in copertina foto d’epoca di Mina Loy
Lost Lunar oltre la sua fascinazione | Mina Loy
Una lettura + Estratti
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Come si può leggere nell’introduzione del 1996 di Roger L. Conover, di Mina Loy si dice sia stata «futurista, dadaista, surrealista, femminista, artista concettuale, modernista, postmoderna, e nulla di tutto ciò […] Indossava la femminilità come una maschera […] Sapeva una cosa o due sulla costruzione del mito, e sapeva qualcosa riguardo il violare le regole del discorso eterosessuale […] Stava volontariamente tracciando una sottile linea di disastro prosodico, solo, per salvarsene volta dopo volta all’ultimo momento, come una ballerina dotata di un talento naturale tendenze dionisiache, per farci comprendere che il disagio può essere un effetto desiderato, poiché nella sua risoluzione – la ripresa – è in grado di fornire maggiori tensione e sollievo». Ciò che però risalta maggiormente a un occhio esperto (che guarda alle cose “assolutamente”) è l’interiorizzazione, al di là di ogni fascinazione, di un principio fondamentale del vissuto e del poietico, di un principio che ancora oggi fa estrema fatica a guadagnarsi anche il minimo spazio all’interno del discorso poetico contemporaneo, all’interno cioè della sua produzione e riproduzione.
La scrittura di Loy è infatti un raro esempio di poesia, uno di quei pochi in grado di mettersi in gioco e fare i conti con la storia, con il blocco storico che tutt’ora, a distanza di un secolo, si impone su di noi e che attende disperatamente, oggi più che mai, la sua fine, il suo più veritiero quanto definitivo superamento. Quello di cui si sta parlando è e non può quindi essere altro che il profetizzato – a partire da Nietzsche e proseguendo con Bataille, Deleuze e Lefebvre – superamento delle logiche hegeliane, delle sue quanto più false costruzioni dialettiche basate su binarie differenze e univoche sintesi risolutive. In Loy non esiste sintesi bensì il conflitto e il desiderio, l’affermazione del vissuto, del momento che esce dalla gabbia del cogito cartesiano.
I testi qui selezionati rimandano quindi proprio a quel principio fondamentale, quello secondo cui «se a volte qualcuno parla ingenuamente, nessuno scrive innocentemente […] Il desiderio, il vissuto (disconosciuto e che non si capisce) rientra nel campo della poesia», poiché l’autenticità si estrae dal conflitto, dal vissuto che non si risolve mai se non attraverso la sospensione, non-vita (falso dominio più dell’idea che dell’esperienza), o, al più e quanto più tristemente, attraverso un annullamento come morte, fine-vita (unica condizione in cui ci si può permettere forse di non-scrivere-più, almeno non più sullo stesso piano degli altri viventi). Loy è consapevole di tutto questo e afferma tra le righe: l’unica cosa che ci è concessa in una vita è sempre, quindi ancora una volta, la possibilità, l’affrontare pienamente e autenticamente quel grande mare che ci sta oggi così aperto dinnanzi.
Nel quotidiano, vissuto, infatti l’individuo non può che fornire traccia del conflitto, restituirne cioè, nel pieno delle proprie possibilità, gli esiti più prossimi all’interno di quel pendolo vitale tra conflitto e desiderio; mostrarne insomma, al massimo grado di ciò che è concesso, l’interezza di quel vivere autentico, cercare di tradurne il senso. E bisogna allora qui ricordare (nuovamente): «Chi produce un senso? Chi rischia». Che cosa? La rottura col sapere (cogito) e col potere, quella grande salvezza che inaugura il salto nel possibile (virtuale + reale), il palesare, rendere possibile nel possibile di una vita, l’implicazione della rottura, la trasvalutazione di tutti quei valori quanto più falsi e imposti dal sistema, dalla sua egemonia.
