(Questa sarà una nota tra parentesi, qualcosa che assomiglia a una lettera d’amore. Scopro di Francesca Genti più o meno esattamente come l’ha scoperta Francesco Bianconi, e cioè con lo scrivere per i Baustelle. Dico scopro in due sensi: «Ha scritto una mail dicendo che era una poetessa e che avrebbe voluto scrivere un testo per i Baustelle. La prima cosa che ho pensato è stata “Ma come ti permetti?” [ride]. Poi sono andato a comprare il suo libro “L’amore ai tempi del supermercato” e mi è piaciuto molto, trovando una sensibilità comune […]. Poi è iniziato questo gioco a distanza, scriveva delle cose via mail e io le rispondevo con quello che non mi piaceva e al quinto o sesto rimando il testo era pronto» – ricorda Bianconi – e non diversamente io ho voluto scriverle, assolutamente, dopo aver letto questa storia, e scrivere di lei. Ma i Baustelle, quindi, e soprattutto: Dark room, la canzone nata dal gioco a distanza. Nella camera buia, la sera, fuori dall’Italia, se avessi voluto piangere ma anche fuori, col sole, nelle strade attorno a quel perimetro, imparando a vederle, se avessi voluto ricordare per chi provassi più bene. Qui e vicino, in ogni caso con me. Ecco dove e quando era qualcosa a cui Francesca aveva preso parte attivissima; ecco cosa è avere un’umanità animale, anche, vedere attraverso altro e sicuramente il buio, scavarci perchè lì c’è un commestibile, ancora. Questo credo me lo insegni lei e non solo, e intendo la paleontologia del cioccolato. Gli inediti che seguono penso rispondano innanzitutto a un debito interiore.)
Venti minuti
erano i giorni di giovane giumenta
crine baio, sprovvedutezza,
fiducia sconfinata nell’ignoto.
fidanzati si alternavano al galoppo:
duravano da un’ora ai quattro mesi.
tra l’uno e l’altro pause riflessive
venti minuti circa di riposo.
venti minuti di rigenerazione,
astronomia, estrema autonomia,
chiaroveggenza, premonizione.
“ora mi aspetta una luuuunga solitudine”
sospiravo infine rilassata
mentre cercavo al fondo del cassetto
l’ostia di galak dimenticata
fossilizzata dall’ottandadue
rimasta commestibile nel buio.
erano i giorni di giovane giumenta
di paleontologia del cioccolato
i giorni in cui pregavo di trovare
qualcosa di perduto tempo prima
di sempre avuto e mai riconosciuto
(la foglia d’oro, l’orma della fata
la mappa del tesoro giù in cantina).
erano i giorni di giovane giumenta
talmente nella fede riversata
che quella cosa che un giorno avevo perso
-l’ostia di galak, l’orma della fata-
dimenticato, trattato malamente
armata di fiducia sconfinata
io, poi, la ritrovavo veramente.
+ + +
Adriano
mi è sempre piaciuto stare al telefono
e dare una mano a quelli che erano tristi
tristi cani piccoli in una pozzanghera
topi nelle botole caramelle non scelte
reduci in tuta sulle panchine
persi nelle parole delle costellazioni
la domenica pomeriggio nella ghiaia
mi è sempre piaciuto ascoltare
il suono della voce che non recita
quando un po’ ubriaca o un po’ innamorata
o davvero disperata o molto triste
molla la dizione la chiarezza
diventa nuda e prende la cadenza
un po’ di accento delle nonne
dei tuoi antenati e della loro fatica
diventa così tenera e in disarmo
gatto bianco con un campanellino al collo
e fu così che
unendo il grande spirito umanitario
con la passione dell’ascolto telefonico
diventai volontaria del telefono amico
torino millenovecentonovaticinque
uno scatto urbano su tutto l’italico suolo
trecentosessantacinque giorni l’anno
all’avanguardia dell’orecchio al prossimo
sulle barricate contro la solitudine
radiocomandati da don bosco
il turno più duro era quello della mattina
perché se già all’alba
senti il bisogno di chiamare il telefono amico
non hai più nessun dio da pregare
né monete per il caffè
non hai neanche parole
e infatti molte telefonate erano mute
e per reggere quei silenzi di prima mattina
