Gabriele Frasca, in una bella lezione sulla poesia come non-genere, spiegava come il senso stretto dei poemi epici – la loro necessarietà storica – stesse molto più nello spiegare esplicitamente come battere il ferro e che rotte tenere nel Mediterraneo, e con che navi. Si trattava insomma di un’operazione a-temporale, e cioè che interessa in realtà tutti i tempi: il passato degli avvenimenti e delle eredità, il presente creativo e di ricezione, il futuro “programmatico”. Piani di mondo diversi, eppure sovrapposti e riassunti, perchè co-implicati. Che Geografia sommersa di Alessandro Mantovani – da pochissimo uscito per la collana Apnea di Mar dei Sargassi – si apra, in esergo, con Omero non è allora una spia da poco. Il punto fondamentale è questo: prendersi la responsabilità storica e generazionale del narrare, e quindi quella di costruire un mondo autosufficiente, che si tenga assieme per sua logica pur vicinissima alla nostra, è prendersi anche la responsabilità del mappare un’idea di mondo. Si salvano per sempre dei meccanismi teorici (malevoli o benevoli, non è questo che importa), li si applica – sempre in teoria – e ci si interroga sul loro risvolto pratico futuro, sicché ogni mappa geografica di un tempo equivale anche un manuale d’istruzioni.
Qui tutto questo avviene. Da un lato perchè, innanzitutto, questo è un libro sul mappare possibile, e quindi su ogni tipo di interazione con lo spazio o sua immaginazione, su ogni segno tracciabile; dall’altro – e forse proprio per questo primo motivo – perchè questo atlante degli spazi possibili è anche un atlante dei tempi possibili, dove post-apocalittico ed epico, fanciullino e senile, cambriano e interplanetario esistono nel contemporaneo, coinvolti, co-implicati nel punto che siamo noi e il testo e anzi in planimetria, astratti (fantasmaticamente invocati?) ma non toccati. È lo scacco alla “impossibilità geografica” di Calvino, dove «a Smeraldina, città acquatica, un reticolo di canali e un reticolo di strade si sovrappongono e s’intersecano» eppure una irrealizzabile mappa «dovrebbe comprendere, segnati in inchiostri di diverso colore, tutti questi tracciati, solidi e liquidi, palesi e nascosti»; dove «potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale» di Zaira, «di che sesto gli archi dei porticati, di quali lamine di zinco sono ricoperti i tetti; ma so già che sarebbe come non dirti nulla» perchè «una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato». Qui tutto questo non solo è possibile, ma è attuato. Non è un merito da poco.
Pure: «il destino / e la Storia non ci toccano se non / con la fatica storta degli arbusti. / / […] Del tutto si può narrare solo un avanzo / dimostrare che possediamo pochi / strumenti e infecondi». Dopo l’Odissea e prima della partenza, perchè l’Odissea e la partenza, avanza la loro geografia. Il particolare spazio, testuale, della mappa e per questo dell’estremo presente. Tutto quello che sapremo – innanzitutto sull’immaginare – e per questo il libro-mondo.
da Geografia sommersa (Mar dei Sargassi, 2025)
06.00 – Esito della seconda ondata a Misano
Adriatica
Era la mitragliatrice ad averci
uccisi tutti lì, bocconi. Uno guardando
ha detto i lividi sul volto, occhiali
da sole, pensando ai turisti idioti, ma no,
la mitragliatrice ci ha proprio uccisi
senza perdere colpo o muscolo
in cui penetrare, rosicando, sfrigolando
nei tessuti, la mitragliatrice
ci ha bucati e noi, che ogni idea di pienezza
opponevamo alle profezie nere
della vita, noi ha oppresso un violento
muro d’ossa, fanghiglie, sangue e giunchi.
Le speranze, gli spermi futuri sempre
la mitragliatrice a scoppiare come
bolle. Per non rinverdire la parola
ci ha chiuso le bocche spezzando i denti
per non dire che al centro resta tronfio
solo l’imperativo della morte.
La mitragliatrice è andata più veloce
del tempo che restava; noi da un dosso,
dalla trincea o una colonna partiti
tutti insieme
tutti insieme.
Il suo rombo furibondo
ha vinto nella gara.
La mitragliatrice ci ha abbattuto
come arbusti nelle aiuole:
giù da una passerella sul raccordo
anulare, alla stazione centrale
nelle corti dei palazzi dove eravamo
solamente per esplorare qualche abisso
o nella scogliera che chiamava
da là sotto un paradiso d’illusione.
