Appuntamento a Milano | Massimiliano Cappello

a cura di

Francesco Ciuffoli

9–14 minuti

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foto di Massimiliano Cappello


Appuntamento a Milano | Massimiliano Cappello

una nota di riflessione a partire
da Parte lesa (Arcipelago Itaca, 2025)

***

Nella scrittura di Massimiliano ci si imbatte ovviamente all’interno di quello che può essere uno scenario milanese qualsiasi, uno che però al contempo sta prendendo sempre più piede e spazio all’interno di quella recente cornice di nuova poesia italiana che negli ultimi anni è andata affermandosi generazionalmente. Mi diceva quest’amico di Bologna prima di una presentazione: la scrittura di Cappello rimanda a una Milano di un certo tipo, a un’esperienza che non riesco però a collocare precisamente, con esattezza. Perché forse è solo attraverso una determinata lente e esperienza che ci si accorge di come la scrittura di Massimiliano non rappresenti in realtà un punto indistinto all’interno di una nebbia di giovani scritture poetiche di stampo nazionale, ma piuttosto un punto preciso, anche una svolta geografica se vogliamo.

Sempre più spesso infatti giovani autori e autrici, originari o habitué del milanese, muovono le loro scritture a partire da un immaginario tendenzialmente comune o, altresì, afferente in ogni caso a un similare impianto estetico e stilistico. È su questi due assi che bisogna quindi essere introdotti per leggere e comprendere davvero i testi di Parte lesa (Arcipelago Itaca, 2025) come del resto tutti quegli altri testi poetici del contesto milanese contemporaneo che citeremo.

Innanzitutto per quanto riguarda l’impianto estetico, qui inteso come quell’insieme caotico-molteplice di sensazioni e di interpretazioni – tipiche del discorso sulle atmosfere –, non ci si può che riferire al contesto metropolitano di Milano. La città di Milano infatti è un punto centrale sia della scrittura di Cappello che di tante altre giovani scritture, esordienti e non. Un ulteriore passo in questo senso, e che ancora non ha trovato il suo giusto inquadramento, è però quello secondo cui Milano a oggi non sia più intendibile in un unico senso, valore immaginario. La Milano a cui fa riferimento Cappello in Parte lesa, al pari di ciò che avviene in altre scritture del milanese, è una Milano precisa, una città che esiste principalmente su quattro assi urbani: Loreto-Lambrate, Pasteur-Casoretto, Turro-Via Padova, Martesana-Piazzale Udine. Più in generale possiamo dire che nella prima periferia di Milano Nord, tra la rossa e la verde, sia nata e cresciuta un’intera generazione poetica, quella che potremmo già definire come la nuova linea lombarda, una linea afferente in definitiva a quella città nella città che è la prima periferia a Nord-Est di Milano.

Scendendo poi ulteriormente sul piano stilistico ci si accorge come, oltre a questo preliminare inquadramento urbano-geografico, nella scrittura Massimiliano, al pari di altre penne stanziate nel milanese, si innesti anche una questione prettamente legata all’eredità letteraria del secolo scorso. Chiaramente per i più critici e esperti (o anche per l3 stess3 autori e autrici che citeremo), questo discorso potrebbe sembrare bizzarro, fuori luogo, alieno a primo avviso. Eppure non ci è difficile scoprire come quasi tutt3 quest3 autori e autrici abbiano assimilato nella loro scrittura forme e contenuti tipici di quella famosa linea lombarda di altri tempi. Il punto di questo processo, senza scendere troppo nel dettaglio, è dovuto perlopiù all’assenza di un’eredità specifica su cui le nuove scritture si sono potute formare, a esclusione appunto di quella famosa generazione postmontaliana canonizzata poi da Luciano Anceschi e altri con il famoso appellativo di lombarda.

Una direzione era stata data e ha retto, almeno fino quando le antologie erano indagini condotte da esperti di estetica e non da chi chiude uno o entrambi gli occhi sul senso dell’operazione antologica pur di stampare i propri amichetti.

Perché qui il punto risiede nella condizione per cui gli unici percorsi completi che sono stati capaci di fornire una traccia ben salda e delineata, insegnando a tutte generazioni successive il come-si-fa questo affaire dello scrivere, sono gli stessi dal secolo scorso. Poche scuse, qui c’entra poco e nulla l’astro esploso di Berardinelli o altre possibili teorie che rimandino all’impossibilità di delineare gruppi o raggruppamenti più o meno sensati di scritture.

