in copertina una foto facente parte della mostra Guy Debord: un art de la guerre (BnF, 2013).
Poesia, capanne, skené | Un quasi-manifesto sulla lotta e il poetico
Articolo + Estratti
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È finito il tempo dei poeti da salotto. La poesia esige, necessita, perché bisogna, un ritorno dentro la storia. La poesia è un affare di partecipazione, poiché ogni posizione oggi di prestigio-culturale è messa in pericolo. Non esistono quindi più rifugi o posizioni sicure in cui nascondersi. La torre d’avorio mai come prima d’ora è sotto assedio, in preda a un incendio decennale, dalle fondamenta si registrano poi ingenti danni strutturali.
L’unica poesia che resiste ancora è quella che si arma in tempo, quella che decide di resistere e combattere. Perché mai come prima d’ora la cultura-tutta è messa a rischio, perché spodestata anche dalle sue comodità: scrivanie in mogano, buoni cappotti, belle poltrone in velluto. A nulla servirà farne della poesia un oggetto
d’arte se non per riempire vecchi e impolverati negozi dell’antiquariato dove vecchie signore, senza una lira in tasca, occupano il loro tempo, passeggiando intere giornate con l’aria di chi potrebbe acquistare tutto e non acquista mai, niente. Come siamo finiti così? Io non lo so. Se lo sapessi, non mi interesserebbe parlarne.
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22. A che punto è la città?
La città tace perché non è più primavera.
La verità è il massacro.
Il massacro è la realtà.
[Roberto Roversi, Il Libro Parardiso]
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È finito il tempo dei poeti, è venuto il tempo della poesia. La poesia è un’arma nelle mani di chi sa usarla. Bisogna sapere come fare. Perché il teatro sarà pure un mondo di parvenza, eppure ciò che vi accade -in linea di principio-, potrebbe accadere anche nel nostro mondo. E poi, cosa succederebbe, come già accade oggi, quando è la parvenza di qualcosa (conflitto–o–estinzione) a prendere spazio nel nostro reale –nostro mondo?
Adesso che le cose si mettono male e sempre più spesso mi trovo qui a dire: bisogna uscire fuori, andare per strada, assumendo come priorità la riappropriazione sociale degli spazi di vita, ciò che offre spiragli per la costruzione di utopie concrete; bisogna armarsi e armare la gente, l’avviso di sfratto sta appeso sulla porta.
La redditività e la produttività – tipiche dell’affermarsi della città ipermoderna, postpandemica e comunque sempre capitalista – distruggono e degradano la vita, a partire cioè dal suo, nostro, quotidiano vivere. In città si deve quindi, anzitutto, creare – come in quel secolo – uno spazio appropriato e appropriabile dagli abitanti.
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33. Oggi è già domani.
Sono in molti a parlare dell’uomo che cammina col suo passo di polvere e con la pazienza di un frate per raccogliere cipolle e inoltre per salire sull’albero delle ciliege.
Da lì si guarda il mondo.
Ma il mondo è rovesciato.
[Roberto Roversi, Il Libro Parardiso]
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Le capanne sono il simbolo di tutto questo. La poetica dello spazio è in grado di rivendicarne l’importanza. Alcune tappe fondamentali: indipendenza, scontro, partecipazione, scontro, indipendenza, riappropriazione. Reclamare il diritto alla città significa riappropriarsi dello spazio e del tempo in base alle esigenze di chi vive lo spazio e non di chi lo sfrutta attraverso la valorizzazione economica. Ogni attività comporta Capitale.
Bisogna imparare a costruire capanne. Luoghi apparentemente inutili, questi non svolgono nessuna funzione economica. Spazio di riunione, di attività, di aggregazione, le capanne sono la nostra nuova casa, il punto di partenza di ogni possibile attività eversiva, dove per eversione si intende lottare per il diritto di sopravvivere.
Il Capitale – va detto – non va ignorato. Il Capitale è un mezzo di transizione e di transazione. Il Capitale va sfruttato al meglio, quando è indispensabile. Non credere mai che nessuno ti aiuterà, che sei solo in questo. Se serve qualcosa nella capanna, chiedi. Suona al campanello dei vicini, raccogli tutto ciò che loro ti daranno.
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79. A che punto è la città?
La città si scuote come un cane.
Il ragazzo ucciso è seppellito
con il rito formale.
Segue la pace ufficiale
con i poliziotti ai cantoni.
In galera centottanta capelloni.
