Giuseppe Piccolo ci ha fatto il pacco.
Vi avevano promesso a buon mercato un libro di «poesia performativa». Non poteva andare niente male. Ve lo aveva detto la persona che ve lo ha consigliato. L’editore lo ha persino stampato in copertina. In libreria ve lo hanno confermato. Magari avrete cercato su internet “Giuseppe Piccolo” e avete scoperto che ha vinto il campionato nazionale di poetry slam nel 2024: avrete fatto un sillogismo pratico. “Questo ha vinto il campionato di poetry slam: quindi è un poeta, e sicuramente è un poeta performativo”. Avete pagato e vi hanno fatto pure lo scontrino fiscale. Ignare della fallacia del ragionamento sicuro, contente, ve ne siete andate a casa. Siete state attente dall’inizio del processo di acquisto e lo sguardo era lì – fisso: dalla libreria alla borsa in cui tenete l’oggetto nessun vuoto, nessuna possibilità di scambio. Il libro lo avete toccato, persino sfogliato. Era lì, fermo, e vi aspettava. Poi l’incantesimo: nell’invisibile, la truffa. Chi lo ha scritto vi dice che questo non è un libro di poesia e la performatività la lasciamo alla visione aziendalistica dell’esistenza. Poesia performativa è un ossimoro.
Riguardo il titolo dell’opera ho un ricordo d’infanzia: qual è la tecnologia che sottostà alla pratica dello “stereo per mattone”? Ero in una delle favolose attrazioni turistiche della provincia di Caserta, un centro commerciale, con i miei genitori, quando ci si avvicina un tale con fare gentile e rassicurante. Ha tra le mani un pacco, aperto. Parte una scambio tra di noi. Il tale ci dice che vorrebbe venderci una di quelle vecchie macchine fotografiche, erano gli anni 2000 e quelle macchine fotografiche erano beni di lusso. Diceva di averla comprata in negozio ma aveva convocato un motivo legittimo per disfarsene: ad un prezzo ridotto, si capisce, un aiuto tra esseri umani, noi avremmo ridotto il suo danno economico e ci saremmo ritrovati con delle belle macchine fotografiche pagate a meno della metà del prezzo di listino. I miei genitori avevano capito che si trattasse del famosissimo pacco. Nanni Loy nel 1993 aveva dedicato a questa pratica un film famosissimo: “Pacco, doppio pacco e contropaccotto”: ancora oggi nelle tv campane lo danno tre volte a settimana. Ed è qui che scatta il gioco di illusionismo. Il pacco funziona perché chi detiene le tecnologie del nascondimento riesce a farti credere fino alla fine che a questo giro non si tratti del pacco e che tu stia facendo l’affare della vita. Tu che sei più furbo degli altri. Tu che conosci la dinamica. A te il pacco non possono farlo. Questo credevano anche i miei genitori, che, come voi con questo libricino, non avevano nessun motivo per credere di ritrovarsi con un qualcosa di diverso da quello che avevano comprato. Torniamo a casa. Nel pacco c’erano tre chili di sale. Mio padre nelle settimane a seguire ha preferito mangiare sciapo perché «’o sale va a diecimila lire ô kilo», facendo così le pernacchie ai concetti di “valore”, “uso” e “mercato”.
In questo libro, le stesse pernacchie di mio padre. In questo libro le stesse strategie del nascondimento. Affinché la truffa possa esercitarsi serve sì un truffatore ma serve pure un fesso. Lo so, lo so. Ad ora vi pare di essere in perdita totale. State per scrivere una mail di reclamo alla casa editrice. Volete indietro i vostri soldi. Aspettate. Lasciate che vi si spieghi che cosa potete ottenere da questo libro.
