Gian Mario Villalta | Tutta la strada per arrivare a questa finestra qui

a cura di

Luigi Riccio

12–18 minuti

|

È da pochi mesi uscito per Garzanti il volume che raduna (finora) tutta la produzione poetica di Gian Mario Villalta. Al di là dell’osservazione di un progetto editoriale che in fieri – e in modo evidente, basti mettere di fila questo libro con le recenti omnia di Antonio Riccardi e Umberto Fiori – sta lavorando all’edificazione di un canone, ciò che mi preme è il ruolo di un’operazione del genere nel mio, di canone.

Se «la poesia è proprio il luogo in cui vengono a mancare le parole», è anche vero che la coesione di questo luogo – la sua capacità edificatoria, appunto – è tanto più serrata quanto più serrata è la perdita. È già la lezione del Petrarca di Santagata (meno c’è Laura e più si amplifica l’ossessione del Canzoniere), ma è anche, credo, quella dei testi qui presenti, dove la pari chiusura di vocabolario risponde all’effettiva eredità – se l’essere homo oeconomicus implica nel suo etimo tanto il patrimonio quanto l’oikos, la casa, e non ci si dimentica della convergenza col Profitto domestico del già citato Riccardi – di cose che le voci rappresentano e con cui si lavora (e del resto, in La poesia, ancora?: «il mio corpo tocca con le mani. […] Toccare con le mani è un sentire, un manipolare, che ha un legame speciale con il pensare. […] Con la lingua, tocco le parole?»). «I meandri dei fossi innumerevoli e i “paludi” stagnanti, i vigneti “maritati”, […] certi spalti di boschetto o la corona di rovi sul liminare» sono, più che spazi cancellati, confini di salvaguardia, che nel loro ribadito perimetro garantiscono la conservazione di ciò che sta dentro, più che dietro, il paesaggio. Non idillio, ma permanenza di realtà, e anche nella solidità architettonica del libro.


Il ritratto in copertina è a opera di Dino Ignani






Da Poesie (Garzanti, 2025)


Da L’erba in tasca



La sai la storia, i proprietari

eccetera – la pancia piena

di paglia, le impronte

apposta dappertutto – nega

mi dicevano consentivo

purché smettessero, a lei, almeno

quel fare finta di fare

finta di niente, non vedete

che non capisce

dice sì sì vuole vivere

e basta, è colpa nostra, va bene,

se dormivamo, le gabbie

aperte le bestie già morte prima


+ + +

alberi, ancora ancora, non tane!

e pure nel più scoperto dei giochi, nel più
defoliante dei fuochi riesce a nascondersi
anche lì a prendermi in voci lontane,

egófoni nastri autoreversibili
per ripetere istanti irri-
petibili, pulsanti pulsanti.
Trovo gusci di noci pistacchi
arachidi pare che mangi
sempre mentre guarda è inutile
fotografarlo sul fatto con le volpi
inguantate, i visti date sbaffi
di rossetto, il viavài di penombre
e usurai nel bargello.
Tardano a prenderne atto
secondo protocollo.


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Passaggio da est

Acciaio, tonfi, cocci,
acqua che chioccia nei tubi
e più in fondo il respiro
ridisegna il quadrante
dietro gli arredi che affollano
la stanza degli occhi e il cielo
se tocca la terra
è la linea nera
che lacera la voce sulla soglia
di un battesimo.

Il ferro di mesi ottusi – la ciurma
cianciante sull’impalcatura –
di sete che succhia la polpa
del frutto dell’amarezza
sempre di furia e ancora
tolle, putrelle, calce,
l’altoparlante, la luce
delle lampade nei dormiveglia,
un altro snervato
viavài sui ponteggi, finché, non atteso
di nuovo il cielo dei cuccioli,
quegli occhi da schiudere l’oggi
fino alle zolle indurite del buio.
Novembre dolcissimo macellaio
ha un capezzolo viola, ricopre la madre
con l’incerata a quadretti


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Da Vose de vose

Filologie, fonteghi, foss, gnoc, pori e nate,
soraòss de parlari e de parlade,
còdego scrit, in calibrio, e pi che calibrio,
sbicòn, del cuor e del temp, scrit par sotsora
a cuiera, sensa contesto, sensa pedigri,
un mai pi scrit de tut un svangàr
e far su e sgatignàr de parlade
tra ‘l vent e ‘l fia’, filade
del fun dei camin, crichignotade
col fien e i venc, e ‘l sisilar
de osei ramenc (dirìa el me Arnaut, un pressopoc)
se ciama se ciama se ciama, ‘n te la so
lengua che intiva ogni tant
la nostra, la lengua de nissun
de noialtri, de un noialtri pers tuti i dì
da far pensar
de esser se stessi sol co se ricorda la nostra
lengua foresta, che ne ricorda, ne ripete
a memoria, n rùmiga in perpetuo, ne ‘nsònia –
e salta su, de bot, come ‘n furis, e po’ la cola
‘n te un pissàrot de oci reversi, de cavéi persi,
de montagne spacàe da nissun e soravìa
de temp strassà…

