In copertina: Anselm Kiefer, Für Paul Celan das Geheimnis der Farne, 2021, tecnica mista su tela, 840 x 570 cm
da Versi a Dio. Antologia della poesia religiosa a cura di Davide Brullo, Nicola Crocetti, Antonio Spadaro (Crocetti Editore 2024)
Yotzer’ or
(“Colui che forma la luce”)
Tutti ti lodano e tutti ti celebrano e tutti dicono: Non vi è un santo come Yhwh (1 Sam 2, 2). Tutti ti esaltano in eterno, Formatore di tutto, il Dio che apre ogni giorno i battenti delle porte dell’oriente e che spalanca le finestre del firmamento, che fa uscire il disco solare dalla sua sede e la luna dal luogo in cui risiede, che illumina il mondo intero e i suoi abitanti che Egli ha creato con la misura della misericordia.
Nessuno ti assomiglia né vi è fuori di Te; nulla se non Tu, e chi è uguale a Te? Nessuno Ii assomiglia, Yhwh, Dio nostro, in questo mondo, né vi è fuori di Te, nostro Re, nella vita del mondo che viene. Nulla se non Tu, nostro Redentore, nei giorni del Messia, e non vi è uguale a Te, nostro Salvatore, nella risurrezione dei morti.
(Rita Torti Mazzi)
+ + +
Ignazio di Loyola
(Loyola 1491 – Roma 1556)
Suscipe
Prendi e ricevi, Signore,
tutta la mia libertà,
la mia memoria,
la mia intelligenza
e tutta la mia volontà.
Tutto quel che ho e possiedo,
me l’hai donato tu:
a te, Signore, io lo rendo.
Tutto è tuo
tu puoi disporne
secondo la tua piena volontà.
Accordami il tuo amore e la tua grazia,
sono abbastanza, per me.
+ + +
Gerard Manley Hopkins
(Stratford, Regno Unito 1844- Dublino, 1889)
La grandezza di Dio
Il mondo è carico della grandezza di Dio.
Darà fiamma, come fulmine da lamina vibrata
si raccoglie a ingrandirsi, come il gocciolio d’olio
franto. Perché l’uomo ora non teme la sua verga?
Generazioni hanno pestato, pestato, pestato;
e tutto è seccato dal commercio; oscurato, macchiato dalla fatica;
e porta chiazze d’uomo e puzza d’uomo: il suolo
è nudo ora, né sente piede, perché calzato.
Ma non per questo la natura è spenta;
vive in fondo alle cose la freschezza più cara;
e sebbene l’ultima luce dal nero occidente se ne sia andata
oh, il mattino, dall’orlo bruno d’oriente, sgorga –
perché lo Spirito Santo sopra il curvo
mondo cova con caldo petto e con oh! ali di luce.
(Antonio Spadaro)
+ + +
Ferdinando Tartaglia
(Parma 1916 – Firenze 1988)
Io sono ancora aurora e già il tramonto
dice su me che il giorno è per finire
non sono ancora nato e già morire
io devo al tempo che à invertito il conto.
Tu Dio non farmi male. E se soffrire
io dovrò ne lo strappo e poi nel tonfo
fammi subito intero risalire a
baciarti nel volto de l’incontro.
Là non sarò più morto. Ma fiorire.
+ + +
Paul Celan
(Cernivci, Ucraina 1920 – Parigi 1970)
DISGELO. E io giacqui con te, tu, fra i detriti,
una luna di neve marcia
ci buttò addosso una risposta,
noi ci sminuzzammo in briciole,
e delle briciole facemmo di nuovo grumo:
il Signore spezzò il pane,
il pane spezzò il Signore.
(Giuseppe Bevilacqua)
Versi a Dio, antologia della poesia religiosa pubblicata nel 2024 da Crocetti (a cura di Davide Brullo, Nicola Crocetti e Antonio Spadaro), conta 336 pagine numerate e raccoglie testi poetici inerenti alla dimensione religiosa, appartenenti alle tradizioni spirituali più disparate. Non si limita, però, a essere un tentativo di attraversare le molteplici forme che l’invocazione, la preghiera e il pensiero magico-spirituale possono assumere in poesia. L’antologia, infatti, si distingue per un carattere divulgativo con l’inclusione di una lettera di Papa Francesco che apre il libro a un pubblico che non si è mai posto, più di tanto, domande in merito alle altre religioni, alla componente letteraria dei testi sacri, e alla componente sacra della letteratura.