Cose piccole piccole. La piccola piccola consapevolezza che in alcune province del sud del mondo il ciclo del cemento e dei rifiuti ha avvelenato la terra e i suoi frutti, riempiendo le città di grigio, mai costruendo spazi di socialità, mai investendo in cultura. La piccola piccola necessità migratoria delle sue figlie e dei suoi figli. Il piccolo piccolo dolore di doversi vivere l’amore familiare a distanza, attraverso un cellulare. La piccola piccola sciagura di un sistema universitario che troppo troppo spesso costringe studentesse e studenti a lanciarsi nel vuoto, mentre in TV fanno i complimenti a Patrizia, 11 anni, già alla sua settima laurea (e poi ci parlate di performatività?). E di tante altre questioni collocate ai margini. Perché questo libro è stato scritto lungo il tratteggio del margine, dal tratteggio del margine, per il tratteggio del margine, perché il tratteggio del margine, col tratteggio del margine. E si badi, la difesa della terra non avviene perché “la terra è nostra”. La terra non si possiede (Israele), alla terra si appartiene (Palestina).
Giuseppe Piccolo ci dà la possibilità di conoscere un po’ di questo margine invisibilizzato con un linguaggio fonosimbolico – una presa diretta – la voce – lo sguardo – il suo corpo fatto a pezzi, che ora, mentre leggete, non sentite e non vedete. E questa è o non è un’altra truffa? Forse, e queste mancanze non saziano. Ma se volete essere saziati fatevi invitare a pranzo a Maddaloni dalla famiglia di Giuseppe. Vi dò la mia parola: non ne rimarrete delusi. Nessuna possibilità di truffa.
Forse.
La canna
Amma fa’ na Canna?
Na che? Na che?
Na canna, na canna.
Amma fa’ na canna?
Na che? Na che?
Na canna, na canna.
Vuò fa’ na gara?
Na che? Na che?
Na gara, na gara.
Vediamo chi per primo tace e non parla
di chemio, di cancro, di Tyler e Marla
di camion di fiori, di bare di latta
e sepolcri di uranio, di andare a Milano
ma lì c’è la nebbia, di stare a Marano,
a Melito, a Mugnano, a Orta di Atella,
di terra che brucia, di lipomi e linfomi
di cercare una cura, dei nostri tumori
di quelli che abbiamo, di quelli che avremo
di collo dell’utero, di prendere un treno
di pigliare e scappare, del Monaldi, il Pascale
del Policlinico Vecchio e poi quello Nuovo,
del reparto infantile, del Santo Bono
delle analisi, tac, di CUP e di ASL
di ticket, d’ufficio, di “tengo un amico
che passo davanti se no non mi sbrigo”,
di macchie, di dottori e cognomi
di asportazioni e di melanomi
dei danni che ci ha fatto il mercato del fumo
delle analisi che vanno fatte a digiuno
di “mi tengo tuo figlio quando ti operi”
dei prezzi dei farmaci, dei giorni, i ricoveri
di che morte faranno i miei genitori
del fatto che noi moriremo da soli
perché teniamo sicuro il cancro ai coglioni.
Amma fa’ na canna?
Na che? Na che?
Na canna, na canna.
Amma fa’ na canna?
Na che? Na che?
Na canna, na canna.
Vuò fa’ na gara?
Na che? na che?
Na gara, na gara.
Verimmo chi pe’ primmo nu parla ma subbeto spara
chi allucca cchiù forte
chi vence a renare
chi tene ’e palle e fa’ nu reato
chi pe’ primmo va a fernì carcerato
chi tene ’a forza e me ghiastemmà ’e muorte
chi caccia ’a cazzimma chi sposta ca vocca
chi tira cchiù forte, chi se vò fa’ na botta
chi votta co crack, chi tene ’o pippotto
chi squaglia, chi appara, chi stregne nu laccio
a chi zompene ’e riente e chi invece nun magna
chi assaggia, chi â spaccia e ’nna tocca
chi tira pe’ primmo e nun se fa asotta
chi â sposa po’ fummo, e ’o vverde a Caivano
chi ô occatta ra scigna, e chi ô rione Traiano
chi se sparte co pate a Sambuca pezzotta
chi spara a nu frate pe’ nu spartere ’e sorde
chi tene ’o ribotto, chi nun tene ’a botta
chi “ ’o Pè sto a tremila, facimmo na bomba”
chi sbaglia pecchè stasera vere sulo buio
chi ’o sport ca sape è a t’ô mettere ’ngulo
chi cresce sbagliato, chi more ra sulo
pecchè è figlio ’e nisciuno
e nisciuno c’ha ritto ca forse a fine sto scuro
ce sta nu mumento arò se fotte sto buio.
