foto di Anne Boyer
Ogni indumento racchiude | Anne Boyer
estratti e traduzioni a cura di June Scialpi
da Indumenti contro le donne (Tic, 2025)
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Come guidati da una strana forma di adattamento, ci si immerge nelle pagine di questo libro nell’intersezione tra prosa, aforisma e poesia. Ogni indumento o testo è indirettamente un rimando a un pensiero più largo, generale. Questo libro, andando anche al di là di una forma raccoglitore, si propone come un vero e proprio abecedario letterario sul vivere e sullo scrivere. L’adattamento all’indumento, diventa adattamento al senso più ampio e teorico – non poco problematico – dell’habitus, per dirla alla Bourdieu. Forme di abitudinarietà e di quotidianità sono intrecciate in un convulso riflettere sulle scelte intraprese e quelle ancora da intraprendere, detto dello schizofrenico, ci si trova davanti a un vero e proprio esercizio di controllo (ciò che rappresenta forse la vera parte contro le donne). La riflessione passa per l’azione e l’azione per il pensiero del proprio mondo, del controllo che si può avere di sé in preda a un inesauribile flusso di coscienza. L’indumento è quindi sempre e comunque una scelta come è una scelta persino quella di non scrivere, di divagare e perdersi nelle possibilità di altri mondi, nelle ipotesi più fantascientifiche. Questo libro di Anne Boyer, tradotto da June Scialpi, è in questo senso un’ottima confusione su come vivere e scrivere non tanto per un possibile interesse rispetto al biografico realismo, quanto piuttosto per ciò che accade all’interno della personale (quanto sociale) rappresentazione insita nella voce narrante, nel resto delle persone che abitano quello stesso mondo. In questo senso, forse, più che un esercizio di in-vestimento, qui assistiamo pagina dopo pagina a uno spogliarello di sé, dei propri costumi e delle infinite apparenze, al fine ovviamente di consumare e estinguere il lato più biografico di sé stess3, nonché l’abito delle nostre malsane abitudini, come in un grande esercizio di esorcizzazione del soggetto.
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una serie di estratti da Indumenti contro le donne (Tic, 2025)
Volevo essere ordinaria proprio come un animale. Pensavo che fosse la scrittura a farmi ammalare. Quando scrivevo avevo molti sintomi, tra cui spasmi alla schiena ed emicranie oculari, poi però quando ho smesso ho passato un mese con febbre e infezioni in diversi punti, debolezza, tosse, perdita di voce, allergia e prurito, e con le articolazioni, le mani e i piedi gonfi. Alla fine c’è stato qualcosa che quasi mi ha guarito. La cosa che quasi mi ha guarito, oltre a un cocktail di Zirtec, Zantac, Clarityn, Benadryl, Singulair, Zitromax, Vicodin, Advil, Yaz, Retin A e Albuteral, è stato un tocco di tinta Frost & Glow sui capelli. La Frost & Glow non era per nulla luminosa, ma spalmata nella sezione inferiore dei miei capelli, sopra le punte, aveva effetti riparatori, come se un pochino di biondo da minimarket potesse alterare così tanto l’essenza di una persona da farla smettere di essere ansiosa e tormentata e soggetta a molte infezioni e tragedie e reazioni eccessive del sistema immunitario agli abissi terribili della sopravvivenza, potesse presto portarla a indossare un prendisole arancione aderente con dei fiori rosa stampati sopra e a giocare a biliardo in un bar & grill di periferia.
Il commercialista e l’addetto alla riparazione dell’aria condizionata hanno detto: «Guarda che bocca sexy. Guarda che gambe sexy», come se la pagina del corpo che stavano leggendo fosse stata cancellata dal fatto che solo poche ore prima (prima della Frost & Glow) quella bocca e quelle gambe facevano parte di una storia che si leggeva esattamente così com’era, raccontata in preda ai brividi.
Intendo dire che dopo la Frost & Glow le cose sono cambiate. Le cose cambiano.