quei silenzi di domenica luterana negli orfanotrofi
di bunker caduti sulle spiagge bretoni
dovevi fare appello a tutti i gatti che avevi visto
a ogni arcobaleno a ogni ciglia sbattuta
dagli occhi timidi di chi ti aveva adorato
al pomeriggio chiamavano i segaioli
presi dal demone meridiano
e dalla chimera dello scatto urbano
più conveniente delle linee hot
erano gli anni novanta ricordiamolo
gli anni delle seghe telefoniche
e delle bollette milionarie
di intere pensioni di madri macilente
finite nei caveau di santa SIP
per colpa di quarantenni imbelli e rattusi
senza coraggio né denaro per andare a puttane
la sera e la notte erano i momenti più belli
c’era il silenzio il ronzio degli apparecchi
qualche zanzara e i primi vegani
(torino è sempre stata all’avanguardia)
che mi sgridavano quando ne uccidevo una
ma poi erano anche gentili
e mi passavano i baracchini con il tofu
al telefono potevo risponderti io
che ero una poetessa con la erre moscia
i capelli lisci e la passione dello zodiaco
o un vegano avanguardista
o giorgio che aveva uno spiccato senso dell’umorismo
e anche lui la erre moscia
che gli avevo spiato la data di nascita nella carta d’identità
e una volta, mentre masticavo il big babol,
gli avevo chiesto: ma tu a che ora sei nato?
perché volevo sapere tutto di lui
del suo tema astrale di come era
e magari parlargliene di notte
in una lunga telefonata
perché, forse l’ho già detto,
a me piaceva molto stare al telefono
e dare una mano a chi era triste
o a chi non si era accorto di qualcosa di importante
di qualche tratto fondamentale della sua personalità
in quelle notti in cui tutto doveva ancora succedere
sospesi nel buio
nel palmo morbido delle attese
sopra di noi i cieli la solitudine degli altri
una parola gentile che cadeva
monetine nel juke box di via tunisi
in quelle notti chiamava adriano
che aveva la voce più bella e disperata
la voce più bronzea e rottamata
un vagone in deraglio sul ciglio di un burrone
una scatola nera in mezzo al deserto texano
ti parlava degli extraterrestri e della sua ragazza
di un tappeto persiano prezioso
di tutti i dettagli che rendono l’ora luminosa
l’avrei ascoltato tutta la vita
la mia sherazade torinese
le mille e una notte dal bordo del divano
avrei voluto chiedergli di che segno era
e anche l’ascendente
ma mi sembrava una domanda scema
e rimandavo sempre
per la paura di rompere l’ordito del racconto
di sciupare il velluto della voce
i modi di dire il suo vocabolario poi non ha più chiamato
secondo me era dell’acquario
+ + +
(e avanguardia sia)
amore, non è amore, non ti preoccupare:
è avanguardia, tempesta ormonale,
è scala Richter della saliva
(terremoto, tsunami, deriva).
i campi seminati a biologia,
non è amore: è la nuova teoria
dell’Ottimismo della Ragione
applicata a un’intensa dedizione
per l’ombelico, l’arteria radiale,
il fantasma del dente da latte,
l’alta pressione, il cuore che batte,
il sangue nella testa a mulinare,
ma non è amore, non ti preoccupare.
+ + +
Istruzioni per quando una poesia non ti viene
1. telegrafare euterpe urgentemente
2. farsi già trovare a testa in giù
3. dirle di scuoterci violentemente:
cadranno dal cervello A E I O U
4. cavare le dentali e le labiali
5. montarle a verso fermo manualmente
6. aggiungere un po’ di gutturali
7. segnare tutto
8. tornare orizzontali.
Francesca Genti (1975) è nata a Torino ma vive a Milano. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie, tra cui L’amore ai tempi del supermercato, Poesie d’amore per ragazze kamikaze e Anche la sofferenza ha la sua data di scadenza. Ha una piccola casa editrice, Sartoria Utopia, dove confeziona a mano tirature limitate. I suoi ultimi libri sono La ballata di Nina Simone (HarperCollins, 2022) e Marcovalda (Tic, 2024).









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