avviene alla comparsa di certe “apparizioni animalische” durante la visione di un film di Buñuel, all’intromissione cioè di qualcosa di estremamente vivo, significativo, dove mai ce lo saremmo aspettati; alla scoperta insomma di qualcosa di nuovo e sconosciuto sotto il tavolo della nostra sala da pranzo, dietro la porta socchiusa della nostra stanza o dentro persino il buio così familiare del nostro armadio di pensieri e aspettative.
Proveniente dall’esterno, da qualcosa di non-identificato, di non familiare, e che, per questo, risulta, nel suo esperire, come qualcosa di nuovo, di assurdo, di strano, di alieno alla realtà assodata dagli individui al pari di un intruso, l’atto-scrittura di Berenice si fa avvertire inevitabilmente come se un elemento, soggetto estraneo, si fosse imbucato alla nostra festa, costringendoci a non poter fare altro che accettarlo, farne insomma esperienza. Senza avere il tempo o il modo neanche di chiederci perché, può esserci allora, in questo gioco, l’emergere forse di una nuova tanato-prassi poetica, di una quasi-vera quanto più in-certa tanatoestetica della poesia? Probabilmente, quasi sicuramente, si.
da Tabula defixionis (La poesia che si fa città vol.II, Zacinto, 2024)
+ + +
Sarebbe meglio non scrivere
di questo
ma ho visto un dipinto e pensato
al suo nome.
In questo dipinto c’era un corpo
contorto
pube sporco di sangue,
colava dalle spine nei fianchi
conficcate.
Voleremo in alto, alati
come galline.
La sua lapide è circondata da robaccia e fiori appassiti, a cui questi versi si uniranno:
La luna è crescente
la cagna impazzisce
tre bicchieri di bolle
mezzo litro di sangue
per una volta non mi fa schifo
niente.
+ + +
Devo prendere le gocce per stare buona. Per non parlare mai d’amore. Per non confessare che ho ammazzato il suo sogno. La sua Kate Moss. Le ho spezzato le gambe come a una bambola di plastica.
Questo era l’odore della tua carne.
Mordo il rubino. A denti rotti, a te sola, racconto i miei sogni:
Gioco con i pagliacci
di pezza, lanciandoli
fuori dalla finestra.
Sapete camminare adesso?
Si alzano in piedi e corrono
goffi
verso la foresta.
+ + +
Maschera di carne penzola
sghemba dalla fronte, senza sopracciglia
mi guarda.
Ho un canovaccio che le somiglia
le sfrego via gli occhi
vedo in lei quel grumo di carne
il mio cuore ripieno
di corpi con la febbre.
Adesso che una di noi è morta possiamo parlarci come mai avremmo fatto da vive. Circondate da fiori secchi. Non sono una vittima, non sono una stronza in croce. Ho spezzato la bambola. Ho appeso la bestia. Il nero non è mai stato una minaccia ma un mantello, una coperta; è un nero che brilla: sulle mie labbra e sulle tue che ho dipinto, sulle unghie che mordi, sui tuoi lineamenti beffardi, insensati. Li ho dimenticati, come fossero insulti scagliati di notte contro il muro del sonno. Li ho dimenticati perché non li ho mai visti. Perché non ho mai insultato nessuno. Ma al muro del sonno ho sussurrato cose, come un abile chirurgo ho giocato con chi dorme; rimosso maledizioni dal cuore di alcuni per piantarle nella schiena di altri.
Vi parlerò d’amore quando tutto il sangue sarà sgorgato, e non potrete più ascoltare. Sono contenta di non averti mai conosciuta.
Vi presento un’amica, dice:
vedrai, è una persona squisita.
Peccato, ho venduto l’argenteria.
Annoiate e risentite decidiamo
di estirparla, come un’erbaccia.
Uno sguardo digitale alla sua vetrina
curata, da bambina che fa i compiti
e sul vetro li struscia
basta per capire che, in quanto rapa,
va bollita. Ammirazione mal riposta
mia cara. L’argenteria non sarebbe servita.