[Filologie, fonti, fossi, escrescenze, porri, verruche, / calli ossei di modi di dire e di parlate, / zolla erbosa scritta, in equilibrio, e più che in equilibrio / precarietà, del cuore e del tempo, scritto sottosopra / a solchi, senza contesto, senza pedigrèe, / un mai più scritto di tutto un vangare / e aggrumare e arrabattarsi di parlate / tra il vento e il fiato, filate / dal fumo dei camini, mal rammendate / col fieno e i vincastri, e lo stridere / di uccelli dei rami (direbbe quasi così il mio Arnaut) / che si chiamano si chiamano si chiamano, nella propria / lingua che intuisce o incontra di tanto in tanto / la nostra, di uno di noi perso ogni giorno / da far pensare / di essere noi stessi solo quando ricordiamo la nostra / lingua straniera, che ci ricorda, ci ripete / a memoria, ci rumina senza sosta, ci sogna / e schizza, di botto, come un furetto, e poi cade a corpo morto / in un liquame di deliqui, di capelli perduti, / di monti partoriti da nessuno e in sovrappiù / di tempo sprecato…]


+ + +


Da Vanità della mente


Ruotando intorno al noce le cinque case,
la terra dolce arata, la strada alta.
Anche i nuvoloni e il muro di pietre
ruotano dolcemente intorno al noce.
E chi si ferma a comprare dei fiori bianchi
sotto il tendone all’incrocio del camper
intorno al noce ruota e non se ne accorge.

Viene a incontrarmi, calcolando il metro
del mio passo, la curva dello sguardo
fuori di me, il noce intorno ruotando.


+ + +


Pioggia e sole

Le persiane ogni giorni chiuse alla stessa ora
per non sapere di quanto le giornate si allungano.
Dopo mangiato mi siedo a guardare fuori
come è febbraio, attraverso gli alberi
vedo le auto (ma non la strada) e pochi, calmi
colori ripetuti, ritagli di prato.
Anche la luce sui polsi è calma e dura.

Io ho un male che si cura – calmo, caldo
di febbre dolcemente sale.

Sul viso una mano porta frescura,
come da piccolo, quando da quel mancare
mi rimettevo che ero cresciuto.
Ora è diverso, tutto più incompiuto.
Quasi quaranta anni e solo adesso
so che possiedo poco della vita, e regalato.
Invece ho pagato quello che non ho avuto
e ho conosciuto con il desiderio
e le parole: non è la parte migliore
di me, però le stanze di una casa vuote
fanno la pioggia più grande, più bianco il sole.


+ + +

Ho aspettato la fine della giornata, e la stanchezza per
accostarmi a questa terra
e non ho portato fiori,
perché li ha fatti la terra, i fiori, e se li prenda.
Ti ho portato le mani, le ho posate
su questa terra squadrata, perché le mani
le ha fatte nostra madre e non possiamo renderle.


+ + +


Generazioni

La pressione dell’erba nuova aggruma il verde
a un centimetro dal suolo, in sospensione.
Così le parole di chi si innamora
formano un nuovo colore
sul parlare comune, delimitano appezzamenti del sentire,
contendono alle frasi il nutrimento.
Così si forma la lingua famigliare,
così cresce e diventa quotidiana
la lingua propria del sentimento
di quegli unici corpi, di quei muri,
quella scansione condivisa del tempo.
La lingua che i figli falciano e disseccano
crescendo, disperdono di nuovo per distrazione,
per la pressione del desiderio, per amore.


+ + +

Contiene tutta la luce
della materia
la noce

(anche il cielo, l’erba, i corpi che pesano
sul suolo, divisi più volte da una linea nera)

tutto si vede si mostra è tutto
contenuto

l’occhio rinchiuso da un’onda di terra
davanti allo schermo

al gelo
una palata di cervello

comunica
con l’aria libera
mente


+ + +

Ora che il male ha contagiato anche il sole
e gli animali non nutrono più il terrore
nei nostri sonni, ora che disponiamo dei semi
e dei frutti, testimoni del corrente miracolo
delle moltiplicazioni,
non resta da guarire che la sostanza
degli elementi primi
dall’aridità, dal furore dei miei sogni.



