per La voce bambina (Croce, 2024)
“A tutti è concesso ricordare l’estate.” La bella stagione, la stagione per eccellenza nell’alternarsi dei passaggi del sole, è un tempo di contrasti feroci – la distruzione ed il caldo opprimente, la lentezza delle ore, si contrappongono alla maturazione dei frutti e all’espandersi della luce, alla vitalità e alla pienezza – una forza inesorabile che consuma ma, allo stesso tempo, conduce allo zenith della maturazione e dell’armonia: è per questo, probabilmente, che l’estate agisce sulla memoria e sull’anima, per il dissidio implicito tra l’intensità della sua forza e la brevità apparente della sua parabola che ne fanno una metafora della vita, un invito ad ascoltare le risonanze interiori allineandole alla memoria collettiva, al mito che, eternamente, spiega le nostre vite prima ancora di aver reso esplicite le nostre domande.
L’estate che ci è concesso ricordare, sembra dirci Giovanni Rossi, è quel tempo felice – che non corrisponde necessariamente alla fanciullezza o all’adolescenza intese in senso anagrafico – in cui siamo, o siamo stati, intrecciati alla natura e alle cose, in cui ci siamo abbandonati alla forza della vita che nutre e consuma, credendo di avere davanti a noi un tempo infinito (o che fosse infinito il tempo che vivevamo): per questa ragione il poeta ci chiede di perdonare gli anni, perché in ogni periodo successivo a quello stato di grazia non avremmo potuto fare altro che venire meno alla promessa di essere contenti del poco, appagati da quanto il giorno ci offriva, leggeri e diretti nelle azioni come nelle parole:
Perdona gli anni.
Perdonali tutti, falli scivolare
sulla tua pelle di seta azzurra;
ti aspetta un mare a pelo d’acqua
e sassi da lanciare.
Ci imbattiamo nella stessa, implacabile sensazione di assenza di peso e di vincolo, la libertà assoluta di aderire alla superficie delle cose toccandone senza sforzo le profondità, che possono appartenere solo all’estate, che abbiamo sentito in Rimbaud quando scriveva di sere azzurre e di sentieri campestri, di amore infinito e di anima.
Il posto che ha la vita, ne La voce bambina, è quello di un pretesto – che rifugge l’astuzia e il calcolo, che si offre senza sovrastrutture – il peso leggerissimo di un accidente; i casi di vita degli esseri umani, così diversi eppure così simili, sono per l’autore una lunga serie di possibilità inespresse o di svolgimenti abbandonati al caso e alle sue leggi, un dato spurio che si sottrae alle leggi del tempo e che può sussistere solo nell’immaginario:
Affaccendarsi tra mille e altri volti
risparmia a te e agli altri il pensiero
di un futuro cieco; come folla che passa.
Ininterrotta una voce ti chiama
dalla prima feritoia della notte.
Ti ripercorre entusiasta la vita.
Tanto che il petto è un cuore;
i suoi battiti altri arrivederci
e il sangue scorre e ripercorre vene
per risalire una misteriosa foce.
È così leggero il lascito del libro che il lettore non è costretto a nessuna abiura, a nessun atto di fede. La materia riguarda tutti noi e il nostro rapporto con la vera voce che dovremmo avere, semplice e trasparente come quella di un bambino; l’idillio e il simbolo, la metafora della vita e della morte sono già metabolizzati, hanno già nutrito l’organismo imperfetto della gioia e della nostalgia.
Alla fine, è sempre possibile rinnegare tutto, anche sé stessi, ricominciare da qualche altra parte:
Poi svanire non sarà un delitto;
avrai sempre, dalla tua
il lusso di guardarti indietro
e le foglie del platano, ingiallite
a testimoniare ciò che cade









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