Un botto in pieno torace,
giù per terra
chi diceva cielo
chi ingollava sale
provando a perfezionare una rinascita
sempre mancante.
Quando la mitragliatrice ci ha uccisi,
tra la marea di corpi, da sotto
tentavo uno scavo, una trivellazione
gestendo le forze rimanenti
e rovistando speravo un richiamo
di redenzione dal fetore ancestrale.
Ho rintracciato quindi un canto
proporzionato alla salvezza e in mano
l’ho guardato: era una nera mitragliatrice
che colpendo l’aria
traduceva senza posa
le nostre geometrie scomposte
nel silenzio infame della solitudine.
+ + +
Giorno 12 – 12.00 – Rimini Miramare
I
C’è stato, confesso,
il gesto anomalo dell’allungamento
l’indugio del pensiero
su un crine o un sasso.
Era Agosto e rifletteva
sui capelli dei bambini
le perle dell’Adriatico
mentre loro, castelli e sfrizzi,
già di là dalla distanza.
L’estate ci ha ingannato
scendendo in rivoli
dai muri ramati. Credevamo
in una stagione
tutta un cortile per le bici,
tutta un’osteria vuota
e invece fu di bossoli
e scoli organici nei tombini.
II
Eppure c’è stato un granello,
un’incrinatura del vetro
nel vuoto della casa
ridotta dalle mine
che oggi, sai, ho tardato
a pulire.
Ed anche i vestiti
arricciati sul ripiano,
le parti sperse nelle pile
di giornali e il corpo
prima dei brandelli
artefatto di scoperte
nel gestirlo addosso.
Tutto coagulava un senso
che perdevo poi
nella fatica dei sogni.
Ora le notti resto vigile
sempre più tardi, indugiando
vanamente nelle attese.
+ + +
Giorno 62 – 19.42 – Lido di Classe
Il nostro qui al molo
è tutto un lavoro
che si va componendo
sotto le chiglie e i pavimenti,
è una fatica che palpiamo
oltre il catrame sulle chiglie,
un compito che si getta a casaccio
come i tonni alla mattanza
ed esplode intero poi dinnanzi
così, come viene.
È un atto già morto, il nostro,
il rintocco delle vanità
l’incisione che non resta
il tributo della bassa marea.
Settembre allunga le ombre
come necrosi tra le dita dei piedi
e non si vede più nulla
tra le colonne o nei viali.
Nessuna preghiera vale
per lo spandersi di questo buio,
inutili anche i nostri ghirigori,
i gesti di conforto, le armi,
i progetti per il futuro, tutte
le parole, tutte le mappe.
+ + +
GIARDINI CAMILLO PAVANELLO – PRIMO
OLIMPIONICO D’ITALIA
I
Chiara parla al bambino, dice sempre – no.
È baby sitter, studia farmacia, è luglio e suda
– la merendina dopo – e lui tende arricciato
la mano. È grasso e gli occhi morbidi frugano
la borsa per quell’amuleto nella plastichina
ammollito e spiaccicato, la grazia della Nonna.
Ma Chiara dice – vai a giocare – e lui gioca
guardando Chiara, come fanno gli animali
ammaestrati alle carambole solo per il cibo,
e però mentre la vede, il bambino pensa che è bella
che si sposeranno anche se Chiara non lo guarda mai.
Lui rimane sulle soglie di tristezze ignote,
risucchiato dalle ombre del giardino.
II
È un pensiero ostinato per Chiara depilarsi
le ascelle, tenere in ordine il monte di Venere,
lasciarlo apparecchiato e pronto, sperando
negli occhi di qualche papà col cane o il passeggino.
Vorrebbe vedergli bave al bordo della bocca
per poi farlo implorare di toccarla
malignamente dietro finestrini
o in una discesa notturna. Ma ai giardini
si presentano solo bestie di fango intente
alla caccia di topolini e piccioni e talvolta pure
appaiono simulacri di solitudini pallide
che raccontano storie di massacri e liquidi.
Chiara le ascolta colpita nella mente,
poi a mezzogiorno porta via il bambino
per assolvere ai suoi compiti:
lo nutre, lo fa dormire.
Prima di andarsene si masturba
guardando il pisellino.
+ + +
VIA ANTONIO CAVERI – GIURISTA POLITICO
– DISCESA
Tutte le notti Luca sogna
passaggi incredibili per la città
sempre deserti e orridamente
pericolosi – nel fitto del buio
dalla strada discendono
melme colossali e zingari
che le battono per giocare. Qui
ti vedono
santuari ponti colline cani,
che scendi anse infinite
tremando per un riparo
e invece tutto assale minuziosamente,
come impietoso il morso
della medusa ulcerando
di Luca ogni dettaglio,
le parole, le scelte, le decisioni.
