Anteprima editoriale | Giuseppe Piccolo | Stereo per mattone

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a cura di

Nicola Barbato

10–15 minuti

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Giuseppe Piccolo ci ha fatto il pacco.
Vi avevano promesso a buon mercato un libro di «poesia performativa». Non poteva andare niente male. Ve lo aveva detto la persona che ve lo ha consigliato. L’editore lo ha persino stampato in copertina. In libreria ve lo hanno confermato. Magari avrete cercato su internet “Giuseppe Piccolo” e avete scoperto che ha vinto il campionato nazionale di poetry slam nel 2024: avrete fatto un sillogismo pratico. “Questo ha vinto il campionato di poetry slam: quindi è un poeta, e sicuramente è un poeta performativo”. Avete pagato e vi hanno fatto pure lo scontrino fiscale. Ignare della fallacia del ragionamento sicuro, contente, ve ne siete andate a casa. Siete state attente dall’inizio del processo di acquisto e lo sguardo era lì – fisso: dalla libreria alla borsa in cui tenete l’oggetto nessun vuoto, nessuna possibilità di scambio. Il libro lo avete toccato, persino sfogliato. Era lì, fermo, e vi aspettava. Poi l’incantesimo: nell’invisibile, la truffa. Chi lo ha scritto vi dice che questo non è un libro di poesia e la performatività la lasciamo alla visione aziendalistica dell’esistenza. Poesia performativa è un ossimoro. 

Riguardo il titolo dell’opera ho un ricordo d’infanzia: qual è la tecnologia che sottostà alla pratica dello “stereo per mattone”? Ero in una delle favolose attrazioni turistiche della provincia di Caserta, un centro commerciale, con i miei genitori, quando ci si avvicina un tale con fare gentile e rassicurante. Ha tra le mani un pacco, aperto. Parte una scambio tra di noi. Il tale ci dice che vorrebbe venderci una di quelle vecchie macchine fotografiche, erano gli anni 2000 e quelle macchine fotografiche erano beni di lusso. Diceva di  averla comprata in negozio ma aveva convocato un motivo legittimo per disfarsene: ad un prezzo ridotto, si capisce, un aiuto tra esseri umani, noi avremmo ridotto il suo danno economico e ci saremmo ritrovati con delle belle macchine fotografiche pagate a meno della metà del prezzo di listino. I miei genitori avevano capito che si trattasse del famosissimo pacco. Nanni Loy nel 1993 aveva dedicato a questa pratica un film famosissimo: “Pacco, doppio pacco e contropaccotto”: ancora oggi nelle tv campane lo danno tre volte a settimana. Ed è qui che scatta il gioco di illusionismo. Il pacco funziona perché chi detiene le tecnologie del nascondimento riesce a farti credere fino alla fine che a questo giro non si tratti del pacco e che tu stia facendo l’affare della vita. Tu che sei più furbo degli altri. Tu che conosci la dinamica. A te il pacco non possono farlo. Questo credevano anche i miei genitori, che, come voi con questo libricino, non avevano nessun motivo per credere di ritrovarsi con un qualcosa di diverso da quello che avevano comprato. Torniamo a casa. Nel pacco c’erano tre chili di sale. Mio padre nelle settimane a seguire ha preferito mangiare sciapo perché  «’o sale va a diecimila lire ô kilo», facendo così le pernacchie ai concetti di “valore”, “uso” e “mercato”. 

In questo libro, le stesse pernacchie di mio padre. In questo libro le stesse strategie del nascondimento. Affinché la truffa possa esercitarsi serve sì un truffatore ma serve pure un fesso. Lo so, lo so. Ad ora vi pare di essere in perdita totale. State per scrivere una mail di reclamo alla casa editrice. Volete indietro i vostri soldi. Aspettate. Lasciate che vi si spieghi che cosa potete ottenere da questo libro. 