Sempre più spesso sento giovani autori e autrici chiedersi dove e come poter leggere testi non senili di autori e autrici come Cucchi, Buffoni (Poesie, Lo Specchio, 2025), De Angelis (Poesie dell’inizio, Lo Specchio, 2025), Pusterla o anche più generalmente autori e autrici come Benedetti (Tutte le poesie, Garzanti, 2017), Anedda (Tutte le poesie, Garzanti, 2023), Fiori (Tutte le poesie, Garzanti, 2024), Dal Bianco, Magrelli, Viviani, ecc. Senza parlare poi di come questo mancato processo di acquisizione, presenza, assuma un’estetica persino inquietante e fantasmatica se si fa riferimento a molte delle opere pubblicate a fine anni 90’ e primi anni Dieci (Guatteri, Cirilli, Davoglio, Ariot, Bellomi, Teti, Marzaioli, Bortolotti, Severi, Broggi, Tripodi, Inglese, Ostuni, Fusco, Cavallera, Raos, Giovenale, Zaffarano, Ventroni, Renda, Morresi, Menicocci, Ulbar, ecc.). Quest’ultima è un’assenza dovuta per lo più a restrittive tirature in stampa, pessima comunicazione e totale assenza di una struttura capace di salvaguardarne i testi a lungo termine e diffonderli (ciò che in definitiva garantirà, almeno a metà di queste scritture – già più che dimezzate da me in questo articolo –, una damnatio memoriae dalla storia della letteratura, benché molti di questi testi siano tra i migliori scritti in Italia negli ultimi decenni).

Tornando a noi, non è quindi un caso notare come tra studi accademici e percorsi di scrittura personali, incontriamo su quest’asse della prima periferia di Milano la scrittura per esempio di: Demetrio Marra, scrittore influenzato fortemente dalla penna di Ottiero Ottieri; Noemi Nagy, autrice condizionata anche solo in parte da quasi l’intero corollario di scritture milanesi, tra cui Giovanni Raboni e Giorgio Orelli; Stefano Bottero, scrittore legato alle scritture per esempio di Antonia Pozzi e Massimo Bontempelli; Silvia Atzori, poeta veicolata dalla fantasmatica e costante presenza di Vittorio Sereni. Massimiliano Cappello, in questo senso all’interno della cornice milanese, con Parte lesa ci fornisce un’ulteriore prova: la sua scrittura non può infatti che rimandare ad alcune delle prime opere di Giovanni Raboni come Le case della vetra (Lo Specchio, 1966).

Au bord du lac

I.

Per un insieme di ragioni alle dieci

e trenta (ora svizzera) informano

«l’incontro è rimandato». La guardo

col cannocchiale

la discussione di ieri – e chi

se la sente di spiegargli tutto da capo? je suis

de votre avis chere confrère – nell’imbuto

o bagno turco, ermetiche le finestrelle, gualciti

mandatari e mandarini

dalle scarpe al colletto. «Un bel sistema

di merda»

e fuori, se occorre, questo marzo-febbraio

che blocca il contatore delle anatre annerisce i leoni

della Riforma e almeno

facesse secchi

i nazisti che regolano il traffico in mantellina.

Uomini si voltano se passa una bambina.

II.

La sentenza

resa da arbitri, dunque

con valore di cose giudicata nessuna

delle parti ricorrendo in termini in appello

a cosa Cristo può servire

un altro successivo atto aggiungerle fra le parti che non

la pura esecuzione

e nel modo più spiccio. Sicuro,

vaglielo a dire a ’sti fregoni. (Nel buio

piombato delle condutture

nel minimo spazio delle intercapedini sento sfrecciare

lentissimo sento che si dissolve il tempo che ci vuole

            per fare

in proprio o di terzi, ancora una transazione.)

[Giovanni Raboni, Le Case della vetra (1955-1965)]

La poetica di Raboni in Cappello chiaramente – va detto – è inoltre molto intaccata, in numerosi testi, da una vicinanza anche alle scritture di ricerca, a quel movimento cioè nato in seno al principio della litteralité, della prose en prose. In questo caso però, come in altri autori, notiamo come la tensione lirica tra una pagina e l’altra confligga costantemente con la formula prosastica scelta da Cappello. In questo senso, il prosimetro in certi segmenti del libro sembra quindi formularsi come l’unica opzione utile. Anche qui si rende palese un’ulteriore elemento di riflessione. Parte lesa di Cappello ci aiuta a comprendere quanto il bivio generazionale, sulla formazione delle giovani scritture poetiche italiane, sia arrivato a un drastico momento di conflitto o contrasto: solo la lirica più tradizionale sembra riuscire a mantenere una linearità d’istruzione alla scrittura non conflittuale (in autori già affermati quanto negli esordienti), portando spesso a veri e propri anacronismi; d’altra parte, la questione prosastica della poesia sembra invece consumare sé stessa, la quantità e la frammentarietà hanno dissolto, oltre che impedito, ogni possibilità di sedimentare un aspetto qualitativo come modello di questa maniera, tant’è che quasi ci sarebbe da chiedersi oggi: fuori da determinati sotto-gruppi poetici specifici, di autori ma anche di lettori, è mai esistita la ricerca? La risposta non piacerà a nessuno ma è purtroppo una realtà fattuale, su cui servirebbe fare bene i conti.