[…]
[Roberto Roversi, Il Libro Parardiso]
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Le capanne accolgono tutti, anche la poesia. La poesia serve, perché la poesia è il mezzo di espressione di chi come me e te, non ha altro con cui difendersi. La poesia parla a tutti, indistintamente. Dalla tua capanna in-festa le strade che ti circondando, sii convincente sulle necessità. Dividi l’utile dal dilettevole. Ora scrivi, stampa e diffondi. Per riappropriarsene, bisogna prendere coscienza di aver invaso e colonizzato uno spazio.
In origine il termine greco skené significava casa, poi tempio, ma quasi subito anche (e già nell’età classica) palcoscenico. Skené è sicuramente uno spazio separato dal mondo e che protegge gli uomini. La poesia è con la skené un valore di necessità poiché è lo spazio di ciò che appare e fa apparire di sé, la sua messa in scena.
Metti in scena il disastro, il fallimento di ogni falso ideale. Usa la menzogna se devi. Il linguaggio è un’arma utile per abbattere il valore astratto del Capitale, la sua cultura, sotto-rivestimento tossico di un realismo tossico. Dai speranza, non farti ignorare. In ogni buca per le lettere, casa per casa, sul tergicristallo delle auto parcheggiate.
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113. Cosa grida la città?
La città dice che l’età dei guerrieri è finita.
Dice che ieri è cominciato il tempo
degli uomini-rana, degli uomini-gabbia
degli uomini-lamento.
114. Ma che non si può finire
col non dire più niente.
Se si tace, il silenzio è la morte.
E nella notte resta solo voce di vento.
[Roberto Roversi, Il Libro Parardiso]
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Qui entra in gioco Bachelard, qui, attraverso quello che potremmo idealmente pensare come il percorso che ha portato in senso lato i Tarnac Nine a rappresentare una perfetta metafora, degna di Matrix. Il punto infatti ruota in primis, nella fuoriuscita dalla città schizofrenica, il recupero in un certo senso di una dimensione primitiva. Come afferma Bachelard stesso «un sognatore di rifugi sogna la capanna, il nido, angoli in cui vorrebbe rannicchiarsi come un animale nella sua tana. Egli si trova in tal modo a vivere in un aldilà rispetto alle immagini umane» (Bachelard, 1957). Le immagini umane sono le immagini dello stato egemone, della condizione iper urbana, delle asimmetrie strutturali che essa genera insieme al suo costante progredire, attraverso il suo continuo espandersi verticalmente quanto orizzontalmente. La costruzione delle capanne serve a creare delle oasi sicure per tutti quelli che ne hanno bisogno e da là, con i giusti numeri, bisognerà anche cercare di combattere, di appropriarsi prima della via, poi del giardino che sta lì, vicino o di fronte, e solo dopo della città. Continuare a estendere l’oasi finché sarà possibile mettere in scena una contro-egemonia, l’aura di un utopia concreta che re-esiste nonostante tutto. Certo, ci vorranno anni, ma l’alternativa a questo punto quale sarebbe?
attendere, lasciarsi controllare, perdersi, nel caos degli eventi, diventare l’appendice perfetta di un sistema rotto, che perde e che continuerà a perdere fino al suo atroce e lento smembramento, pezzo dopo pezzo. Non rimarrà niente della macchina -città, -corpo senza organi.
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da alcuni frammenti di Bachelard, presi e incollati alla bene e meglio
La dimensione della capanna è l’elemento privato, il luogo precario,
il terzo incomodo nella dinamica tra soggetto e capitale.
il luogo che riesce però a accogliersi, a nasconderci dalla dimensione
del fuori, dall’estraniamento del fuori.
Nella camera illuminata
dalla lampada, vicina a quella in cui il padre, bracciante e sacrestano, legge la sera
le vite dei santi, in quella stanza il bambino conduce la sua rêverie
di primitività, una rêverie che accentua la solitudine fino a immaginare di vivere
in una capanna sperduta
nella foresta.
Nella maggior parte dei nostri sogni di capanna, ci auguriamo di vivere altrove,
lontano dalla casa affollata, lontano dalle preoccupazioni cittadine. Fuggiamo
con il pensiero per cercare un vero
rifugio.
Le immagini
principi, le incisioni semplici, le rêveries della capanna rappresentano altrettanti
inviti a ricominciare a immaginare.
Esse
ci restituiscono soggiorni dell'essere, case dell'essere, nelle quali si concentra la certezza
di essere. Sembra quasi di poter ricominciare un'altra vita,
una vita nostra, nelle profondità dell'essere, abitando immagini così
stabilizzanti.