Cose piccole piccole. La piccola piccola consapevolezza che in alcune province del sud del mondo il ciclo del cemento e dei rifiuti ha avvelenato la terra e i suoi frutti, riempiendo le città di grigio, mai costruendo spazi di socialità, mai investendo in cultura. La piccola piccola necessità migratoria delle sue figlie e dei suoi figli.  Il piccolo piccolo dolore di doversi vivere l’amore familiare a distanza, attraverso un cellulare. La piccola piccola sciagura di un sistema universitario che troppo troppo spesso costringe studentesse e studenti a lanciarsi nel vuoto, mentre in TV fanno i complimenti a Patrizia, 11 anni, già alla sua settima laurea (e poi ci parlate di performatività?). E di tante altre questioni collocate ai margini. Perché questo libro è stato scritto lungo il tratteggio del margine, dal tratteggio del margine, per il tratteggio del margine, perché il tratteggio del margine, col tratteggio del margine. E si badi, la difesa della terra non avviene perché “la terra è nostra”.  La terra non si possiede (Israele), alla terra si appartiene (Palestina).  

Giuseppe Piccolo ci dà la possibilità di conoscere un po’ di questo margine invisibilizzato con un linguaggio fonosimbolico – una presa diretta – la voce – lo sguardo – il suo corpo fatto a pezzi, che ora, mentre leggete, non sentite e non vedete. E questa è o non è un’altra truffa? Forse, e queste mancanze non saziano. Ma se volete essere saziati fatevi invitare a pranzo a Maddaloni dalla famiglia di Giuseppe. Vi dò la mia parola: non ne rimarrete delusi. Nessuna possibilità di truffa. 

Forse. 


La canna


Amma fa’ na Canna?

Na che? Na che?

Na canna, na canna.

Amma fa’ na canna?

Na che? Na che?

Na canna, na canna.

Vuò fa’ na gara?

Na che? Na che?

Na gara, na gara. 

Vediamo chi per primo tace e non parla

di chemio, di cancro, di Tyler e Marla

di camion di fiori, di bare di latta

e sepolcri di uranio, di andare a Milano

ma lì c’è la nebbia, di stare a Marano,

a Melito, a Mugnano, a Orta di Atella,

di terra che brucia, di lipomi e linfomi

di cercare una cura, dei nostri tumori

di quelli che abbiamo, di quelli che avremo

di collo dell’utero, di prendere un treno

di pigliare e scappare, del Monaldi, il Pascale

del Policlinico Vecchio e poi quello Nuovo, 

del reparto infantile, del Santo Bono

delle analisi, tac, di CUP e di ASL

di ticket, d’ufficio, di “tengo un amico

che passo davanti se no non mi sbrigo”,

di macchie, di dottori e cognomi

di asportazioni e di melanomi

dei danni che ci ha fatto il mercato del fumo

delle analisi che vanno fatte a digiuno

di “mi tengo tuo figlio quando ti operi”

dei prezzi dei farmaci, dei giorni, i ricoveri

di che morte faranno i miei genitori

del fatto che noi moriremo da soli

perché teniamo sicuro il cancro ai coglioni.

Amma fa’ na canna?

Na che? Na che?

Na canna, na canna.

Amma fa’ na canna?

Na che? Na che?

Na canna, na canna.

Vuò fa’ na gara?

Na che? na che?

Na gara, na gara.

Verimmo chi pe’ primmo nu parla ma subbeto spara

chi allucca cchiù forte

chi vence a renare

chi tene ’e palle e fa’ nu reato

chi pe’ primmo va a fernì carcerato

chi tene ’a forza e me ghiastemmà ’e muorte

chi caccia ’a cazzimma chi sposta ca vocca

chi tira cchiù forte, chi se vò fa’ na botta

chi votta co crack, chi tene ’o pippotto

chi squaglia, chi appara, chi stregne nu laccio

a chi zompene ’e riente e chi invece nun magna

chi assaggia, chi â spaccia e ’nna tocca

chi tira pe’ primmo e nun se fa asotta

chi â sposa po’ fummo, e ’o vverde a Caivano

chi ô occatta ra scigna, e chi ô rione Traiano

chi se sparte co pate a Sambuca pezzotta

chi spara a nu frate pe’ nu spartere ’e sorde

chi tene ’o ribotto, chi nun tene ’a botta

chi “ ’o Pè sto a tremila, facimmo na bomba”

chi sbaglia pecchè stasera vere sulo buio

chi ’o sport ca sape è a t’ô mettere ’ngulo

chi cresce sbagliato, chi more ra sulo

pecchè è figlio ’e nisciuno

e nisciuno c’ha ritto ca forse a fine sto scuro

ce sta nu mumento arò se fotte sto buio.