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[…]
«L’esempio classico di contrasto positivo è quello prodotto dal colpirsi in testa con un martello. Il dolore prodotto fa parte della dimensione ordinata e quindi più se ne produce e più ci si adatta. Così, quando si smette, ci si sente benissimo».
Non volevo che fosse un invito. Stavo tagliando le verdure in cucina e pensavo a come la dialettica sia un complotto, e poi a come la dialettica sia un complotto tipo il “gusto”, e poi a come il gusto sia un’arma di classe. Quei ragazzi si sono riuniti e hanno concordato la propria dialettica; li farà sembrare mediocri, casual come un maglione. Chi è che ci si butta dentro o fuori? Cosa significa rinunciare a qualcosa? C’è il rischio di scivolare dappertutto. Come se la lingua dei poeti fosse la lingua dei proprietari di immobili. Come se la lingua dei poeti fosse la lingua dei professori. Come se la lingua dei poeti non fosse una lingua delle macchine. Preferirei avere un altro nome, così nei centri commerciali potrei essere qualcuno di diverso da quello che so e non so sul linguaggio. Cosa c’entra tutto questo con la felicità? «Lascia che mi fortifichi contro la morte».
Penso soprattutto ai vestiti, al sesso, al cibo e alle variazioni stagionali. Ho fatto tanto per essere ordinaria e ne ho fatto tesoro: prima sono nata, poi sono stata bambina, poi ho imparato cose e fatto cose e amato e avuto chi mi ha amata e spesso mi sono sentita sola. Il mio corpo a volte stava bene, a volte stava male. Mi sono avvicinata alla morte, proprio come voi.
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Uno degli inventori della macchina da cucire decise di non brevettarla per paura di come avrebbe potuto rivoluzionare la manodopera sartoriale. Un altro fu quasi ucciso da un’orda di persone.
Sempre, quando cucio, penso a Emma Goldman con la sua macchina da cucire, o a Emma Goldman durante la sua prima notte in cella, «almeno datemi qualcosa da cucire». Wikipedia racconta che la macchina da cucire ha ridotto il tempo medio di realizzazione di un capo da quattordici a due ore. Da qualche parte su un blog di cucito qualcuno ha scritto di creare nuovi indumenti a partire da quelli già esistenti: «Usate ogni parte dell’indumento» e «Ogni indumento racchiude in sé ore di vita di un’operaia». Cucio e la storia del cucito diventa un sentimento, proprio come quando ero una poeta, come quando scrivevo poesie, come quando scrivevo poesie e quella cosa — la cultura — cominciava a serpeggiare in me, ma probabilmente è più importante cucire un vestito che scrivere una poesia. Guadagno dai dieci ai quindici dollari l’ora in uno dei miei tre lavori. Un indumento di Target o Forever 21 costa dai dieci ai trenta dollari. In un negozio dell’usato, un indumento costa tra i quattro e i dieci dollari. A un mercatino dell’usato da uno a cinque dollari. In un grande magazzino dai trenta ai cinquecento dollari. Quasi tutti sono stati comunque realizzati sottraendo ore di vita a donne e a bambini. Ora, io do agli indumenti le ore della mia vita che non vendo ai miei datori di lavoro. I miei costi sono bassi: tessuto da due dollari di Goodwill, modelli comprati per novantanove centesimi, anche meno, merceria trovata alle liquidazioni a uno o a tre dollari. Riesco quasi a risparmiare. Il tessuto contiene ancora le ore delle vite, quelle dei contadini e dei pastori e dei chimici e degli operai e dei camionisti e dei venditori e dei primi acquirenti, e poi dei donatori, che probabilmente erano donne che cucivano. Cucire è difficile. C’è una ragione se alle ragazze veniva insegnato a cucire ancora prima di qualsiasi altra cosa; anni e anni di pratica, e anche in quel caso potevano non essere brave.
