Gianluca Garrapa | Saltiquanti

a cura di

Luigi Riccio

14–21 minuti

|

fotografia di Dino Ignani


La prefazione che Antonio Francesco Perozzi ha firmato per Saltiquanti di Gianluca Garrapa (Edizioni del CentroScritture, 2025), che raccoglie in antologia particolarmente esemplare oltre vent’anni di testi, si apre subito con un’avvertenza: «la scrittura di Garrapa esula dalle categorizzazioni di poesia e prosa». Il punto credo sia non tanto ricondurre il libro ai dibattiti della prosa in prosa, come pure sarebbe molto semplice fare se alla spia paratestuale si somma l’eminenza bianca di Marco Giovenale nel CentroScritture, bensì rendersi conto di un aspetto un po’ più sottile: se in Prosa in prosa (2009; 2020) si poteva parlare di «poesia tout court» (è la prefazione di Giovannetti) ma anche di «nettamente […] prose» (nella postfazione di Loreto), è perché questo esulare dalle categorizzazioni – lì e in Saltiquanti – funziona spesso per somme forti di iperlirico e iperprosastico (anche in ipernegazione, come nel Nota Bene di Giovenale su Oggettistica: «il libro è uscito IL 22 MARZO 2024, cioè UN GIORNO DOPO il 21 marzo, ossia in una data immediatamente e felicemente fuori dal territorio e dal campo elettromagnetico della “giornata mondiale della poesia”. Oggettistica non contiene poesia, è adatto a lettori intolleranti alla poesia. Contenuto di poesia 0%»), non per differenza.

Su quest’ambivalenza mi sembra vedere dritto Alessio Paiano di «Poesia del Nostro Tempo» quando scrive (su di fantasmi e stasi. transizioni (2017)): «la rilettura meccanica consta di un esercizio auto-analitico che Garrapa converte, a sua volta, in scrittura meccanica, attraverso la composizione di uno stile telegrafico esplicitato nella resa grafica del singolo testo, riconducibile al fax per l’essenzialità del frammento, per l’insistente ricorso al punto, col quale Garrapa non pensa minimamente di organizzare una personale grammatica che incanali il senso, deragliato già in origine». Mi sembra vedere dritto ma non mi sembra avere ragione, però. Questo perché la grammatica che incanala il senso, abbandonato il filtro dell’organizzazione soggettiva da belle lettere, è comunque qui affidata a una forma di “credibilità” poetica: al ricorso, cioè, a un linguaggio iperassertivo come quello della logica stringente («è chiaro che», definizioni, tautologie. Linguaggio ‘freddo’ quindi, tornando a una categoria giovenaliana, e sarebbe qui interessante il confronto con il suo essere «mai anti-lirico» di cui parla Vincenzo Ostuni in Poeti degli Anni Zero (2011), ma ci torniamo) e al corrimano ipnotico – e quindi ipersoggettivo, perché passivizzante – della musicalità. Il ronron della pagina, direbbe Gabriele Frasca, che pure è citato tra i fondamentali di Saltiquanti. Che, pure, è nel campo delle categorie in esilio, arrivandoci però dal lato opposto, quello del “contenuto di prosa 0%” (cito qui una splendida intervista di Claudia Crocco per «Nuovi Argomenti»): «per me la questione della forma, l’avrà capito, riguarda la mera vocalizzazione di un testo. È una modalità di ricezione; qualcosa che riguarda la pronuntiatio, l’ultima trascuratissima parte della vecchia retorica. Da questo punto di vista, anzi, non ritengo vi sia differenza alcuna fra poesia e prosa. Anche la prosa ha una sua necessità ritmica (e «senza misura», perché in quel caso sarà magari questione di occupare la gabbia tipografica, e il ronron dei nostri pensieri)». Anzi, con la spia del Gruppo 93, forse – come era per Mariano Bàino in Fax Giallo (1993) – il fax appare qui ben più la continuità del ronzio che non la frammentarietà.