+ + +

Nell’attesa (dove previsti)
i profili delle montagne
manifestano quiete
dietro le torri dei ripetitori (ma commoventi
qua e là le luminescenze
di nuove nevi sparate all’alba), dove resta

solo una finestra piena di muro

ti riaccendo
il colore delle iridi
con pure essenze

con l’etica del cibo
implementi gli indicatori
di felicità

il corpo dal vivo eccelso
esulta per commozione
nella parvenza di ultimo sogno:

tronchi che cadono senza rumore
trascinando festoni di insegne

si disfano come di cenere


+ + +


Da Telepatia



Boschetto 38

I.

Ho attraversato il boschetto fino alle fosse
colme d’acqua sparsa di pappi
scrollati dalla buriana di questa notte,
poi mi sono seduto su un ceppo, respirando.
E non so più cosa sono venuto a fare. Cosa voleva
da me il cielo azzurro, questa mattina
e dove mi chiama il sentore di resine amare
nell’aria che sfiora la fabbrica di cucine,
lambisce i tremoli e lo strame, e arriva qui?

È un giorno di quelli che si vergogna
chi non ha un lavoro, e si nasconde nei traffici stracchi
di un risparmio da poco, nelle chiacchiere alla posta
o in un gruppo che s’agita in palestra, pur di non stare solo.
Come lo so? Ora, da questo posto, si sente tutto:
si percepisce il giorno
che rotola le ore, e come una copiatrice inceppata ripete
il giro a vuoto. Perde fiato così,
con la stessa ansia inerte,
un compressore spanato in un deserto Autogrill.
Da qui so il responso di ogni istante:
lo sciame dei bambini nel cortile
troppo grande, e so il male che uccide
nelle aule la farfalla con uno spillo.
Ma cosa fa l’odore della canicola
agostana a metà di maggio?

E come quando l’orizzonte trema
nell’afa di una fata morgana,
si vorrebbe essere in viaggio, tornare da dove
siamo partiti, non ricordiamo quando.
Ma è soltanto catrame, mentre rifanno il manto
gli operai al piazzale di carico; è il catrame
fumante – ma quale agosto, che passato

o futuro! – è catrame, non altro.


II.

Tutto gira intorno ai cerchi del ricordo
di una cucina economica,
la puzza di metalcrom, i fiammiferi
sfregati sul muro per accendere
un fuoco di carta e stecchi.
E dopo, quando ardono i ciocchi e il tepore
rompe il crudo dell’alba, è già ora di uscire.
Gira per modo di dire: è una spirale
dove ancora mi chiama Nini il padre di mia madre
e io lo chiamo Nono, ma in fondo, in fondo a tutti i giri
dove c’è il buco per infilare il ferro
a scoperchiare il mondo, c’è un gorgo.
Impossibile avvicinarsi: Nini e Nono
escono insieme, camminano verso il fondo
di un prato, che a Nini pare infinito, come infinita-
mente i monti azzurrini intorno il giorno
coronerà di bianco. Nini porta un rastrello,
Nono la falce, e fino a mezzogiorno
in punto con le campane, Nono racconterà Messina,
l’imbarco, il mal di mare e che ha visto in faccia la morte.
Poi dove ha trovato che morire
poteva essere dolce: l’Africa, il cielo tutto di stelle,
il deserto, gli attendamenti, il capitano
di cui Nono era attendente
per non uccidere. Poi una guerra vera, sul fronte slavo:
per non uccidere qui trafuga viveri,
rischio peggiore che stare appostati
con l’arma in mano, ma ridividere il pane e la schnapps
già requisiti – «xente poreta, come mi», ripete, fa benvolere
più che dai tuoi. Il ritorno a piedi, dopo l’otto settembre,
fino a Trieste. Poi la cattura, il campo d’internamento, le biete
tolte di bocca ai cavalli, a volte gli scarti, dal letame…
e il gran finale: fuori dalla fila dei condannati,
all’ultimo, per errore – uno scambio di persona – il giorno prima
della fuga dei crucchi. Le porte aperte, e nessuno
che applaude alla fine di questo film.


III.

Nini leggeva allora i giornalini
Super Eroica: lì gli uomini veri
ammazzavano come matti, così lui non sapeva
bene cosa pensare di quel Nono che aveva diviso
il cibo confiscato dai suoi compagni
con il nemico; ma il suo viso era forte, sereno,
che anche quella di Nono era (per forza,
per un bambino!) una storia,
credeva di aver capito una grande verità.


IV.