E su Loy, e sulla sua scrittura, che quindi insiste una necessità: affermare con chiarezza, al contrario di quanto si dice, che la poesia prende piede dal vissuto, dalla sua dimensione cioè più autentica (poietica), rigettando proprio per questo ogni tentativo di fascinazione – la stessa di cui Loy è affetta sia come scrittura del femminile-femminista quanto come scrittura di una poesia duchampianamente provocatoria. Leggendo Loy, c’è allora e deve esserci piuttosto la necessità di porsi un quesito molto più importante: cosa sarebbe successo in Europa se al posto di Pound e Eliot, a quel tempo, avessimo avuto la possibilità di leggere come capostipiti del pensiero letterario e non solo, scrittori come Pessoa e Loy stessa (?).
da The lost luna Baedeker (Rina edizioni, 2022)
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FUTURISMO X FEMMINISMO
la quadratura del cerchio (1914-1920)
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PARTO
Sono il centro
Di un cerchio di dolore
Che eccede i propri limiti in ogni direzione
Le occupazioni del pallido sole
Non hanno niente a che fare con me
Nel mio congestionato cosmo d'agonia
Dal quale non c'è fuga
Negli spasmi nervosi prolungati all'infinito
O nella contrazione
Verso il puntiforme nucleo dell'essere
Individuale un'irritazione fuori
È dentro
Dentro
È fuori
L'area sensibile
È identica all'estensione
Dell'intenzione
Sono la stonatura
Nell'armonia delle potenzialità fisiologiche
Alle quali
Con autocontrollo
Dovrei essere assonante
Col tempo
Il dolore non è maggiore della forza che gli si oppone
Il dolore si risveglia
La lotta è ad armi pari
La finestra aperta è riempita da una voce
Un ritrattista alla moda
Corre su per le scale all'appartamento di una donna
Cantando
«Tutte le donne sono graziose
Tutte le donne sono carine
Sian riccioline
Oppure—»
Nel retro dei pensieri cui permetto di fissarsi
L'idea Brutale
Perché?
L’irresponsabilità del maschio
Lascia la donna alla sua superiore Inferiorità
Corre su per le scale
M'inerpico per una distorta montagna d'agonia
D'improvviso esaurito il controllo
Raggiungo la cima
E sprofondo gradualmente nell'attesa
Del riposo
Che non arriva mai
Un'altra montagna sta crescendo
E pungolata dall'inevitabile
Dovrò attraversarla
Attraversando me stessa
Qualcosa nel delirio delle ore notturne
Si fa confuso mentre l'intensificarsi della sensibilità
Sfuma i bordi dello spazio
Aiuta l'evasione del delimitato
È il gorgoglio di una selvatica bestia crocifissa
Che viene da lontano
E la bava sopra i muscoli tesi di una bocca
Non mi fa parte
C'è un culmine alla sensibilità
Quando il dolore si sorpassa
Diventa Straniero
E l'io riesce a unificare i poli positivo e negativo
della sensazione
Unendo le forze opposte e antagoniste
In una lasciva rivelazione
Rilassamento
Negazione di me come unità
Intermezzo vuoto
Avrei dovuto vuotarmi di vita
Per dare la vita
La coscienza in crisi sfreccia
Attraverso i depositi subliminali dei processi evolutivi
Non ho io stessa
Osservato
Da qualche parte
Una falena morta impellicciata di bianco
Deporre uova?
Un momento
Di realizzazione
Può
Vitalizzato da un'iniziazione cosmica
Fornire un'adeguata apologia
All'oggettivo
Agglomerato di attività
Di una vita.
VITA
Un tuffo insieme alla natura
Dentro l'essenza
Della Maternità imprevista
Contro i miei fianchi
Il tocco di movimenti infinitesimali
A malapena percepibili
Ondulazione
Una calda umidità
Fremito di vita incombente
Mi precipita addosso
Il contenuto dell'intero universo
Sono madre
Tutt'uno
Alla Maternità eterna
Indivisibile
Intensamente
Sono assorbita
Dentro
L'era—è—sempre—sarà
Della riproduttività cosmica
Sale dall'inconscio
L'immagine di una gatta
Con i gattini ciechi
Tra le zampe
Lo stesso ondulante fremito di vita
Io sono la gatta
Sale dall'in-conscio
L'immagine di una piccola carcassa animale
Coperta di vespe
—Epicurea—
E attraverso gli insetti
Mareggia quella stessa ondulazione di vita
Morte
Vita
Conosco ogni cosa
Riguardo
Il dispiegarsi
La mattina dopo
Le-donne-del-popolo
Camminano leggere sul cumulo rosso del tappeto
Compiono le loro faccende silenziose
Ogni donna-del-popolo
Indossa un'aureola
Una piccola aureola sciocca
Di cui è sublimemente inconsapevole
Una volta ho sentito in una chiesa
—Uomo e donna Dio li creò—
Grazie a Dio.