Ma parlavamo di somme forti, e quindi non stupirà che questa continuità del ronzio sia data anche dalla frammentarietà. Se questo «è un libro che mira a vivere il tempo. Non esattamente quindi un libro sul tempo, bensì un libro del tempo» in cui si trova «l’uso del punto fermo non come dispositivo sintattico, bensì come dispositivo ritmico, volto a tracciare delle pause che sono pause dell’esperienza, del tempo che si vive appunto, e non del ragionamento», è perché la dimensionalità dell’esperienza temporale – che è esperienza musicale, metrica; scansione -, normalmente esclusa dalla forma-libro e dalla colata del suo ronron, è restituita proprio dal dispositivo dell’interruzione. Anche qui, la ‘funzione Frasca’ e la ‘funzione-Giovenale’ convergono, perché a disparità di metodo puntano entrambe a rendere conto del farsi della letteratura. Penso tanto agli Orologi («sono pronto. di tutte queste cose. di questo attraversarmi. questi circuiti infiniti. se furono transiti. se furono traditi. non rispondo. non con questa voce almeno.») di Lime (1995) quanto alle temporalizzazioni dell’osservare che si leggono in Soluzione della materia (2009: «Le mosche fanno i bei globi / sul canale. Legano coi loro / gigli. Ai gradi dove forza / la corrente, fa cappio. “A tratti / il corpo che la viaggia beve”. / A tratti no.») o, tematizzando anche la fisicità del gesto, in Shelter (2010: «(casa⇔ altra ⇔ foto-)»). In mezzo, il lavoro di Garrapa, che proprio chiamando in causa chi legge («e vi trovate di fatto qui. da un lato del foglio. per disfunzione di memorie. per valorizzare appunto quest’angolo di lato. di impressioni. dall’altro lato del foglio vi trovate di fatto lì.») materializza – proprio nel senso di rendere materiale, 3D – una lunga pratica della scrittura, con i suoi contesti storico-economici, con le sue distanze dal pubblico, rendendosi produttore etico e quindi chiedendo un’etica della ricezione. Se la punteggiatura è un dispositivo ritmico, i salti al di fuori dell’aspettativa grafica («ho soffert👄/👄/ 👄/ ho🗣️piangevo di nascosto da me stesso per ché mai?») e soprattutto al di fuori del libro stesso – come i QR Code – sono un dispositivo civile, che sta al macrotesto come il punto al microtesto. Quindi, innanzitutto: alla lettura etica si chiede la rottura, dopo averne mostrato l’efficacia e indicato il funzionamento, della passivizzazione a cui riduce la credibilità del suono. Anzi: la continuità temporale, dal momento che, se l’assertività è «pre-programmazione delle reazioni altrui» (cito ancora Giovenale), ogni forma teleologica – e vale anche per quei corrimano musicali che ti accompagnano senza detours, sono una forma del there is no alternative, del «senza utopia» – citando Broggi – che del resto era parte di un Servizio di realtà (in Avventure minime, 2014). «[…] Un destino manifesto / soddisferà l’impulso a sbarazzarsi di ogni sorpresa. / Legalità deboli coesisteranno in rapporti flessibili. Le loro / insegne saranno sgargianti ma non memorabili. Il dominio di / un ordine finito simulato sopravvivrà nella tensione verso la / radicale indeterminatezza. Una tautologia senza crepe sarà, / dopo tutto, la sua stessa ragion d’essere. La stabilità del clima / sarà una sanzione definitiva».






da Saltiquanti (Edizioni del CentroScritture, 2025)


come un tormento la metafora se asserire o meno
se fare rima con rima o manomettere manomentire
tagliare il verso di un animale che si getta di getto
nel gorgo di una città come i lupi ad esempio o ad esempio gli orsi.

non ho mai visto un orso.

poi è chiaro che se un orso vedesse altri orsi
entrare in città come lupi e vandalizzare l’ambiente umano
è chiaro ripeto è chiaro se un orso indugiasse
nello sguardo dell’altro da sé
imitasse insomma il lupo tramite l’esempio che ne darebbe
il suo sodale orso comportando il fantasma del lupo
iniziasse la ricerca delle cause e delle catene imitative
ecco è chiaro che non sapremmo nulla del suo comportamento.

quindi non c’è nulla fuor dalla politica?
è questo che voglio dire?
ma quello che voglio dire è solo un caso un resto
di una domanda che con la volontà non ha nulla a che scrivere
né ha nulla a che vedere. a che vendere.

il discorrere è più semplicissimo ancor di più
non potendo suonare una tastiera
ticchetto sopra la tastiera.


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da L’apocalisse (2000)

Viola.
Viola si forma fermando un cognome
dal dato di fatto la fretta in finire
si porta un errare vantaggio di fare
bare di simboli per dire nascosto l’amore
che cova, da sotto da sopra da tanto clamore
Viola s’aspetta compassi di ombre precise
e di sé volerebbe di sé violerebbe il segreto
istruttorio il cocente pressorio vocio di nascosto.

Dagli occhi che chiude poi Viola vede
un mare di luci viaggiare a ritroso
e tornare a scolpire –scolpare se stessa–
interrompe in un campo di guerre di viole
si chiede il suo nome –colore
appassisce già spenta tra i versi violenti
da sempre di viola.

