Anteprima Editoriale | Dominique Grandmont | Memoria del presente

a cura di

Luigi Riccio

11–16 minuti

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Alcune definizioni per un buon vademecum dell’agire poetico, chez Alberto Savinio: [Realtà] «Rivolgo la medesima domanda ai meno irritabili dei miei lettori e li prego di sapermi dire dove comincia la realtà e dove finisce. Nemmeno il crudelissimo Tiberio, io credo, avrebbe voluto scacciare i daltonici per esempio fuori della realtà. E che dire di quella realtà scoperta non molti anni sono attraverso le radiazioni infrarosse e ultraviolette, che l’uomo scorge mercé l’ausilio di apposite lastre di vetro, ma alcuni insetti e particolarmente le formiche percepiscono a occhio nudo?», quindi opporsi ai «salutisti dell’arte, a questi secondini di una realtà rachitica e nana» a cui «è da imputare la noia, la mancanza di fascino, la passività»; [Poesia] «Per lui più non s’adora / Roma, il Senato, al di cui cenno un giorno / Tremava il Parto, impallidia lo Scita. (Metastasio: Catone in Utica, atto i, scena prima). Quante cose sono state dette diversamente di come erano state pensate, quante cose inutili, quante sciocchezze, quanti errori di lingua (come nell’esempio qui sopra citato di Metastasio) solo per la necessità di costringere le parole alla misura del verso!»; [Vita] «Tre tappe nella vita di Nivasio Dolcemare. Quale trasformazione da tappa a tappa! Com’è però che queste trasformazioni Nivasio Dolcemare le ha conosciute ogni volta da segni esteriori?» In ogni caso sa che un giorno «potrà dare sfogo veramente alla sua voglia di camminare sui muri, e nonché sui muri ma sopra i monti ancora e dentro la terra, nel cielo e fra le stelle e potrà dar corso finalmente a questo bisogno di glande libertà che gli urge dentro e d’infinito amore, che altre parentele, altre amicizie, altri amori gli si apriranno: tutte le parentele, tutte le amicizie, tutti gli amori di questo e degli altri tempi, di questo e degli altri mondi».1

Quindi? Mi sembra che la parabola storica di Dominique Grandmont, raccolta in antologia (e in traduzione, ovviamente, e di Enzo Lamartora) per la collana di poesia curata da Giuseppe Nibali per Mar dei Sargassi, Memoria del presente, in uscita l’11 febbraio e qui in anteprima editoriale, racconti esattamente questo modo di fare poesia, e forse la definizione che di poesia darei. Sicuramente la traiettoria di una vera immaginazione solare – perché di città del sole, perché convintamente utopica tanto quanto energicamente giocosa – e mediterranea – perché di un tutt*, di un messo al centro come i cestini del pane -, finalmente liberata da fascismi ed esoterismi di sorta e piuttosto restituita a un surrealismo originario perché pragmaticamente creativo. Appunto, qui, De Chirico frère et frère, il comunismo di Ritzos e naturalmente dei surrealisti francesi (Aragon su tutti, ça va sans dire), quel Kavafis da Grandmont tradotto (e a rischio di essere banali: Itaca, in barba a Odisseo, come orizzonte per una Comune). Sicuramente, anche: uno sforzo collettivo che proprio per riflessi di compagn* di strada può fare quanto di più simile ci sia all’immersione subacquea, al ferirsi a vita, ribaltando La Capria. Andare per dove non si tocca e vede, a tentoni, e trovare quel che capita e che molto spesso, per il suo stesso esistere , proprio in quello spazio, in quel modo, fa una qualche linguaccia a ciò che altrimenti ci racconteremmo (e secondini di una realtà rachitica e nana, cioè del questo deve essere il presente). Non esiste mai una pesca a tesi, un diretto rapporto causa-conseguenza a cui appellarsi. Esiste, invece, il dimostrare volta per volta – e anche qui, per il solo fatto di esserci – come questo non si applichi nemmeno al reale: quindi mangiarne, e tutt* assieme, quand’era proprio certo che domani saremmo rimast* a digiuno e forse anche [perché] sol*, vedere adesso che nutrimenti e mutazioni porta questa nostra carne impossibile.







da Memoria del presente (Mar dei Sargassi, 2026)
traduzione di Enzo Lamartora


da Grafoscritti (1963)
La piscina

Mai rotto, il trampolino sembrava più lungo di se stesso, e fa dei fuochi d’artificio di carne, di corpi sconfitti in anticipo, sfavillanti di questa luce pungente che gli arriva dappertutto. Le braccia lucenti stringono l’aria, ed è un fascio di fiori freddi.