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da alcuni frammenti di Lefebvre, anche qui presi e incollati alla bene e meglio
5. [Poesia, capanne, skené] Si forma così questo concetto nuovo: l’urbano. Concetto che va ben distinto da quello della città. L’urbano si distingue dalla città precisamente perché fa la sua apparizione e si manifesta nel corso dei processi di esplosione della città, ma permette di riconsiderare, e anche di comprendere per la prima volta a fondo, alcuni aspetti della città che prima passavano inosservati:
la centralità, lo spazio come luogo di incontro, la monumentalità ecc. L’urbano, cioè la società urbana, non c’è ancora e tuttavia esiste virtualmente; attraverso le contraddizioni tra l’habitat, i processi di segregazione e la centralità urbana, essenziale alla pratica sociale, si manifesta una contraddizione piena di senso.
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La peggiore delle utopie è quella che non pronuncia il suo nome. L’illusione urbanistica appartiene in proprio allo stato. È l’utopia statale: una nuvola sulla montagna che sbarra la strada. Insieme l’antiteoria e l’antipratica.
Che cosa è l’urbanistica? Una sovrastruttura della società neocapitalista, detto altrimenti del “capitalismo di organizzazione”, che non vuol dire affatto “capitalismo organizzato”. Detto ancora in altri termini: della società burocratica di consumo pilotato. L’urbanistica organizza un settore che sembra libero e disponibile, aperto alla azione razionale: lo spazio abitato. Pilota il consumo dello spazio e dell’habitat.
In quanto sovrastruttura, si distingue e bisogna distinguerla nettamente dalla pratica, dai rapporti sociali, dalla società essa stessa. Certuni non confondono forse l’urbanistica con “l’urbano”, cioè la pratica urbana e il fenomeno urbano? Questa confusione spiegherebbe la tesi pseudomarxista, vigorosamente e rigorosamente critica in apparenza, secondo cui il fenomeno urbano non è esso stesso che una sovrastruttura.
Queste ideologie confondono la pratica con l’ideologia, i rapporti sociali con l’istituzionale. È solamente in quanto essa ha questo doppio aspetto, ideologico e istituzionale, che l’urbanistica rivela all’analisi critica le illusioni che nasconde e che permettono le sue applicazioni.
L’urbanistica appare così come il veicolo di una razionalità, limitata e tendenziosa di cui lo spazio neutro e non politico, costituisce l’oggetto (obbiettivo).
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6. La violenza intrinseca allo spazio entra in conflitto col sapere. anch’esso intrinseco allo spazio. Il potere, cioè la violenza, scompone, e mantiene separato ciò che esso ha disgiunto; e inversamente, unifica e mantiene nella confusione ciò che gli conviene.
Per cui il sapere. basandosi sugli effetti del potere considerati come «reali», li convalida in quanto tali. Fra il sapere e il potere, fra la conoscenza e la violenza, non c’è confronto, così come non c’è confronto fra lo spazio intatto e lo spazio frantumato. Quando tutto è dominato, imposizioni e violenze sono ovunque, onnipresenti come il potere.
Lo spazio dominato realizza sul terreno dispositivi e «modelli» militari e politici (strategici). Ma c’è di più: lo spazio pratico porta in sé, attraverso l’azione del potere, norme e imposizioni; più che espressione del potere, esso diventa repressione in nome del potere.
In quanto somma di imposizioni, stipulazioni, prescrizioni, lo spazio sociale raggiunge una efficacia normativa repressiva. strumentalmente legata alla sua oggettualità. accanto alla quale l’efficacia delle ideologie e delle rappresentazioni diventa ridicola. In quanto spazio-trappola, può essere occupato da simulazioni della pace civica, del consenso, della non-violenza, e contemporaneamente contenere le istanze della Legge, della Paternità, della Genitalità.
La logica e la logistica occultano la violenza latente, che non ha bisogno di uscire allo scoperto per agire. La pratica spaziale non determina, ma regola la vita. Lo spazio non ha «in sé» alcun potere. e le contraddizioni dello spazio non sono da esso determinate:
sono contraddizioni della società (fra vari elementi della società, ad esempio fra le forze produttive e i rapporti di produzione) portate alla luce nello spazio, a livello dello spazio, che generano a loro volta contraddizioni dello spazio.
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da Jean Marie Gleize, Tarnac. Un atto preparatorio (Tic, 2024)
+ + +
10. LE VOCI INTERIORI, NOI
+ + +
(la conferenza si è interrotta, adesso si sente una
voce che sta per leggere una poesia)
Sono ancora qui in piedi e mi metto a leggere le
Voci interiori. Chiudo gli occhi e vedo distintamente
il libro vedo distintamente un sentiero di terra
e asfalto le buche sul sentiero i pezzi accecanti
di un sogno e la parola immagine le sue grandi
lettere nere che galleggiano sopra le pagine sopra le
parole e occupano tutta la superficie dello schermo.