Viola,
di sé disse vani
le vene rigonfie bucate
di aria sporcata
luce adiamante rivolta
sul corpo non stabile.

Viola,
sperava deserti lontani
sogni da prendere via
ma sia come sia
i deserti li aveva tra mani.

Viola,
vicini accecanti sì
da permettere grida
remote e afosi
silenzi di ibrida.


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in questo salto

che io chiamo poesia anche se la poesia non esiste più così come non esiste più l’uomo primitivo anche se nelle scuole che pure le scuole non esistono più si studia l’uomo primitivo e si studia anche la poesia che non esiste più e poi è morto Dio vuoi non muoia pure la poesia con tutto questo carico neomelodico di emozionare tradizione vendere perché gli afflitti ne possano trarre vantaggio sentimentale? in questo salto che io chiamo poesia sono stato interrotto da una telefonata mentre al televisore un’immagine mostra le persone che parlano del virus. un po’ come ugo foscolo mi piace questa ora della sera perché è più evidente la transizione del tempo. porte che sbattono urla che fuoriescono da organismi umani e il sogno è un glitch del pensiero da sveglio. poi è morta o si trascina stancante e stancamente la poesia fatta di pose e le colline sono in fiore.

questo salto lo potete ascoltare qui




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da Monoluoghi e discipline (2001)

Quando cominciò a piovere si udì un lampo e poi piovve.
Quando il tempo era fermo non esisteva nulla che non avesse fiato.
L’aiutomobile della soccorrenza stradosa
prevarcò particole di discipline sedute sul marmo
poi piovve, ma prima di piovere non pensavo che potesse esserci l’acqua
bisogna che accada altrimenti non accade nulla e quando c’era
il nulla

E
R
R
O
N
E
A
mente
andò restò capì salì ricadde svenne e disse:
abbiate cura della vostra restanza
abbiate asilo nei tubercoli
delle micosi quando entrate nell’acqua positronica e sarete dei neutroni
ma
te
r
ia
e
an
ti
ma
te
ri

a
b
ant

i-b
moli di gas suppurato medietas de ozonati gravitoni
fermovvi la luce a quantificar lo totale nelle parole.


Ecco il dunque: un acido idrossidico di una soluzione:

Saresti forse in grado tu di dire
e nel poi fare a meno delle direttrici
che mancovvi poco l’altro ieri
di riguadagnaresti due crini
allor che la precipua soleggiata
avea di te fatto ristoro e te storiavi
campi immacolati di
fortezze
parabrezza del vuoto
sciocchezze postclaudali dell’avvento
eppoi scortiasti la treblana sullo sfoglio
dirimpettasti poco al tuo sgomento
per non vederne a fondo il pallore del momento

Venir che dir si voglia dall’ottica brunelli
ffffrrrttt
avendo reclamato il proprio pasto nell’ostello
ke rimaneva a falla nella guglia del listello
scoprivvi d’improvvisa la lenticula solare
giorno fu di giorno
che vidi biancolare un occhio sulla testa e comandava
fammi entrare o rompo tutto
ti declamo a danno e dico

che sei tu la tua sciagura
e non di me nominerò in divano
che prefero mediotransito polare nel subartico lunare.

[…] E torna il fossilizzarti nella venia sparita dell’hamburger gli americani sono uno gli afghani sono uno
io sono uno tutti è uno
belgiocodi parole sono quattro
come sole che non vive
luna che non vede
sete che per dura
anima che sale
nel sottovuoto ossuto dell’
anima che scende.
La rima casuale è il caotico postale la maschera mortale dell’ovvio
prenatale acutizzato e spento nel marchio clericale.
Si sentono degli atomi passare sulla pelle e provenire dalla strada dove donne fanno chiacchiere e baldoria pochi minuti di emancipazione per colpi da boxe su sacchi
affascinanti rose che s’aprono nell’ovvio coito dell’organismo esausto e poi riprendono morte oppure oscenità
si delizia e pavoneggia la potenza della forma pieno e vuoto non fa differenza ma la sottile ignoranza del fatto che siamo più di quello che siamo e moriamo più di quel crediamo umanità che diparte s’afferma nel sogno di quando dicevi
che qualcuno è morto ma è morto nessuno?
La loggia degli acidi era brulicante di sbirri in viaggio, le facce più strane e normali che avessi mai visto, uno di loro mi si avvicina esibendomi il tesserino e vestito con delle semplici giarrettiere e un manganello camminava stringendosi nelle natiche quasi stesse trasportando merde di un anno, e mi fa: Lei è perso? Io risposi semplicemente:
Semplicemente.
Cosa vuol dire, fa il tipo e intanto si era creata una cellula compatta di celerini e celerine uomo nonché guardie di finanza e baffi posticci su una tipa che si faceva chiamare Ermanno e che io scambiai per una mongolfiera e intorno lampi odorosi di strappi muscolari un lacerto di pensiero venne fuori dalla bocca e dimenandomi come un adepto entrato a far parte di una tribù di sciamani e dissi: Che sballo!
Loro mi tacciarono di retorica e insinuarono in me la convinzione che non fosse affatto vero quanto avevo vissuto, non certo nella realtà: nemmeno nella tua mente e nelle tue mani convulse è vissuto niente.
Fa una voce dirimpetto a questo momento.