Una dea, pietra dopo pietra, si stacca dal muro sorridendo, gli occhi truccati, i capelli dorati, e delle ciliegie alle orecchie, si guarda in uno specchio all’altro capo della piscina, aureolata d’un ombra gialla.

Fuori le bici allineate circondano la moto fiorita di una rosa artificiale. Si vede in mezzo al manubrio una fototessera.


+ + +


da Immobili (1978)
Lato giardino

Il pomeriggio, è l’acqua che parla.
Il vento polverizza le mosche.
Braccia, gambe di statue,
ma troppo alte. Il sipario cala
ai piedi del chiosco, dove i bambini
trascinano sedie come carriole.
Qualcuno va via, di schiena.
Non c’è fine (dice).
Anche le anatre applaudono.


+ + +


Preghiera alla libertà (1989)

Imprescrivibile libertà figlia e madre delle tue stesse crisi la cui scommessa mette il mondo in disequilibrio al punto da obbligarlo ad andare nemmeno più il tuo partito preso abolisce il caso né l’errore senza il quale non v’è superamento dei contrari libertà non sei senza limiti ma procedi alla cieca all’antica spartizione del cielo e della terra il tuo sangue cancella le frontiere e questo solco delle abitudini come rughe sulla fronte della nostra morte di ogni giorno per farci credere all’impossibile tu giochi col fuoco delle origini opponi il reale insostenibile alla realtà trionfante decifrando il nostro avvenire fin dentro le celle del nostro immaginario dove i tuoi racconti ci catturano solo per prendere il pregiudizio nella sua trappola e allentare la morsa delle lettere e dei simboli di nuovo queste catene martellate della certezza e della paura oh donna che elevi la protesta delle tue ciglia contro l’irreprensibile geometria delle evidenze tra la spada e la pietà scossa così spesso giacché hai avuto ragione ad avere torto a unire l’esercizio solitario dell’inesplicabile all’insolenza dell’inutile per renderci un po’ più abitabili gli specchi e ridare un senso a ciò che non ne ha libertà sola poesia tu corri le strade i tuoi piedi vanno più veloce del tempo per celebrare senza fermarti l’unione libera delle parole e della storia poiché neanche l’amore è di diritto divino fin dall’inizio hai solo l’orizzonte per bandiera e senza essere di nessuno appartieni a tutti sai di non avere scelta che tra la giustizia e lo spergiuro ma sei tu che conduci coloro che oggi lottano fino a perdere il tuo nome libertà questa parola sola la cui eco risuona come una sfida per sempre lanciata al principe o ai suoi successori poiché nei poemi come nelle tenebre basta pronunciarla per aprire la prigione dei libri e parlare in tutte le lingue


+ + +


da L’aria e questa folla (1994)
III – Parlare sole rettangolo

Muro di pneumatici

Cielo
di pietre

°

Le braccia che spiegano
il vuoto

°

Qui anche l’oblio
si chiama il possibile

°

Quando l’eco rompe uno
specchio d’altitudine

Inclinato decide
meglio se la voce brilla

°

Interrotta
rivela

Il suo senso

°

Nuvole sono le lenzuola
falciate a mezzo busto
Marciando nel
muschio e la sporcizia

°

Avanzare ti avvicina
al mai

°

Più alto della
pioggia

In una parola il lampo
precede il pensiero

°

Sillabe strappate

Tra la luce
a l’abisso

°

Il vento
inventa un canto

Con le sue rovine

°

Perdersi
crea i numeri

°

Oppure l’ombra del falco
sul serpente delle strade

°

Ma non sono che cani
erranti nella nebbia

°

Sono cieli fratturati sul
ammasso dei

Templi

°

Zucchero incenso
dei villaggi

°

Vedere è questa
mandria d’alberi

Assenza
incalcolabile

°

La scrittura
fuori delle cime

°

Più grande
di se stessa
Questa notte in pieno giorno

Dove il tutto e il niente
si ricoprono

°

Dove la solitudine
è spartizione

°

Enigma diviso
tra
le 335 finestre
della sabbia

°

E quando leggi
sono le parole

Che ti guardano

°

Un riflesso
che incespica

E il suo sudore
è sangue

°

Insetti
sono i frutti
Poi: cascate
di bronzo

°

Distanza
in caduta libera

E polvere
in piedi

°

Anche ignorare
sottolinea

Il suo nome
non è passare

°

Per uscire
dalla morte

Cancella
subito il tuo sogno

°

Leggere
è questo orizzonte

L’eco
sole rettangolo

a Chawski Abdelamir, agosto 1993


+ + +


da Una volta non è mai (2003)
Giardini & cortili

il sole come un dito
nelle nuvole (estratto
d’un regolamento di parco)