* * *
TRE MOMENTI A PARIGI
I.
L'una di notte
Anche se non mi hai mai posseduta
Ti sono appartenuta fin dall'origine del tempo
E assonnata ho seduto sulla sedia al tuo fianco
Appoggiandomi contro la tua spalla
E il tuo braccio noncurante sulla mia schiena gesticolava
Mentre la tua voce indiscutibilmente virile ruggiva
Attraverso il mio corpo e la mia mente
Discorrendo di una scomposizione dinamica
Di cui non capivo niente
Assonnata
E la voce appena meno virile di tuo fratello pugile dell'intelletto
Rimbombò così mi parve tanto assonnata
Attraverso uno spazio di mille miglia
Un intervallo di mille miglia
Un intervallo di mille anni
Ma tu che ruggisci più di qualsiasi altro uomo al mondo nello schiarirti la gola
Assordando mi svegliasti
E ritrovai il filo del discorso
All'istante appurando il mio stato mentale
Smisi di essere una donna
Magnifica mezz'ora d'essere nient'altro che una femmina
La femmina selvatica
Che non capisce niente degli uomini
Tranne la padronanza e la sicurezza del calore corporeo impartito
Indifferente alle ginnastiche cerebrali
O considerandole un autoindulgente gioco di bambini
O il tuono di dèi alieni
Ma mi svegliasti
Ma chi sono io per criticare le tue teorie sulla velocità plastica
«Andiamo a casa è stanca e vuole andare a letto».
II.
Cafè du Néant
Piccoli ceri inclinati illuminati in diagonale
Conficcati nei tavoli bare del Cafè du Néant
Inclinati dall'alito di corpi adescati
Simili ai giovani pioppi che orlano la Loira
Occhi carichi d'amore
E occhi carichi di ombretto
Proiettano la luce attraverso l'ambiente nauseabondo
Inseguendo il resto degli animali alle loro spalle
Recitano racconti privi di parole
E bugie senza conseguenze
In un modo o nell'altro
I giovani amanti ermeticamente abbottonati in nero
Fino al nero della cravatta
Fino all'orlo di polvere blu che cosparge la gola gialla
Di che colore saranno stati i vostri corpi
L'ultima volta che li avete smessi
Giovane nostalgico
Che trattieni il dito aguzzo della tua amante
Sopra la fiamma indifferente del cero
Artificiale simbolo di VITA
Dentro questa innaturale camera di MORTE
La donna
Al solito
Sorride tanto coraggiosamente
Quanto le è concesso di essere coraggiosa
Mentre le ciliegie al brandy
Nei calici ammiccanti
Si decompongono
Armoniosamente
Alla carne degli spettatori
E in un punto esatto
Ce n'è una
Che
Con la luce concentrica precisamente puntata addosso
Fiorisce profeticamente in una putrefazione perfetta
Eppure ci sono taxi fuori dalla porta.
III.