Così sembra che la scrittura di Massimiliano in questo libro, al di là dell’impianto para-narrativo, tenti in tutti i modi di suggerirci nel suo impianto da fritto misto la possibilità di questo problema, l’intuizione anche di una terza via forse utile, di un modo nuovo capace cioè – per la prima volta – di unire questi due percorsi paralleli di scrittura schiacciati tra vecchie eredità (introflessione della propria soggettività nella lirica) e nuovi fantasmi della letteratura (la mancata accessibilità a testi – per lo più d’esordio – di autori viventi, ambo i lati, al fine di formare al meglio la propria scrittura).

da Parte lesa (Arcipelago Itaca, 2025)

0. Insert coin

Parte lesa I

Dicono che la prigione sia come una scarpa, ortopedica. Costringe a marciare diritto per le strade di questo mondo. Ma quanto sarebbe bello abbandonarlo? O ereditarlo, come qualcuno ebbe a dire una volta… Ci hanno provato, è andata così. Pensa sentirsi dare del borghese con le manette ai polsi solamente perché non te ne sei rimasto a casa, perché non lavoravi. Ecco, guarda che dopo il lavoro e la casa persino sopravvivere è opzionale. «Questo mondo» non ti deve più niente, il vecchio patto socialdemocratico è saltato. Ringrazia la vita è questa, e che le bombe benedicano altre terre col crisma della storia. Le truppe della quotidianità non portano divise, e sembrano la tua dirimpettaia. C’è da fare delle scelte, o quantomeno correre ai ripari. Sempre che ce ne siano ancora, certo.

**

2. Appuntamento in via Conchetta

Perugia-Milano, 11 novembre 2022

Giungere nel bar più o meno alle tre di notte, in Giambellino nel dicembre, con una scelta di tempo impeccabile. Gli assenti, sia sa, hanno sempre torto, ma cosa importerà avere ragione a patto di essere sempre sconfitti? Masticarsi questo lungo il tragitto: volere essere stati nella vita, ma sempre dopo.

Il naviglio diffonde un odorino di nulla di fatto, anche questa è una luna che i bigini del dominio definiscono ormai sfanculata, tanto vale ascoltare ‘sto Cagnaccio tutto tofa che parla ora della sua marca preferita, la DEGLI ALTRI, SOPRATTTUTO LA ROBA,

il resto degli amici è ancora qui. Qualcuno che nonostante tutto ha la forza di pronosticare che SPALLETTI A MARZO È L’OMBRA DI SÉ STESSO. Ma quest’ombra in Conchetta la stendiamo insieme, saldamente tratteggiata in anni in capi in imput- in motiv- azioni. Miserabili parafrasi.

Non è la retorica del nemico, è il suo linguaggio che naturalmente segrega e distingue. E questo è il faro sotto il quale bisognerà confondersi.

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3. Un preciso ricordo del 2006 o 2007

Sophora Japonica

Guardava in altro nell’inconfinato primo pomeriggio

da un qualsiasi bar cristallo mi indicava

le grandi assenti alle celebrazioni

o forse telecamere alloggiate chissà dove

diceva di sorridere tra lo spaventato e il sornione

era come un piano inclinabile su cui gli accadimenti quotidiani

prendevano una certa piega altrimenti forse inavvertibile

portava indumenti immemorabili ma è facile figurarseli

(fatelo)

per farlo occorreva porsi sul solco di quella greve materialità di gusti e di idee che rischia il banale prima ancora che il mediocre: ripetersi sapendo di ripetere le forme di altre gesta e come sempre come trattenuti, alieni, incantati, come alloggiare in un passato ma dove si incontrano i discorsi, o dove smettere di raccontarsi la metafisica di questa assenza. Oppure c’era davvero dell’altro

**

7. Eterno fatto

Nolo

Attendo in ogni dove il come e il quando

sì, credo a quell’amore che mi accenni

ma non mi posso dare a questo modo

diciamo che ogni canto (è un eufemismo)

tace la Piazza governo provvisorio

dove disbrighi i tuoi affari correnti

(la patta aperta, il disorientamento)

– forse l’Arci Turro è dall’altra parte

(biascichi; hai avuto di più dalla vita)

– o forse non c’è mai nemmeno stato

neanche prima; succede (e giù scrosciate),

non una terra ma una lingua è il tempo trascorso,

più una reliquia che un paesaggio

**

Parte lesa V

Avranno mai fine queste esequie? stasera, al compleanno

che ci attende, quanto ti appresterai all’estremo amaro come all’ombra

torbida sui giorni addietro in cui probabilmente avevi amato

(o forse come al solito l’inizio, quanto illumina senza una storia)

mi avrai detto in tutto cinque parole: siccome un demone di cartapesta

sei lo spetto che seguita a dolerti. Lo diciamo da sessant’anni ormai,

da tanto stiamo fuori dalle porte chiuse in questo gennaio senza pace


* * *

Massimiliano Cappello è nato a Feltre nel 1991. Fa o ha fatto parte delle redazioni di “Qui e ora”, “La Balena Bianca”, “Teatro di Oklahoma”. Ha scritto “Parte lesa” (Arcipelago Itaca 2025) e “Poetiche della ragione critica. Zanzotto Giudici Raboni” (Mimesis 2024). Vive a Milano.



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