Credo che l’esperimento sia riuscito.
Si può accomodare lì fuori, aspetti la prossima occasione.
Lei è giunto a una conclusione, lei è spacciato.


+ + +


da Crisalide bianca (2002)

La rabbia si spreme da un tubo di panna
la noia annoiata si dondola e canta
suona le ore la pendola,
mio caro lettore mia cara lettrice …………….. che non vediamo.
Solo rumore di gente
frastorna e riviene
mai ne ridiamo

perché gente eravamo
alba tramonto giorno da treno
alle cinque il postino
parte ad avvertire dell’attacco
antiamericano…
cade, il destino lo vuole caduto
il postino ritarda
e ……………………………………. rendere astorico un evento fatale
è come fare la neve col sale.

Come tradurre nel 2002 parole per cose
che cambiano mute
mutano voce e piangono afose?
cioè come fare col tempo che cambia
restare e viaggiare negli attimi eterni?

Questo si chiese crisalide bianca
allor che la luna volgendo al sentiero
condusse dei carri alla biada
che cambia……………………..

ehi, disse senza cabore la vista,
gionesta forene sanfan tinarina.
Retori casale tiolne panista……

Strapalachista e retoracusta
se fandeleo non po ritarzir

ciò che ho stradetto.

Poi(oioioioi) devenne(ennenne) solo(olololo), mai più(iùiùiù)
Volse la fronte allòtoro stino.
Pocanzi egli cadde pochezza
di stola su spalle ricurva.

Odoro sentiero i suoni e balena
un luciore di mare: fragore
d’onda in spiga si posa e defila
decompare la sorella
della notte gran nemica:
mentre gente
comune in silenzio
di rabbia s’affaccia
ogni giorno e non grida
al mondo selvaggia:
gridi… gridi… impazzi!
il passante, disordine e caos
che tutto riaggiusta crisalide bianca.
Crisalide giusta della giustizia
Crisalide verde dell’immondizia…….

                                                                                   Un cane scodinzola

avvicina affamato al cassonetto
con la zampa fa esplodere puzze
di plastica: è segno di cose mangiate
non ancora avariate:
cibi eterni oggiemme (come ieri)
servono solo a ingrossare
il grumo-cervello della pancia
attoriale manageriale
seriale nevrosi: imprendimorale.

FOTOCOPIE di chi corrode-corrodendo
il sistema dall’interno.

Col dito dirò con la mito mirò:

loggia di sguardi aggrottati
labbra che chiedono il nulla
orecchie vorrebbero suoni
e l’indecenza che:
‘TUTTI POSSONO ? SCRIVERE’
mi scagiona dallo scrivere a cazzo?
Crisalide ride crinolina di versi:

il bimbo che dorme
la madre che geme
il padre …………. NON c’è (per definizione)
la luna deraglia e scivola
a terra, la polvere pesta
cristalli di sabbia

canta crisalide bianca: chi è chi è chi è?

Solo crisalide lo sa se è.

Crisalide è fuori dal fuori-dentro
di carri e selcia la strada
coi passi rivisti
che li trasforma

come la pietra che grida
sotto la maschera che dà la vita
presa dal caso del sangue che ruota:

L’UOMO è MARE e colora graniti
l’uomo è cielo d’un giorno fermato
nel punto che la vita
grida muta la sua resurrezione.

Mi inoltro nella solitudine tipica
di chi ha perso anche il proprio
star soli, genuino il mio fiato
scoraggia la mia voglia di morte:

lei m’ha già preso, un giorno,

e non m’ha più lasciato un attimo da solo……

Sotto il fulmine della sera improvvisa
china la testa, luci esplose arricciano
l’aria: è un giorno di festa
l’ultima festa prima del dopo
piangere e dire a sé stessi:
ora basta, svestiti! e dici
questo son io, questo il mio dito.