Vuò fa na canna?


E falla

pecchè cca abbascio stammo fusi campanne

a botte di spleen e melodramma

come non fossimo fatti per viver come bruti

ma pe’ ce chiagnere ’e parienti ’ngatastat ’nte tavuti

e dimme a che me serve a n’azzeccà ’e cerevelle

se viviamo isolati come a Mont Saint-Michel

se i nostri voleri non pesano un cazzo sulla bilancia

se nun tenimmo ’e renari nemmanco pe’ ce sputà ’nfaccia

se ’o munno che magna, se manco sgamammo se è notte o se è ghiuorno

se avere un futuro felice qua sembra un film porno

e vederci fallire sembra il punto sicuro del nostro destino

pecciò sentiteme buono

ce putite fa nu bucchino!

cu ’e storie che ’o munno se vere diverso

noi il nostro futuro lo abbiamo già perso

e che te crire ca nun ce verimme?

ca simmo ’e muorti cacciate pe’ primmi

la carne da macello, la lauta trincea

che compra le bare dentro l’Ikea

ca ce cecasseme pe’ nun guardà annanz

che sta vita veloce ce fa veni ’e mal ’e panza

e pecciò platea giudicante, se truammo ’o piacere int’ ’a cocca sustanza

pusate ’e giudizi, 

scurdatateve ’e nuie, 

comme già ata fatto.



Degli altri

Queste 

calamità

naturali

sono

la

nostra

fortuna

artificiale

d’altronde

cos’altro potrebbe farci rischiare la morte

attaccati di notte ai cavalcavia di una vita

che corre, trapassa, sconquassa la milza

a furia di passi percorsi 

sui passi

DEGLI ALTRI

su noi che corriamo per farci più magri

più snelli, più belli, più dritti, più giusti

per gli occhi 

DEGLI ALTRI

che ci spogliano nudi e ci mangiano i giorni

che vomitiamo, sbattendo la testa sui cessi

restando da vermi, inermi, nei letti

di case

DEGLI ALTRI

che in fondo noi, di case nostre non ne avremo mai

siamo troppo impegnati a cercare lavori precari

stipendi adeguati, stipati in uffici

puntando i fucili su lunghi obiettivi

che a voler essere gentili, sono sempre rimasti

i fottutissimi sogni

DEGLI ALTRI

che figurati se volevamo imparare ad annodare cravatte

e svegliarci di notte con gli occhi già stanchi

per qualcosa che non fosse adornare le albe

e sperare alle volte che nella corsa interrotta

tra un punto di svolta e un’esistenza corretta

quel nodo ci strozzi, che siamo in ritardo

coi tempi

DEGLI ALTRI

che ci siamo piegati a novanta sui libri più alti

negando alla vita i piaceri più bassi

guardando questi altri, giammai soffocati

tra nebbia&locali, ben proiettati su schermi sociali

che a dircela tutta, li abbiamo invidiati

perchè che bella la vita,

la vita

DEGLI ALTRI

che sanno più di noi, che non hanno mai preso una scelta sbagliata

una strada sbandata, una sonora sprangata nei denti

mai stati perdenti, perduti nei meandri

di macerie di voci, di madri mai fiere

che non farebbero male a scambiare la prole

coi figli

DEGLI ALTRI

che i nostri sono rimasti mai nati

morti ammazzati dai danni

che queste catastrofi ci sbattono in faccia

come Aldo Moro, soffocati nelle auto 

a benzina degli anni ‘70

e a dircela tutta neanche sappiamo

se noi non vogliamo che nascano loro

o loro non vogliono nascer da noi

che soffochiamo sto mondo lottando

soltanto 

le lotte

DEGLI ALTRI

leggendo poemi sessuali

con voci sensuali

che non servono ad altro

se non a provare a scoparci

le mogli 

DEGLI ALTRI

perché in fondo cos’altro è la rivoluzione

se non ardore e voglia di appropriazione?

Se non clamore e spirito di aggregazione?