Parlo ai cadaveri. Strane presenze nell’aria mentre abbottono i golfini, sistemo fili di perle sui colli grinzosi, spingo il cotone nei loro orifizi con le pinze. Bisogna fare molta attenzione alla formalina: è tossica.
Piaccio ai cadaveri perché non mi fanno schifo. Non mi fanno paura. Nemmeno tu, ora che sei morta, mi fai più schifo. Ti voglio quasi bene, addirittura.
Per questo ti racconto ciò che ho visto, a te che non puoi capire.
A te, che hai il cervello pieno di vermi.
Brintellix sei gocce | Berenice Valerio
Inedito
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Non scendiamo dalla luna perché là sotto non c’è nulla. Lo sappiamo perché ci siamo già stati. Le parole sono imbarazzanti. La comunicazione efficace è come un tendere le mani schifoso, raccapricciante e, in ultima analisi, inutile. Battiamo i moncherini su ogni superficie piana. Dovremmo essere più fluo. Incandescenti. Raggiungere temperature inaccettabili. Bullizzare la realtà. Cyberbullizzare la realtà. Eventualmente, imparare a truccarsi con i piedi; o trovare un pazzo scellerato (con le mani, però) che lo faccia al posto nostro. La luna coi tacchi scende dal cielo e calpesta le nostre dita putrefatte, con le unghie a mandorla e lo smalto taupe. Ho trovato un pazzo scellerato (con le mani) che scriva al posto mio. Spero che finga di farlo, che invece di ascoltare ciò che gli detto batta le dita a caso sulla tastiera mentre pensa alla sua ragazza, ai suoi videogiochi, al fatto che probabilmente farà una bruttissima fine.
Lui, non la sua ragazza.
Spero non scriva nulla di quello che dico, che riempia pagine e pagine con la frase
questa è pazza.
Questa è completamente pazza.
+ + +
Su un letto troppo stretto
per i miei arti da gigantessa
ho eletto guardiano un coniglio nero;
la tua maglia: il suo mantello.
Brintellix sei gocce
stasera una di troppo
siamo noi due soli
in una scatola nera
cavie di qualche divinità. (crudele)
Sono chiusi i cancelli del sonno.
Mi annoia il sesso
sputerei su ogni suo volto.
Non ho bevuto, purtroppo
subisco questa giornata (questa vita)
fino all’ultima goccia
amara
e disgustosa.
+ + +
Sentivo miagolare un gattino. Seguendo quel verso l’ho trovato sepolto, mezzo morto, con la pancia piena di vermi. L’amore della mia vita mi è morto negli occhi, tutto sporco di terra. Avrei preferito continuare a dormire. Sognavo l’alba e mi ha svegliato il buio, interrompendo un susseguirsi di serate in poltrona con la lana nel petto, ma nessuno che sferruzza.
Ancora mi dondolo in un nome, negli occhi neri di ossidiana che umiliano il mio marciume, nel profumo della pelle senza note di decomposizione, in una potente maledizione, somministrata intruglio dopo intruglio, pozione dopo pozione. Avrei preferito continuare a dormire. Ancora ho sete, ripensando al nostro sangue mischiato con l’alcol. Un’oliva trafitta. Avreste dovuto lasciarci dormire. Al buio, lontano dalle fetide carni dei mortali, non possiamo dare le risposte che cercate. Non possiamo nemmeno mentire.
Ho ancora sonno.
Non tutti i morti hanno qualcosa da dire, ma alcuni hanno ancora sete.
Chiudi la porta e lasciami dormire.
Berenice Valerio (1994) si è laureata in Filosofia del linguaggio presso l’Università di Bologna, con una tesi sul metodo immaginativo in Wittgenstein. Lavora come operatrice funebre e ha conseguito il diploma di tanatoprassi e tanatoestetica presso i “Tanatori de les Corts” a Barcellona.









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