Un ulteriore merito dell’opera è quello di reintrodurre testi difficilmente accessibili al lettore comune: si tratta in alcuni casi di poesie contenute in volumi di difficile reperibilità, che raramente circolano fuori da contesti specialistici.
L’introduzione di Antonio Spadaro merita un breve approfondimento. Spadaro, gesuita, è attualmente sotto-segretario del Dicastero per la cultura e l’educazione. Nel testo porta avanti un discorso teologico complesso, senza mai appiattire o banalizzare i testi a cui fa riferimento. Con una prosa chiarissima dimostra di non avere nessuna difficoltà a integrare istanze laiche (i seminari di Lacan, ad esempio) in un discorso religioso e che vuole essere apertamente religioso, senza che ciò infici l’accessibilità del testo. Detto questo, non mancano gli spunti di riflessione/dibattito. È bene tenere a mente che Spadaro è gesuita, e che quando afferma che: «un poeta non illuminato dalla fede si rende conto che il poema ha bisogno di un Altro a cui tendere» lo fa muovendosi in un intreccio invisibile di riferimenti teologici e filosofici che conta quasi 500 anni di storia. Così come Spadaro accosta alla teologia gesuita posizioni laiche, la filosofia, specie quella del ‘900, è stata particolarmente ricettiva al lascito della compagnia di Gesù. Una simile impronta teologica può essere individuata negli scritti di un filosofo “laico” come Heidegger (che andò in seminario dai Gesuiti, ma fu allontanato per ragioni di salute). Heidegger, amatissimo da Celan nonostante la vicinanza ideologica al Nazismo, porta avanti un discorso simile, in parte, a quello di Spadaro nel passaggio citato, discorso che, secondo me, comporta diverse problematiche- ma non è questa la sede per polemizzare con Heidegger. Va anche detto che, se Spadaro ha letto Heidegger, non era sua intenzione citarlo implicitamente (ho verificato di persona con lui dopo un evento). Piuttosto, è Heidegger a non essersi mai sbarazzato del retaggio gesuita, oltre che di quello tomista su cui gli studiosi preferiscono soffermarsi. Restando sull’introduzione, ho trovato particolarmente bella l’analisi di alcuni versi di Emily Dickinson, tra le meno retoriche che abbia mai letto, in autentica sintonia con l’autrice. Al di là dei disaccordi che una studentessa di filosofia non battezzata può avere con un prete, credo che le domande poste da Spadaro sulla soglia tra poesia e preghiera mettano in luce una questione profondissima che ha attraversato la storia della letterarura. Questa soglia, infatti, nella maggior parte dei casi si rivela più un luogo d’incontro che un confine.
Dall’introduzione di Antonio Spadaro:
Preghiera e poesia costituiscono un binomio che ha accompagnato costantemente la storia dell’esperienza religiosa. Spesso la poesia raggiunge un tempo già reso “poetica”, per così dire, dalle devozioni e dai rituali che in esso si celebrano. La sua funzione è quella dell’accompagnamento, dell’evocazione e dell’approfondimento orante e meditati-vo. Le risorse del linguaggio poetico sono più ampie rispetto a quelle del linguaggio discorsivo e possono dar vita a una cassa di risonanza per gli interrogativi e le attese fondamentali che l’uomo si pone riguardo al mondo e a sé stesso. La poesia può creare una vera e propria comunità degli animi che non si identifica con la comunità rituale, collocandosi su un piano diverso, ma che a quest’ultima può convergere. Le liturgie, del resto, sono state spesso accompagnate o seguite dalla poesia. Sia sufficiente qui ricordare, ad esempio, in ambito cristiano i Salmi penitenziali di Petrarca e gli Inni sacri di Manzoni o anche La Messe là-bas di Paul Claudel e Horae canonicae di W. H. Auden. In rari casi la poesia si genera proprio perché la liturgia è impedita.