Vuò fa na canna?
E falla
pecchè cca abbascio stammo fusi campanne
a botte di spleen e melodramma
come non fossimo fatti per viver come bruti
ma pe’ ce chiagnere ’e parienti ’ngatastat ’nte tavuti
e dimme a che me serve a n’azzeccà ’e cerevelle
se viviamo isolati come a Mont Saint-Michel
se i nostri voleri non pesano un cazzo sulla bilancia
se nun tenimmo ’e renari nemmanco pe’ ce sputà ’nfaccia
se ’o munno che magna, se manco sgamammo se è notte o se è ghiuorno
se avere un futuro felice qua sembra un film porno
e vederci fallire sembra il punto sicuro del nostro destino
pecciò sentiteme buono
ce putite fa nu bucchino!
cu ’e storie che ’o munno se vere diverso
noi il nostro futuro lo abbiamo già perso
e che te crire ca nun ce verimme?
ca simmo ’e muorti cacciate pe’ primmi
la carne da macello, la lauta trincea
che compra le bare dentro l’Ikea
ca ce cecasseme pe’ nun guardà annanz
che sta vita veloce ce fa veni ’e mal ’e panza
e pecciò platea giudicante, se truammo ’o piacere int’ ’a cocca sustanza
pusate ’e giudizi,
scurdatateve ’e nuie,
comme già ata fatto.
Degli altri
Queste
calamità
naturali
sono
la
nostra
fortuna
artificiale
d’altronde
cos’altro potrebbe farci rischiare la morte
attaccati di notte ai cavalcavia di una vita
che corre, trapassa, sconquassa la milza
a furia di passi percorsi
sui passi
DEGLI ALTRI
su noi che corriamo per farci più magri
più snelli, più belli, più dritti, più giusti
per gli occhi
DEGLI ALTRI
che ci spogliano nudi e ci mangiano i giorni
che vomitiamo, sbattendo la testa sui cessi
restando da vermi, inermi, nei letti
di case
DEGLI ALTRI
che in fondo noi, di case nostre non ne avremo mai
siamo troppo impegnati a cercare lavori precari
stipendi adeguati, stipati in uffici
puntando i fucili su lunghi obiettivi
che a voler essere gentili, sono sempre rimasti
i fottutissimi sogni
DEGLI ALTRI
che figurati se volevamo imparare ad annodare cravatte
e svegliarci di notte con gli occhi già stanchi
per qualcosa che non fosse adornare le albe
e sperare alle volte che nella corsa interrotta
tra un punto di svolta e un’esistenza corretta
quel nodo ci strozzi, che siamo in ritardo
coi tempi
DEGLI ALTRI
che ci siamo piegati a novanta sui libri più alti
negando alla vita i piaceri più bassi
guardando questi altri, giammai soffocati
tra nebbia&locali, ben proiettati su schermi sociali
che a dircela tutta, li abbiamo invidiati
perchè che bella la vita,
la vita
DEGLI ALTRI
che sanno più di noi, che non hanno mai preso una scelta sbagliata
una strada sbandata, una sonora sprangata nei denti
mai stati perdenti, perduti nei meandri
di macerie di voci, di madri mai fiere
che non farebbero male a scambiare la prole
coi figli
DEGLI ALTRI
che i nostri sono rimasti mai nati
morti ammazzati dai danni
che queste catastrofi ci sbattono in faccia
come Aldo Moro, soffocati nelle auto
a benzina degli anni ‘70
e a dircela tutta neanche sappiamo
se noi non vogliamo che nascano loro
o loro non vogliono nascer da noi
che soffochiamo sto mondo lottando
soltanto
le lotte
DEGLI ALTRI
leggendo poemi sessuali
con voci sensuali
che non servono ad altro
se non a provare a scoparci
le mogli
DEGLI ALTRI
perché in fondo cos’altro è la rivoluzione
se non ardore e voglia di appropriazione?
