Paola Di Gennaro | Basi

a cura di

Luigi Riccio

4–6 minuti

|

Iniziando il mio percorso critico su Inverso, e parlando di come il linguaggio fosse una forma di potere, affermavo che qualsiasi forma di imposizione strutturata passa, appunto, per un linguaggio, sia questo quello delle leggi o – più a fondo – della reiterazione genetica che instaura e ripete le dinamiche di potere, le pietrificazioni della realtà. La pubblicazione, negli ultimi giorni del 2024, di Basi di Paola Di Gennaro appare perciò come la dimostrazione testuale di questo assunto e la chiusura di un piccolo cerchio. Ma allora, nonostante si tratti di poesie visive, forse sarebbe più corretto parlarne come di “poesie per esecuzione”: il punto non è – o non dovrebbe essere – l’immagine che il testo crea, bensì come questa immagine, e il corpo fisico che la poesia assume nella lettura, siano il risultato finale di un progetto che, nel momento in cui viene licenziato, non avrebbe potuto assumere altra forma che la sua. Anzi, questa forma e questo corpo ribadiscono sé stessi, immodificati al netto di errori, ogni qualvolta vengono nuovamente riprodotti. E tuttavia, errori e mutazioni esistono, e mandano avanti la specie, biologica e testuale. Proiettare un futuro, il compito che forse ogni testo letterario si dà, significa allora ogni volta scardinare, per rimaneggiamento o per immissione di un imprevisto, la forma che l’esecuzione del linguaggio vorrebbe obbligata: rimasticarli, i testi, farne antologie, leggerli male e anche malissimo, e allora partorirci qualcosa. Dentro questo parto – e questa selezione -, però, la memoria di ciò che la forma è stata.





Da Basi (Industria & Letteratura, 2024)

1.b

                                                         sotto 
si sente ancora l’acqua
e il diaframma tra luce e
sudore è ancora intatto.
vivo.

di fronte il muro a calce
ha pori di pelle pallida
a destra i mari. le ombre
corrono col vento.

bambole
rimangono non giocate,
scarpe s appiattiscono
qui sul suolo. d’estate
mollemente

si muore. e sappiamo già
che si rinascerà ancora
più e più volte di lavoro
voglia e

buio.
sappiamo pure che ogni
volta qualche cosa sarà
andata, che ritorni o meno.
sappiamo

che occhi appassiranno
e si apriranno su luoghi
sempre più assuefatti a
noi

i tempi
e i trascorsi in luci più
sicure. dopo, altrove,
in lunghi spazi di apnea
una a una

le luci s estingueranno
gli occhi le perderanno
e fedeli mani ispessite
smetteranno

di cercarle.
rimarranno sole le luci
che scorse sere d estate
richiameranno di nuovo
con calmi sussulti.

il tempo tornerà ancora
brevemente, per poi con
tutt i quanti andarsene
per sempre.



+++

3.a

                                                         si apre 
ancora a pochi occhi, la
materia. ancor si conta
tra sé e sé e nessun dogma
o arte

l’ha mai incontrata per
davvero. come boschi in
lei si celano mostri e di
spiriti

memoria
e fossili virali, e seme
tenace che vive di caos
ed equilibrio, fra rei e
relitti.

sapremo da quale ignota
storia arrivi mai. un dì
qualunque la materia in
sé si sforma

e si trasforma
in quadrifoglio e fato.
geni e bellezze ideano
mutati e mutamente sani
eden.

più che caduta, il salto.
più che peccato, la fuga.
l’origine nostra altre
creature

e resti
di malattie, o i viaggi,
le ricerche o solamente
tempo o in grembi il fumo
o stelle

o docce del mattino. ciò
che conta è il numero e la
forma, che mai dovrebbe
scomparire.

perché
preoccuparci di parole
quando fuori muori, e la
vita smembra in tessere
di vetro.



+++

10.b

                                                       Le cose
naturali come l’aria le
frenate le parole amate
dovrebbero star sempre
qui,

degiallizzate. quanti
elenchi ancora mancano
all’appello, quante le
battute

di un sistema
visto in piedi in strada
a pomiciare col suo caro
untore. il ciel si rompe
intanto.

indecifrato. ma mentre
sciolgo una ad una le mie
preghiere qualcuno sta
ridendo.

mi chiedo
quante epifanie stiano
aspettando ancora. e mi
emoziona ch ogni secolo
conti

gli stessi anni sempre.
meglio non pensare agli
specchi infranti. mi ci
specchieranno.

i motori
di ricerca riveleranno
le parole già soppresse
e perse, le troveranno,
ancor mai scritte.



+++

16.b

                                                       si spera 
sempre in un’agnizione
che ponga fine ai cerchi
dei milioni di passi già
compiuti.

tornando totalmente in
patria io ho appreso. ho
sbiadito i nonluoghi di
cui ero

impregnata,
li ho visti farsi raggio
di movimenti melensi di
cui non vedi fine. la mia
famiglia

mi ha sempre insegnato a
decifrare segni, a dare
disordine al lineare. è
faticoso.

per chi somiglia
ai suoi, preoccupazione
ammirazione e pena. odia
i fantasmi che ti mutano
in ciò che vuoi.



+++

23.x

                                                                 va 
ora la conta di tutto ciò
ch è fatto. costole riso
forme e forze più intere
della storia.

tutto il dolore è niente
tutto esplode com è nato
si dilata ma poi espulso
torna indietro

e plasma.
guardo nello specchio,
è notte e ho un dolore che
non sente. fuori ridono
e accanto

c’è latteo neon, e cosmo.
poi c’è lei, che è la base
di anima e ogni cosa che
è increata.

respiriamo
insieme, come quando si
era anfibie nella vasca
e d’amore si lacrimava.
dagli occhi

aumentava il calore con
cui galleggiavamo, e al
tempo stesso si era come
tra stelle

siderali avvolte
in pergamene umide. non
c’è nulla da sapere. si
allentano le cellule, e
il verbo viene fuori.



Paola Di Gennaro è nata a Napoli, dove insegna letteratura inglese. Ha vissuto a Londra, Tokyo e Parigi, e ha pubblicato studi critici di letteratura inglese e comparata. Del 2010 è la sua prima raccolta di poesie in inglese, Destiny Please. Nel 2016 ha collaborato al Laboratorio di poesia del Premio Napoli nel centro penitenziario di Secondigliano. Ancora storia (finalista Premio Nuovi Argomenti 2021) è del 2017.



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