Ci sono questi pezzi di cartone che pendono.
È come la testa in cima alla croce, pende,
è sempre più pesante a forza,
è senza forza è come se stesse per cadere
però poi non cade.
E il passaggio porta fino a qui, fino a qui fuori, non
faccio differenza tra la parete e il terreno, io sono
tu sei noi siamo voi siete nello stesso corridoio.
Passa il tempo.
per scrivere sfrutto gli accidenti del terreno, lo
spessore del tempo,
L’unica cosa che abbiamo è il tempo solo il tempo è
la nostra capanna
e «il mondo possiede già il sogno di un altro tempo».
Ho deciso di scegliere il mio dialetto
Il fuori è qui e io già possiedo già vivo realmente
il tempo lo sto scrivendo a mano in questa lingua,
qui, sul grigio lavagna della lavagna.
[…]
+ + +
11. COSTRUIRE DELLE CAPANNE
+ + +
LARE LIBERAMENTE CIRCOLARE LIB
Costruire delle capanne
Sparire
Sparire
Cancellare le tracce
Abbattere tutti gli ostacoli uno dopo l’altro
*
Nel frattempo l’immagine entra nell’immagine
e tutto si confonde con la fotografia degli alberi
finché non si arriva a una scrittura deviata.
+ + +
E tutto attorno:
Le telecamere che ruotano, le voci digitalizzate
i controlli della polizia
le pattuglie
l’annuncio di un ritardo, quindici, venti,
quarantacinque minuti un cambiamento di binario
problemi tecnici non specificati.
L’immagine viene trascinata per strada, viene
schiacciata dalle ruote delle macchine.
L’immagine di gesso sul grigio lavagna della
lavagna
cancellata
strappata
sputata
un po' in là, Atene, Tessalonica, ci sono
altre strade che bruciano nelle città quelle strade
al centro delle città attorno alle città nel centro
delle città attorno.
Dappertutto le macchie d’olio la ruggine una luce
da nebbia, da freddo, da incendio.
Nessuna rivendicazione nessun messaggio niente
Problema tecnico non specificato.
Nel frattempo l’immagine copre l’immagine
finché non si arriva a una scrittura deviata dialettale
- riparto dalla parola «comunista».
+ + +
Comunista è questa parola chiusa dentro l’acqua,
questo corpo chiuso dentro l’acqua.
Qui a Tarnac la nebbia si posa sulla superficie
dell'acqua sgualcisce i banchi di felci è notte.
Nessuna rivendicazione nessun messaggio, la
politica come negazione della politica
scendere al fiume
la fotografia che cade sull’asfalto
la luce del freddo e dell’incendio, le salite, le salite
il sentiero per Javaud, il sentiero per Laperée
la scrittura deviata che si spezza in questo modo,
come la voce
come lei
come senza risposta.
Dobbiamo (dobbiamo costruire delle capanne)
Dobbiamo
Conosco un albero
Dobbiamo costruire delle capanne in mezzo agli
alberi
fare letti di felci
bloccare stazioni circonvallazioni autostrade
fabbriche
sfruttare gli accidenti del terreno
+ + +
Ho deciso di scegliere il mio dialetto
per scrivere sfrutto gli accidenti del terreno.
Di notte li accompagno al fiume
dicono che bevono l’acqua dalle mani
bevono l’acqua dai palmi.
Dobbiamo (dobbiamo costruire delle capanne)
perforare le pareti
demolire le scale
fare buchi nei pavimenti, sui tetti
scardinare le porte
murare le finestre
fare di ogni piano una postazione di tiro.
[…]
* * *
Per quanto riguarda i testi saggistici: il testo di Bachelard citato è La poetica dello spazio (Dedalo, 1975); i testi di Lefebvre invece citati sono rispettivamente Spazio e politica. Il diritto alla città II (ombrecorte, 2018), La rivoluzione urbana (Armando Editore, 1973) e La produzione dello spazio. Volume primo (Moizzi Editore, 1976).
NOTA: Quasi tutti i versi di Jean Marie Gleize sono stati riportati in maniera discrezionale e con una versificazione alterata rispetto a quella prevista. È cura dell’autore del seguente articolo dichiarare che ogni testo è stato debitamente maltrattato e forse anche sfruttato illecitamente per fini comunicativi di tipo personale.









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