Magasins du Louvre
Tutti gli occhi innocenti del mondo sono fatti di vetro
Lunghi filari di scatole
Di bambole
Accatastate contro le balaustre
Muri e colonne
Stipate su mensole
E bambinetti compositi dalle braccia protese
Pendenti dal soffitto
Fanno cenni
Sorridono
In un silenzio profondo
Da cui il commesso si lascia inseguire
Mentre si trascina all'estremità della galleria
Per infastidire la ragazza alla cassa
Tutti gli occhi innocenti del mondo sono fatti di vetro
Solo loro hanno sfrontatezza di
Fissare attraverso l'animo umano
Vedendovi niente
Tra i contorni divisi
Una cocotte indossa una bombetta e una camelia finta
Un'altra un boa iridescente
Perché ce ne sono due
Che passeggiano
E la bocca solerte dell'una è una linea
Quella dell'altra incurvata in un sorriso statico
Vedono le bambole
E per un attimo i loro occhi si rilassano
In un fremito di elementi pienamente primordiale
E ora attente
Si cercano a vicenda di nascosto
Per capire se anche l'altra ha visto
Mentre i miei sono inestricabilmente ingarbugliati al motivo del tappeto
Come fanno di solito gli occhi
Per vergogna
Avendo sorpreso un gesto tremendamente intimo
Tutti gli occhi innocenti del mondo sono fatti di vetro
* * *
CONTENITORI UMANI
I contenitori umani
Ruotano nella polvere snervante
Che li avvolge più vicino al mistero
Della singolarità
Tra i rifiuti di un pomeriggio senza sole
Dopo aver mangiato senza assaporare
Parlato senza comunicare
E almeno due tra noi
Amato almeno un poco
Senza cercare
Di capire se le due nostre miserie
Nell'accalcarsi degli automi
Potessero dar forma a un benessere lussuoso
Bozze d'uomini
Nel crepuscolo snervante
La tua indistinguibilità
Mi ha offerto il centro del tuo centro
Quando nel frenetico esporsi di intelletto a intelletto
Appoggiati fronte a fronte espansivi
Sopra l'abisso del potenziale
Accordo della respirazione
Vergogna
L'assenza di corrispondenza tra il detto
E la reciprocità
Di concetto
Ed espressione
Dove ognuno espelle oltre il tangibile
Una scia magra e pallida di speculazione
Dove insieme abbiamo gettato
Nel crepuscolo snervante
Una piccola bestia lamentosa
Dalla brama
Di sgattaiolare alla sua tana antidiluviana
E un tentacolo elastico d'intuizione
Per guizzare tra le stelle
L'imparzialità dell'assoluto
Sbaraglia la polemica
Chi tra noi
Non vorrebbe
Ricevere lo spirito santo
Catturarlo ingabbiarlo
Smarrirlo
O nell'incertezza
Distruggere l'Universo
Con una risposta.
* * *
SONGS TO JOANNES
(1917)
* * *
SONGS TO JOANNES
I.
Progenie di Fantasticheria
Infangando il buon gusto
Porco e Cupido dal gruppo rosato
grufola tra l'immondizia erotica
«C'era una volta»
Strappa una malerba coronata di bianco
Dalla biada sparsa delle mucose
Vorrei un occhio in un Bengala
L'eternità in un fuoco d'artificio
Le costellazioni in un oceano
I cui affluenti non corrono più freschi
Di un rivolo di saliva
Questi sono luoghi ambigui
Devo vivere nel mio faro
Ritmando bagliori subliminali
Inesperta ai ruggiti
Delle vetrate
Colorate dell'Esperienza
II.
La sacca di pelle
Dove un'oscena dualità
Stipava
L'intera collezione dei miei più sterili impulsi
Qualcosa dalla forma di un uomo
Per la volgare curiosità dei disattenti
Più simile a un meccanismo d'orologio
In corsa contro il tempo
Cui non vado al passo
Le punte delle dita indolenzite dallo scompigliarti i capelli
Stuoino di un Dio
Sulla soglia della tua mente
[...]
VII.
Il mio paio di piedi
Calcia le pietre del lastrico
Rimasuglio lasciato dal tuo camminare
Il vento imbottisce di scorie della strada bianca
I miei polmoni e le narici
Uccelli ubriachi
Prolungano il volo nella notte
Non raggiungono————————
VIII.
Sono il geloso magazzino dei moccoli di candela
Che illuminarono le tue scoperte adolescenti
————————————————————
Dietro agli occhi di Dio
Potrebbero
Esserci altre luci
IX.
Quando abbiamo sollevato
Le palpebre all'Amore
Un cosmo
Di luci colorate
E ridenti dolcezze
E spermatozoi
Al centro del Nulla
Nel latte lunare
X.
Il gioco del volano
Un amorino
E piume sparpagliate
XI.
Mio caro a tua discrezione
Il nostro Universo
È soltanto
Una cipolla incolore
Che spogli
Strato dopo strato
Ne rimane
Un odore da crepacuore
Sulle tue mani inquiete
XII.