Se non clamore e spirito di aggregazione?
Che se non vediamo spazio
è il momento di prendere quello
Degli Altri
e salveremo i nostri fratelli
ma ammazzando i fratelli
Degli Altri
e faremo la guerra, in trincea,
coi culi
Degli Altri
con le armi
Degli Altri
fottendo qua e là le madri
Degli Altri
perché è colpa
Degli Altri
se non abbiamo mai avuto giardini
verdi come quelli
Degli Altri
e quando avremo anche noi
gli stessi colori
Degli Altri
daremo a tutti un po’
ma a noi un po’ più
Degli Altri
che queste catastrofi
ci hanno insegnato a guardare
nei piatti
Degli Altri
ma mai a realizzare
che siamo noi gli altri
Degli Altri.
Antipreghiera
Ovunque proteggi, o Signore, i tuoi figli ovunque dispersi
quelli riversi in stazioni e stagnole, che scansano le piogge
sotto i ponteggi
i nostri fratelli, ai loro drammi dona gli incensi
riaccendi i tuoi ceri nelle chiese disperse dei loro segreti
fai che i loro templi notturni rimangano aperti
conserva i dialetti, preserva gli inetti, gli alterchi
e i coltelli, gli ascessi e i martelli, gli orpelli
dei degradi dei centri, dà a loro vestiti indecenti
e donagli sempre più incomprensibili accenti.
Donagli, o Signore, tagli similari
quartieri isolati e lasciane i prati
sparire su colonne di metri quadrati
rendi gratuiti i beni primari,
il pane, la pasta e gli asti immotivati
riempi i mercati di merce tossica
lascia che questa gente tossisca
che ogni minorenne rimanga incinta
e che il filo spinato recinti
i suoi abiti succinti.
Credo in te, o Signore,
e nel potere infinito delle tue cure
in quelle che giammai darai
ai loro arcolai senza frecce
lascia che loro rimangano feccia
lascia che questa gente si incazzi
e mostri nelle pareti di questi ospedali
quanto violenti sono i poveri e maleducati
riempine i telegiornali
così che noi possiamo fare elemosina
e che i moti naturali del perdersi
prendano le periferie
lasciali in perdenze che non siano le mie
su vie lontane da metropolitane
su filosofie puttane
(scusa Signore, dicevo meretrici!)
falli camminare su bici
disilluse e disilluminate
che dimentichino la Madre
che rimangano in giornate
perse tra ciò che si dovrebbe fare
e ciò che non può essere.
Lascia a noi fedeli, i poteri del potenziale
del potenziare, le armi infuocate
del potere e lascia a loro strade
di cui potersi lamentare
perché riempiano le buche di pensieri criminali
ignorando i viminali, lasciali poveri e mortali
attaccati ai materiali di stipendi di fatica
che la vita gli sia agiata fino all’incontro dei tumori.
Io credo in te, Padre Onnipotente
Tieni lontana questa gente
E a noi le saccenze dell’essere vesti divelte
Marcate di scelte, lascia che sembri
Che i tesori che ci siamo scelti
Rimangano nostri e che nostre
Rimangan le ostie
Del sentirci Cristi, giudizi e miracoli
Discepoli del Sassicaia nei nostri cenacoli
Dacci i tentacoli per soffocare le gole
Del quando e del dove
E lascia che questo amore ci fotta
Anzi più che noi ammazza i futuri illibati
Delle province e dei figli di Erode.
O Signore, lascia che tutto sia come sia
Che tutto rimanga idiocrazia
lascia che io sia realtà e loro pazzia
lascia distinto quel senso a matita
in periferia dona il diritto alla morte
qui, lascia il diritto alla vita.
Ringraziamo Gabriele Ratano per lo scatto in copertina;
per la performance di Canna e Antipreghiera Grand Poetry Slam;
per Degli altri Slam Poetry Sk.









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