Boschetto 38 lo chiamo, ma solo tra me,
il tratto d’alberi che separa la statale
dai chilometri di monocoltura (ieri a mais e oggi a filari
di viti nane), col numero di un’immaginaria
mappa militare, dove il posto che mi nasconde
dal mio peggiore nemico, me stesso, è la data
dell’anno che è nata mia madre,
che mio nonno – raccontando
la guerra per attentissime ore – diceva avere sette anni
quando per lei, più di tutto per lei, doveva ritornare.


+ + +


Da Dove sono gli anni


Sulla costa dell’acqua stagna i salici se ne sono andati
dov’è andata la tua maglia a righe e la roggia di casa.
Sono questa domenica cieca nell’occhio satellitare:
puoi contare ogni tegola, contendere ogni colore
alla finestra, assordare di traffico incroci sui circhi
di tutti i guard rail, scorciare la piazza, ma non è mai
dove sono gli anni o che cosa ricorda – con le tegole sfatte,
i salci divelti e il fossale interrato – lo sguardo
che ricorda che è tuo ma il tuo non incontra,
distoglie (dici «tuo», «tuoi», ma non vale) i tuoi stessi
occhi, le stesse immagini.


+ + +

Da dove sono venuti gli occhi per tutto questo giallo
acido della colza è venuto anche il cielo a guardare.
Nuvole bianche sopra le case, alla radio canzoni e dietro i vetri
nel tepore potrebbero esserci ancora i corpi,
i visi assorti nei pensieri che volano via
dai compiti da finire, dall’acqua che scorre sopra i bicchieri.
Il bambino si chiede se un giorno sarà possibile
perdere ancora questo momento, trascorrere insieme
come in una fotografia che passa di mano in mano
e ognuno dice qualcosa come «Guarda!» «Perché
gli alberi sono neri, là in fondo?» «Ricordo
quanto aveva piovuto» di mano in mano «Questo
sarei stato io – ero con voi – sarei proprio io, vero?»


+ + +

I fiori gialli sul lato della collina

– se un’acqua fitta nel disegno della bambina vien giù

a strissi de matita – non si piegano

come la punta dell’alberello invece fa

sulla cima, appena sospinto, piano, controvento.

La bambina non c’è. Non c’è nessuno.

Solo ore di attesa carte per terra cacche

di bestiole dove il sottopassaggio

porta alla casa esclusa dall’autostrada

in costruzione (è il millenovecentosettantasette

e la casa sarà abbandonata e rovina

tra un istante) tua sorella

ti scrive dalla Germania – ricopia

una poesia di Montale che chiede un fiore.

Poi il futuro invade

l’occhio dell’insegnante, è mattina, il girasole

esce dal libro cresce diventa enorme poi

la medicina prende possesso del bosco

per chi esce al casello est

il padiglione uno è l’ultimo, nessuno

guarirà più ma potrà invecchiare per sempre

grazie alle cure.

Uno prova a dire i ricordi diventano neve

che scioglie prima di toccare, si distrae, distende

un fazzoletto sul davanzale, lo piega.


+ + +

La festa delle ninfee la doppietta che scoppia sono state

e non sono – da bambino è tutta realtà.

Quando la verità inquieta, dopo, chiedi subito troppo e se ne va

il presente, scatta il gioco delle possibilità, delle perdite,

di ciò che nei giorni resta con te

o diventa una pagina di qualcuno, qualcosa che ti attraversa

quando vuole, e mai uguale.

maritimus, che cosa perdi tu, mi hanno detto

che non hai un mondo, che cosa ti succede adesso che il mare

aumenta, e più aumenta più non è mare, non è più niente.

Adesso che non c’è che mare intorno a te che cos’è

per te la fine, dolore, oppure – oppure?


+ + +

Spargi l’intero lager di larve

di coccinella nell’orto: màngino gli afidi

parassiti! E la vita si arrangi

a far fuori la vita… Tu tìtiro sta’ steso là

al sole e riposa biologico disinfestatore:

godi il tempo sfinito di queste ore

e asciuga il silenzio sotto le palpebre

attraverso lo schermo sottile del sangue.

                                                È vero, è così in ogni dove:

il caos del nascere espone sé al nulla, nutre

fuori vista la vita

che preda, stermina, si vendica viva

della morte che deve.


Gian Mario Villalta (1959) ha esordito con la raccolta L’erba in tasca (1992) e vinto il premio Viareggio 2011 con l’opera in versi Vanità della mente e il premio Carducci 2016 con Telepatia. Nel 2020 è stato candidato al premio Strega con il romanzo L’apprendista. Il suo ultimo libro di poesia è Dove sono gli anni (2022) e ha curato per Vallecchi il volume Voce (2025) della collana Le parole della poesia. È direttore artistico di Pordenonelegge e autore di una vasta produzione in dialetto, tra cui Vose de vose (1995).



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