Che se non vediamo spazio

è il momento di prendere quello 

Degli Altri

e salveremo i nostri fratelli

ma ammazzando i fratelli 

Degli Altri

e faremo la guerra, in trincea,

coi culi

Degli Altri

con le armi

Degli Altri

fottendo qua e là le madri

Degli Altri

perché è colpa

Degli Altri

se non abbiamo mai avuto giardini

verdi come quelli

Degli Altri

e quando avremo anche noi

gli stessi colori

Degli Altri

daremo a tutti un po’

ma a noi un po’ più

Degli Altri

che queste catastrofi

ci hanno insegnato a guardare

nei piatti

Degli Altri

ma mai a realizzare

che siamo noi gli altri
Degli Altri.


Antipreghiera

Ovunque proteggi, o Signore, i tuoi figli ovunque dispersi

quelli riversi in stazioni e stagnole, che scansano le piogge 

sotto i ponteggi

i nostri fratelli, ai loro drammi dona gli incensi

riaccendi i tuoi ceri nelle chiese disperse dei loro segreti

fai che i loro templi notturni rimangano aperti

conserva i dialetti, preserva gli inetti, gli alterchi

e i coltelli, gli ascessi e i martelli, gli orpelli

dei degradi dei centri, dà a loro vestiti indecenti

e donagli sempre più incomprensibili accenti.

Donagli, o Signore, tagli similari

quartieri isolati e lasciane i prati

sparire su colonne di metri quadrati

rendi gratuiti i beni primari,

il pane, la pasta e gli asti immotivati

riempi i mercati di merce tossica

lascia che questa gente tossisca

che ogni minorenne rimanga incinta

e che il filo spinato recinti

i suoi abiti succinti.

Credo in te, o Signore,

e nel potere infinito delle tue cure

in quelle che giammai darai

ai loro arcolai senza frecce

lascia che loro rimangano feccia

lascia che questa gente si incazzi

e mostri nelle pareti di questi ospedali

quanto violenti sono i poveri e maleducati

riempine i telegiornali

così che noi possiamo fare elemosina

e che i moti naturali del perdersi

prendano le periferie

lasciali in perdenze che non siano le mie

su vie lontane da metropolitane

su filosofie puttane

(scusa Signore, dicevo meretrici!)

falli camminare su bici

disilluse e disilluminate

che dimentichino la Madre

che rimangano in giornate

perse tra ciò che si dovrebbe fare

e ciò che non può essere.

Lascia a noi fedeli, i poteri del potenziale

del potenziare, le armi infuocate

del potere e lascia a loro strade

di cui potersi lamentare

perché riempiano le buche di pensieri criminali

ignorando i viminali, lasciali poveri e mortali

attaccati ai materiali di stipendi di fatica

che la vita gli sia agiata fino all’incontro dei tumori.

Io credo in te, Padre Onnipotente

Tieni lontana questa gente

E a noi le saccenze dell’essere vesti divelte

Marcate di scelte, lascia che sembri

Che i tesori che ci siamo scelti

Rimangano nostri e che nostre

Rimangan le ostie

Del sentirci Cristi, giudizi e miracoli

Discepoli del Sassicaia nei nostri cenacoli

Dacci i tentacoli per soffocare le gole

Del quando e del dove

E lascia che questo amore ci fotta

Anzi più che noi ammazza i futuri illibati

Delle province e dei figli di Erode.

O Signore, lascia che tutto sia come sia

Che tutto rimanga idiocrazia

lascia che io sia realtà e loro pazzia

lascia distinto quel senso a matita

in periferia dona il diritto alla morte

qui, lascia il diritto alla vita.


Ringraziamo Gabriele Ratano per lo scatto in copertina;
per la performance di Canna e Antipreghiera Grand Poetry Slam;
per Degli altri Slam Poetry Sk.



Risposta

  1. Avatar mariannapuntog

    Mi colpisce come riesci a intrecciare il gioco linguistico del ritornello con la brutalità della vita quotidiana: leggerezza e tragedia si scontrano senza mai scadere nel facile sentimentalismo. Ogni mano che fuma diventa gesto e resistenza, ogni verso una città da attraversare.

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