+ + +
VIA GIOVANNI MIANI – ESPLORATORE
Il vecchio più terribile era poi l’uomo-rana,
guardiano della soglia, artiglio in bocca,
sempre seduto troneggiava gracidando.
Custode dagli occhi acuminati rimaneva
del male annidato nel palazzo dirimpetto,
si nutriva dei topi che la notte vomitavano
i tombini in un coro di squittii e pance gonfie
insieme ad altri esseri più viscidi di corruzioni,
una catena di mostri e perverse intelligenze.
Il demone del terzo piano ha un terzo occhio
sulla guancia che guarda sempre di profilo
l’uomo-rana e lo odia.
Era stato tradotto nel corpo di un vecchio
nudo e raggrinzito, con un berretto inglese,
e furente strideva riempiendo il vicolo
di lamenti lugubri. Per lo sforzo degli strilli
nel convocare fantasmi poi spruzza
merda dal culo con cui si impiastra in rituali
per l’amore di ombre più pericolose e grandi,
quelle dalle pelli di cuoio, armi e catene ferrose.
Così si guardano continuamente il demone
e l’uomo-rana, attraversati da luride cerimonie
e sputi di sigilli, prigioni e nubi, denti spaccati,
letame, corna, zoccoli ardenti, dita rosicchiate.
Un equilibrio di morte per i vivi.
+ + +
CENTRO DIVERTIMENTI “LA FIUMARA”
TAPPA I – IL PARCO (GIARDINO OVEST)
Il labirinto non ha mappe oppure
non è un labirinto; puoi salvarti
nella torre, arroccare per vedere
oltre le vetrate la visione
del disegno, il prisma secolare
e qui riunire driadi e morti.
Nel quadrato delle siepi dove
s’adunano mancanze in forme di ragazzi
piange, piange la puttana che di giorno
nessuno riconosce, nessuno più
desidera. Stanno tutti lì e li puoi
vedere rodere teste scarnificare
pelli, penetrarsi con falli, ossa, legni
spandere tutti i liquidi gli uni sugli altri
come stracci strizzati e aprire le cavità
in famelici scoppi e dilatazioni.
Elena da sempre si è chiusa nella torre
e guarda e vede tutto, da sempre così,
al centro, lo stuolo degli scarti
accumulati nella rabbia di una madre
impietosa dell’acciaio.
+ + +
CORSO LUIGI ANDREA MARTINETTI –
CADUTO PER LA LIBERTÀ
III
Dalle sue prime peregrinazioni
nei recessi oscuri del mondo, Camilla
ogni sera nell’animo nutre
sempre gli stessi demoni: disgregazione,
rabbia, inganno, ossessione.
Dal buio ha tratto il tesoro
della sua adolescenza, una sfera orrida
di male e desideri che pulsa
tra l’ombelico e il pelame acerbo
sotto le mutande, rigira tra le mani
un souvenir di cenere e catrami.
Così nel bagno le salgono alla testa
vertigini nere alla velocità del sangue,
si dilatano i vasi, fino agli occhi
gonfi di vergogne, di sonno o morte
– suo padre apre la porta
controlla, chiede «come stai».
IV
Quando di notte Camilla sogna
spiagge festose e abissi orridi di pesci
trasparenti e con le spine,
Giacomo la guarda con occhi di giada
impietrito come gli scogli che sono per lui
sempre e per sempre la faccia di Camilla
il raccordo benevolo di Dio, il sorriso
di una felicità di avorio e sale
che lo proteggerà dalle tenebre.
V
Camilla si alza alle otto e si lava
i denti. Per non pensare a nulla
indossa le cuffiette, la musica
scoppia batteri e neuroni,
corrode le mucose. La pulizia – dice –
dev’essere come i tagli: netti, precisi
e senza sbavature che non siano
il sangue di gengive ferrigno e ostile.
Camilla ha imparato dalle bestie
a indurirsi per ferire come acciaio.
Allo specchio fa tentativi,
si inarca, sputa, guarda i suoi
occhi di vetro, si sente convocare
da rivoli di melasse irresistibili.
Poi prende lo zaino ed esce
e Marco come ogni volta le chiede
tutta una serie di domande su di loro
e sulla vita. Nei messaggi le fa elenchi,
i bilanci e sempre il computo
di mancanze e insoddisfazioni
e resta in bilico e Camilla
risponde che crede di più
alla certezza di ferirsi le dita
con un moschettone per le chiavi,
che al racconto di un possibile futuro.