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In laboratorio, la sopravvivenza ha preso in prestito la forma della divinazione. Poi ho sognato, scritto storie, acquisito informazioni, incitato i miei compagni all’azione, feticizzato parti per interi, guardato la pornografia del comune disastro, sottoposto per intrattenimento all’umanità lo spettacolo della mia umanità. Hanno fatto così tante riprese solo per catturare un unico fotogramma di sofferenza! Chi è che non si sentiva a proprio agio, alla fine, a diventare come un mimo?
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L’uomo che allora era il mio amante sognava una me (Anne Boyer) che proteggeva un’altra me (Anne Boyer). Ma si trattava di due Anne Boyer diverse, una che era più uno sbirro, l’altra che scriveva il suo nome seduta a un tavolo. Pensavo che desiderare un po’ di riguardo fosse come desiderare di avere degli scorpioni nella doccia. Pensavo che parlare significasse chiedere una museruola. Pensavo che sentire o far vedere di sentire fosse come chiedere a un sadico di farti flagellare. Pensavo che avere un nome fosse astrarsi e astrarsi di nuovo in molti corpi, alcuni reali e fisici, altri spettrali, altri ancora così insoliti, così lontani da te che potrebbero anche essere astrali. Pensavo che avere un nome significasse diventare un oggetto. Pensavo di essere una ciarlatana. Mi sbagliavo. Non ero una ciarlatana, ero un termine di ricerca.
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Ho spiegato che quei tempi erano i tempi in cui le persone scrivevano su macchine che si collegavano a macchine che si collegavano a macchine che si collegavano a persone che scrivevano su macchine?
Erano i tempi in cui credevamo nell’informazione.
Ed ero una persona, a quei tempi, ma non credevo nell’informazione. Mi piaceva immaginare le interfacce che avrebbero reso il pubblico privato e che avrebbero reso il privato accettabile.
La privacy non era esattamente un effetto della confessione, che a quei tempi consisteva nell’acquisto di azioni della società pubblica. Erano i tempi del lusso volgare e del dolore raffinato. Erano i tempi in cui amavo cancellare.
Quello che è pubblico, in realtà, non esiste più. Ci siamo frammentati in zone temperate e intemperate, in piccole colonie di servizio e in villaggi circondati da muri di automobili non funzionanti. Ora riusciamo a malapena a ricordare quello che ci ha formati, e la prima e l’ultima cosa a cui ognuno di noi pensa è la poesia.
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Anne Boyer (Topeka, Kansas, 1973) è una poetessa, saggista e docente statunitense. Nota per la sua scrittura sperimentale e politicamente impegnata, esplora temi come il femminismo, il capitalismo, la malattia e la resistenza. Tra le sue opere principali figura The Undying (2019) (tr. it. Non morire, La nave di Teseo, 2020), vincitore del Premio Pulitzer per la saggistica nel 2020. Altri titoli significativi sono The Romance of Hayy Workers (2008), My Common Heart (2011) e A Handbook of Disappointed Fate (2018), antologia i saggio e testi sperimentali.
June Scialpi ha pubblicato il libro Il Golem. L’interruzione (Fallone Editore, 2022) con il quale ha vinto il Premio Flaiano Poesia Under 35 e le plaquette Condotta del simbionte (La Collana Isola, 2023) illustrata da Majid Bita e in mezzo ai giorni (i) dati (Zacinto/Biblion, 2024). Alcuni suoi racconti sono apparsi su Spore Rivista, Mandos, L’Altrosessuale e nell’antologia Stasera faremo cadere il cielo (Zona42, 2024). Si interessa di studi queer e transfemminismo. Collabora con diverse realtà online. È co-autrice del saggio La promessa della luna. Genealogie di Sailor Moon (Moscabianca Edizioni, 2025). Ha tradotto Indumenti contro le donne di Anne Boyer (Tic, 2025). Il suo ultimo libro è Retriever (Tic, 2025).









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