Le voci si rompono sul confine della passione
Desiderio Sospetto Uomo Donna
Si dissolvono nell'umida carneficina
Carne da carne
Estrae l'inscindibile delizia
Si bacia tra gli ansimi per catturarla
È vero
Ti ho isolato
Inviolabile in una assoluta cristallizzazione
Da tutto dagli sbalzi della folla
Mi ha insegnato a vivere per la condivisione
O sei
Semplicemente l'altra metà
Della necessità di un io
Che rimette al suo posto l'orgoglio con la compassione
Al suono cavo della disarmonia
E l'esplosione del respiro che fugge
XIII.
Vieni a me C'è qualcosa
Che devo dirti e non so dire
Qualcosa che sta prendendo forma
Qualcosa che possiede un nuovo nome
Una nuova dimensione
Un nuovo uso
Una nuova illusione
È atmosfera È nei tuoi occhi
Qualcosa di brillante Qualcosa per te
Qualcosa che non devo vedere
È nelle mie orecchie Qualcosa di molto risonante
Qualcosa che tu non devi sentire
Qualcosa per me sola
Lasciaci essere molto gelosi
Molto sospettosi
Molto cauti
Molto crudeli
O potremmo porre fine alla giostra delle ambizioni
Sviare dall'orbita gli io inviolati
Dove due o tra si riunisono
Diventeranno dio
————————
Oh, esatto
Stammi alla larga Ti prego dammi una spinta
Non lasciare che ti capisca Non comprendermi
Oppure potremmo rotolare insieme
Spersonalizzati
Identici
Dentro l'orribile Nirvana
Me te — te — me
[...]
XV.
Raramente Cercando l'Amore
La fantasia ha tenuto come dei
Due o tre uomini a malapena umani
Ma solo tu
Apparentemente oltreumano
Ho dovuto farmi cogliere nel fragile gorgo
Della tua farfugliante umanità
Per amarti ancor più
[...]
XXVI.
Svestendoci dei nostri meschini pudori
Da occhi a fessura
Capitoliamo
Alla Natura
———che imbestialisce i pornografi
XXVII.
Nucleo Niente
Concetto inconcepibile
Risposta inanimata
Le mani delle stirpi
Discendono
Da uno stampo immodificabile
I contenuti
Della nostra unione effimera
Da Troppo raffreddata
Sgorgarono all'avvicinarsi di———
NIENTE
C'erano un uomo e una donna
Di mezzo
Mentre l'Irrisolvibile
Strofinava delle nostre morti quotidiane
Gli occhi impossibili
[...]
XXXI.
Crocifissione
Di un corpo indaffarato
Bramoso di impicciare
Le intimità
Del tuo insolente isolamento
Crocifissione
Di un io di contrabbando
Nascita
Sopra il tuo equilibrio
Cariatide di un'idea
Crocifissione
Braccia sconfitte
Lancette di appendici
Nello spazio vuoto
Della caduta ininterrotta
XXXII.
La luna è gelida
Joannes
Dove il Mediterraneo————————
* * *
Mina Loy (Mina Gertrude Löwy – 1882, Londra – 1966, Aspen, Colorado) è stata scrittrice, pittrice, scultrice, attrice. A quindici anni lascia l’Inghilterra e viaggia da Monaco a Parigi, dove entra in contatto con Gertrude Stein, Marcel Duchamp, Apollinaire, Cocteuau; poi a Firenze con i futuristi italiani, Filippo Marinetti e Giovanni Papini, e dove nel 1914 scrivere il suo Manifesto femminista. Nel 1916 si trasferisce a New York, lì frequenta il giro dei poeti modernisti della rivista “Others” e instaura amicizie e scambi con molti intellettuali, tra cui Djuna Barnes, Marianne Moore, James Joyce, T.S.Eliot, Ezra Pound e Peggy Guggenheim. Nel 1917 incontra Arthur Cravan, che sposa l’anno dopo a Città del Messico. Pochi mesi più tardi Cravan scompare in circostanze misteriore. Da questo momento per Loy inizia un lungo vagabondaggio in Europa. Torna a New York nel 1936. Nel 1956 si trasferisce in Colorado, dove muore dieci anni dopo. Nel 1982 la sua opera poetica integrale, in gran parte inedita, viene pubblicata con il titolo.









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