+ + +
PROLOGO – BASSOPIANO SARMATICO –
MIKAEL
«Voi lo sapete, all’ombra di questa
pianura, lo sapete che siamo orme
e aloni di popoli, che il destino
e la Storia non ci toccano se non
con la fatica storta degli arbusti.
Sapete che non possiamo valicare
né soglie né correnti, insozzate
da plastiche e liquami, interdette
alle navigazioni.
Del tutto si può narrare solo un avanzo
dimostrare che possediamo pochi
strumenti e infecondi e una terra
che non conosce messi a coltivare.
Io qui che vi parlo sono Mikaél,
addensatore di nebbie e paludi,
e pascolo gli scarti delle macchine
che si assemblano da sole in bestie
di ingranaggi solide e dure nei pistoni
da domare con catene e con pellami.
Ragni guardiani e scavatrici, bocche
di trapano saldate tra i piumaggi,
schermi su organi di processori,
ventole taglienti e lame negli ani.
In catene il mio genere con me rimane
l’inutile stirpe dei pastori
guardiani di scarti e terre rare
degli scoli estratti dai dispositivi.
E così muoviamo il passo seguitando
il nostro ordigno più malvagio e sicuro,
la mappa dei tumori e dei veleni:
la tavola periodica di quegli
elementi impronunciabili – Berillio,
Neodimio, Praseodimio, Stronzio, Cerio –
attraversata come la scacchiera
di una partita in perenne sconfitta.
Qualcuno poi ha detto che ovunque
poteva attorno chiamarsi Arcadia:
e questo luogo che vedete è ora
tutto ciò che ci rimane. Palude
putrescente di esalazioni,
dal Mar Glaciale al grande Caucaso,
dove la vita soffoca altra vita
e noi perenni sentinelle inutili
qui dimenticati a controllare
una dannazione simile a un deserto,
l’infecondità del sale.
Una stretta da serpente ci rigonfia
nell’aspetto tumorale, nello sguardo
macilento. Di ferro sono le piastre
sui filamenti di epidermide, nei nei
si cela purulenta la lusinga
della morte, poi vedete tegumenti
di capri cuciti e corna su di me
e in qualche muscolo ipertrofico
tra le fibre sono fili di rame;
gobba la spalla destra, sinistro
mollo il braccio è un collo d’anatra.
Io qui che vi parlo sono Mikaél,
ho vene zeppe di litio che gonfiano
linfonodi, cascate di pustole
un covo di irritazioni eroso
dalle radiazioni, la mia pelle
è un melograno viola di ematoma.
Dalle dita ritorte dei piedi
le unghie sono artigli penetranti
nel terreno, su di me ecosistemi
crescono nel rigoglio, funghi,
amanite tignose, sassolini rubizzi.
Ora, come vedete bene intorno,
molti altri si radunano scavando
incessanti pozzi petroliferi,
prosciugano ogni falda, riempiendola
con cumuli di rottami e ossa
come in inverno si fa con le dispense.
Assemblano vasche di raffreddamento
guidando veicoli a stantuffi e gas
rari, d’iprite è la nebbia che ci avvolge.
Questa è l’Arcadia sognata nei sogni
dei poeti e noi i custodi tecnici,
meccanici, robotici, eppur germina un seme
primordiale in noi di boschi ed edere
inestirpabili. Le brame della selva
si dipanano nelle vene, il verde
accecandoci impedisce ruggini.
Ma altre vie per i tessuti trovano
sostanze astiose e corrosive delle carni.
E mentre altri come Vladimiro
prima della fine sono andati giù
per i millenni a cavare latte
e miele fuori da tronchi prodigiosi,
io qui però rimango e muovo mandrie
le mie filamentose di cavi e prese,
campi eterni di spinotti e batterie.
Nel limbo martellante poi dei pozzi
viviamo vedendo veleni brillare
ingoiandone di altri per sentire il suono
di benesseri che mai conosceremo.
Prima che le sabbie corrompano
le pareti molli dei nostri corpi,
racconterò a voi che qui venite
chi è rimasto dei pastori e chi
si è sciolto in acidi che uccidono
dalle mancanze sue straziato».
+ + +
CHESLAV – DEPRESSIONE DEL KUMA-MANYČ
«Per quarto nessuno aveva sentito
nell’incavo dei resti del canale
la nenia di Cheslav e degli aironi
il canto funebre dell’Asia lungo
la biforcazione sabbiosa dei fiumi.