Mostri un raggio avvinazzato di noia:
per cambiare voglio la prigione del pianto
il ricordo che lascia il posto al rassegnato
capo chinato stanco invecchiato:

povero figlio povero povero

elemosinai tutto:
erbabirra a a a
e cultura aaa di libridi
e ora sparii.
Egli sparì e di lui nemmeno lui seppe niente.

Sparii a me stesso per sempre…

come fanno i bambini quando vanno a dormire.

Dimenticai poi lei venne rivenne a svestirmi
m’attese folle e lucida a un tempo
stesa nel letto come una mantide la voglia di
crisalide bianca.

Egli e lei e io e noi eravamo perfetti
per un quadro borghese
ma i sentieri che portano altrove
hanno tagliato stagliato rifatto
per intero il paesaggio
per tutto ero pronto

ora nudo aspetto
che rivanghi nel tempo la pioggia
che pulisca il mio corpo
dai lidi arenati di sogno:

realtà è l’ideale che ognuno
si sogna e sogno il mio cane
che non abbaia ma morde
e annusa sottecchi la morte che abbiamo.

Il mio cane si chiama mondo
quando mi va lo trovo già fermo
che aspetta il padrone che da dietro
m’arriva e io non lo vedo…….

Attendere attendere           senza tremare
attendere attendere io vorrei morire
o per lo meno non svegliarmi fra poco.

[…] Interruppe il discorso crisalide che
dopo avere esordito col fuso surrealista
(lo nominò distante dal microfono)
(ecco le prove avute a discolpa)
(tempo solo a dire che ora è?)
(poi di slancio, morì.)

Interruppe crisalide ancora
una volta che c’era l’aria d’aurora.
A volte immagino che crisalide bianca parli sul sedio e allora posa la rima tentata e io i’ m’allungo sull’onirismo
di molle dielettriche, accovacciato a cacare dagli occhi
tutta la grazia che il mondo mi offre e che a volte mi pare stonata coll’effettivo clima di claustrofobia
cosmica.

Crisalide bianca era reale quanto la pietra
che vidi parlare nel tempio del Poi
costui s’avventa sulla materia sporca e la fa bianca
la è duca come figlio e la porta all’inizio
del socializio stare. Non vedi più una pietra
né possibil forma cartata ma crisalide d’aria,

chi è pietra capisce e come lucertola stende
al sole silenzi non muti parole sorde una vita
smorta germoglia un atto e resuscita:

la pietra ha dolore dei colpi educativi, e ora prova le stesse emozioni di te che guardi.


+ + +


in questo frattempo

di fine pranzo inizio pomeridiano di lettere e scritture e afa afasici pensieri mentre la signora in giallo parla da sola e ride da sola sul sei i cartoni animati l’aria non è proprio ferma oggi. sbatte le ali come per scrollarsi di dosso, niente di metaforico, è proprio lo sbattiali nell’aria. la vibrazione sonora. non c’è silenzio. non c’è più quiete. ascolto il mio corpo. ora esco nella fornace del sole a impreziosire e accogliere il diniego dell’ombra che vorrebbe evitarmi. questo sì, è metaforico. sta a indicare, l’ombra, la parte più interessante di noi. in questo frattempo sai quanti miliardi di azioni sono accadute nel cosmo? morti nascite esplosioni termonucleari scollamenti di galassie e tutto si riverbera qui. in questo frattempo. siamo o non siamo un’unica grande minuscola particella? momento per momento, immaginarsi l’accadere nel cosmo, in questo frattempo.

questo frattempo lo potete ascoltare qui





Gianluca Garrapa è nato nel 1975 a Castrignano de’ Greci (Lecce) e vive a Empoli, counselor a orientamento psicoanalitico, conduce laboratori di scrittura desiderante; lavora come facilitatore di lingua italiana per stranieri; si occupa di radiofonia, scrittura cromatica e desiderante, comicità sperimentale; sue cose su siti e riviste tra cui Satisfiction, Psychiatryonline, Puntocritico, GAMMM, Compostxt, Slowforward, Utsanga, L’estroverso, Critica Impura, Il cucchiaio nell’orecchio, Nazione Indiana, Argo on line, Gorilla Sapiens Finzioni. Ha scritto, tra gli altri, di fantasmi e stasi. transizioni (poesie, postfazione Gabriele Frasca, Arcipelago Itaca, 2017); Il 23 agosto, un piattello di segreti (romanzo, Eretica, 2018); Un ronzio devastante e altre cose blu (racconti, prefazione Paolo Zardi, Terra d’Ulivi, 2018) e La cosa (racconti, Ensemble, 2020).



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