[…] Ma esiste una soglia che distingue poesia e preghiera. La preghiera è innanzitutto un rivolgersi a Dio per dialogare, fare un atto di affida-mento, affidare un desiderio o una petizione. È questo dialogo a fare di una poesia religiosa una preghiera. Qual è la natura di questa soglia? In realtà la poesia l’ha frequentata e continua a percorrerla in lungo e in largo: è forse questo il luogo più proprio dell’incontro tra preghiera e poesia. Emily Dickinson, ad esempio, ha indagato questa soglia fermandosi su di essa: “Era giunto il mio tempo di pregare”” scrive. E prosegue: “Dio cresce in alto – quindi coloro che pregano/ orizzonti – devono ascendere -/ E così mi sono diretta verso nord/ per incontrare questo Insolito Amico -” (564). La poetessa sente la necessità di incamminarsi verso Dio, questo “Curious Friend”, come lei lo definisce, che “cresce in alto” (“grows above”). Non trova segni di una sua dimora. Osserva solo “vaste praterie d’aria/ non interrotte da un colono -“. Eppure, davanti a questa vastità apparentemente vuota lei avverte una soglia. E allora “Il silenzio accondiscese/ la creazione si fermò – per me/ ma intimorita al di là della mia missione -/ venerai – non ‘pregai’ -“. La poesia di Emily Dickinson accompagna sulla soglia della preghiera, ma davanti ad essa si ferma.
[…] La Dickinson non ha ancora trovato Dio, ma ‘universo diventa un sistema di segni della sua presenza. La poetessa non sa quale sia la sua stanza, ma lo prega ugualmente, spingendo la tensione di ricerca talmente in avanti da farle perdere l’equilibrio e da far diventare la sua poesia una preghiera quando invoca: “Oh Jesus…” e “Say, Jesus…”. L’invocazione “Oh Jesus” sposta d’improvviso il baricentro del discorso dall’”io” al “tu”. E proprio questa svolta a ribaltare il discorso e la sua direzione. Il passaggio però non è affatto scontato. Sappiamo che c’è sempre un patto implicito a due tra il poeta e il suo lettore. Ma se la poesia diventa preghiera, appena lo diventa, immediatamente questo rapporto consolidato si spezza per accogliere un terzo, Dio. Se la poesia che leggo è preghiera, allora Dio si pone in mezzo tra il poeta e me. Impedisce a me, lettore, di essere “dentro” quella poesia se non accolgo anche Lui. La poesia-preghiera è intrinsecamente relazione capace di produrre relazione per la quale fornisce una forma linguistica. Può persino diventare una sorta di canovaccio che fornisce gli elementi di base per una preghiera del tutto personale del lettore. Non è questione di fede esplicita o meno: persino un non credente si troverà costretto almeno ad assumere, fare propri, temporaneamente gli atteggiamenti del credente per non essere radicalmente “respinto”, diciamo così, dal testo.
Infine, alcune criticità.
Pur riconoscendo la validità del progetto, ho riscontrato alcune criticità, in particolare nella trattazione dei documenti più antichi.
Nonostante l’ampio apparato bibliografico, l’antologia manca completamente di note a piè di pagina. Questa assenza si fa sentire soprattutto nella sezione dedicata al Buddhismo (o, più correttamente, ai Buddhismi) che vengono trattati tutti insieme, quando invece differenze significative separano, ad esempio, il Buddhismo Zen dal Mahayana o dal Vajrayana. Anche cattolicesimo, ortodossia e protestantesimo sono raccolti sotto l’etichetta “cristianesimo”, ma le tre correnti cristiane condividono (almeno in parte) un corpus scritturale comune. Il Buddhismo Zen, al contrario, si fonda (come il Chán cinese da cui deriva) su un rifiuto radicale dell’autorità dei sutra. Il problema qui non è tanto il rischio di “offendere” qualcuno, quanto la difficoltà di accesso che si impone al lettore. Molti dei testi inclusi sono espressione di tradizioni oggi quasi scomparse, lontanissime dall’occidente per come lo conosciamo. L’estrapolazione dal contesto porta in territori scivolosi. Anche supponendo che ogni lettore dell’antologia possegga gli strumenti per interpretare il testo stampato sulla pagina, resta la domanda: possiamo davvero interpretare “personalmente” un manoscritto (per dire) dell’antico Egitto, dei frammenti sciamanici, o estratti dai veda e farne esperienza come faremmo esperienza di uno scritto poetico-religioso prodotto oggi? È una questione più antropologica che letteraria e, forse, sto cercando il pelo nell’uovo. Detto questo, mi sembra opportuno concludere con una domanda aperta, proprio perché Versi a Dio solleva, anche indirettamente, un gran numero di interrogativi. E questo la rende interessante.









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