Nell’indifferenza delle acque morte
«Ci siamo anche noi» era un grido
possente. Non lo fu il resto, la mano,
l’incombere della pioggia la pioggia
la pioggia che apre rosicchia
macera e buca chi non ha riparo.
Così Cheslav infilando un braccio
a fondo dentro un campo di cobalto
s’è fatto di metallo ed è emigrato
nell’Occidente di plastiche e zuccheri,
orrore fuori dall’umano, ridotto
a impulsi il cervello, venera i denti
caduti, dentro fragili ampolle. Ha
un cuore di ingranaggi, Cheslav,
e un amore per i semafori,
per i cartelli luminosi, i centri
commerciali, i loro parcheggi, ultimi
eccessi strepitosi della sua memoria».
+ + +
Smarrita all’ombra dei cedri
un’ombra dietro la giacca gettata
sulla marina, il riflesso di innumerevoli
barche abbandonate a consunzione.
Riconoscevo i piedi di fico aguzzi,
riconoscevo altre piante, altri arbusti
ma gli agrumi erano marci, le olive
irrancidite, il verme scavava
il mondo. Noi restavamo così, senza
indicazioni, senza saper imboccare
una qualsiasi traversa o sentiero.
+ + +
Antares veglia sui suoi sogni di scorpione
che ogni notte abbraccia temerario
col piacere di chi esce dalla vita
per un po’ e dà la caccia con tecniche
sbilenche – aste e pungiglioni – ad ogni
tipo di preda.
Sogna e preferisce sognare perché
di giorno vivere gli oscilla nella testa
come un errore oppure come la morte.
Scegliere non sa, ha detto una volta
alla vicina davanti al banco dei formaggi
che scegliere non sa scegliere e che
l’asprezza della fontina non regge
la lussuria del gorgonzola e però il grana
o lo stracchino vorrebbe un pezzo e un pezzo,
lui con le sue chele con la sua coda
pronta ad infilzare ogni bene ogni
nutrimento. Pensa di sognare,
ma di notte sta con il muso proteso
ad aspirare succhia e lecca visceri
di ogni tipo vacca volpe pollo lupo.
Gli abitanti del paese lo vedono poco
lui è tranquillo e abita in alto, l’ultima casa.
Ma Antares da galassie brucia la sua mente
ulcerata e vergognosa, lo scruta ogni notte,
poi lo perdona.
+ + +
Quando Sirio incendia il cielo
Walter sogna sogni di lumache e pesci,
si finge pescatore e pensa che il mondo
del mare è un mondo di noia e pazienza
dove ogni volta che cerchi un pesce,
ogni cosa sembra un pesce.
Ora lui pesca nei fiumi di montagna,
quelli dalle rapide impazzite o nei laghetti
che sanno sempre di muschi e verdi
scivolosi di vite nascoste in attesa.
Poi getta la sigaretta e nei bancali
vive la sua trincea di quella volta
in cui la lunga strada e in salita
lo portava al parco dei caduti
alla cima delle grotte e pensava
ai fucili, alla sua Polonia.
Su una collina che vede solo
nei ricordi di bambino cavalli
morti trottano lenti rantolando
lugubri tormenti nella gola.
+ + +
Palermo
Il sangue dei pesci spada lo leccano
i turisti, tutti stesi sopra il marmo
che dicono di lingue e posti
crudescenti eppure sangue non
conoscono. Tracciano speranze
i motorini; ci sono fratture
nelle ombre dietro i tuffi e lamine
più fredde accolgono sbandati
che decompongono piano – i muri
digeriscono senza interferenze.
[…]
Bologna
Nello slargo domina vorace
il portone medievale. Le pressioni
delle vene nel cervello aumentano
al vedere ombre trafficanti,
partorite nei viadotti oscurare
le segnaletiche agli svincoli.
C’è chi lo ha visto, però, una sera
tastare le pietre, cercare tracce invano
nell’aiola. Dal ramo rubescente
in catene lo tiene un melograno.
Alessandro Mantovani (1991) laureato in Filologia Classica, collabora con l’Università dell’Insubria e insegna lingue classiche nei licei di Milano. Come giornalista si occupa del rapporto tra città e narrazioni della città; immagini e approcci cartografici nella letteratura e di critica letteraria. Ha scritto articoli per riviste e giornali tra cui Il tascabile, Rolling Stone, L’indice dei libri del mese, Alias, Urbano e collabora con il quotidiano Il Foglio. Nel 2025 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, Geografia sommersa.









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