camion entrato nel suo rumore
un giorno sono ciò che dicono
per farla finita col senso

il vento era un breve saggio
di poesia indiretta (o la notte
vedon solo l’invisibile) quando

l’occhio del tempo scopriva la metà
di tutte le piogge ma la città
non faceva più parte del sogno

o il centesimo giorno confessa
ciò che il cielo esclude l’immagine
è una finestra mal chiusa

là sopra l’orizzonte senza spalla
è questo specchio senza parola il mare
è già una lingua morta

o semplici racconti per andare
fino in fondo al silenzio malgrado
più di una volta in giardini & cortili

la sua anima sgranata come una risata
o dei cerchi d’ombra sotto gli alberi
ignorando il grigio d’oro dei tetti

a pena qualche paesaggio
strappato in cui tutto esce da sé
quando l’eternità va troppo veloce

a Fabienne Courtade, 15 agosto 2002


+ + +


da Nero su bianco (2011)
Tsim Tsoum

VI, 2

Da tanto lontano che intesi resterebbero dei rumori la loro
profondità né il loro scoppio potevano superare alcuna
soglia né traversare lo stesso sotterraneo senza avere l’età

di giocare a biglie con delle nocciole all’epoca tentava
di essere questo mascalzone che nessuno sarà mai i suoi
passi andavano più veloce del pensiero nessun fanatismo

aveva una porta non c’è il tempo zero del cuore così
spesso spartita che non resta niente della loro povertà
le parole non hanno centro e non possono più tradirle

dopo che se ne andrebbero ciascuna per sentieri bruciati


VI, 3

Poiché un solo gesto si compone di molte persone
e questi vetri sono la prova di ciò che non vedrai
vivere era la loro patria ma senza poterci ritornare
quando una scia oscura incendia la notte dicono leggere
consiste nel trovare ciò che non si cerca se l’ombra è
sempre in ritardo di una differenza là dove vedevi
delle vespe assetate di sangue mostrare una tale rabbia
che i nostri errori non potevano essere che la verità
non ci sarebbe niente da salvare di quel magma/prosa

accanite a distruggere ciò che amano o la polvere statua


VI, 4

Gatto rampicando macerie solo un rumore scrivere
è questo annuncio al microfono per provocare il vuoto
o perché aveva una replica in anticipo sul suo ruolo

andava dalle quinte allo scenario senza passare per il
podio la schiena su un pilastro per ascoltare ciò che non
si dice o dita increspate su scatto per una foto che non

mira niente o la sua prospettiva rovesciata a causa delle
stelle ma non c’è modo d’entrare se l’infinito non ha
finestra lasciando a mezzanotte la scena avevano tutta

l’eternità dietro di loro e per avvenire l’aria intatta


VI, 5

O per maschera emozione dormiva sulle scale coperto di
piccioni malgrado l’oro delle cupole e carri di turisti dai
vetri neri a titolo di transfert visuale garantito fingevano

di gridare per trasformare il mondo in questo miracolo
assurdo in cui i fiori vincono le nuvole una fisarmonica
basta tra i fili spinati per sbagliare sogno avere una vita

per tutti se l’avvenire è in vendita non c’è bisogno
d’aver torto né pensiero governato da manifesti
per brandire l’argomento del povero dove i muri

farebbero un fresco imparabile con palme e sputi polvere


VI, 9

Detto ciò per acrobazia scolastica o prato verbale ben
tosato nella speranza che l’ombra di un cane saprebbe
comprenderlo a zigzag per trovare una soluzione senza

chiave ma non potendo riconoscersi in qualche modello
qualsiasi prima di correggere il suo libro senza pagine
non può che cercare un fiammifero in fondo alla tasca

ridendo del suo errore come se avesse la scelta tra
fermarsi o sopravvivere in oscuro animale/specchio
stupito d’inventare in un vecchio caffè tutte queste

scene e schizzi a cui bisogna credere per vederli

a Jacqueline e Marcel Cohen, ottobre 2010





da un Post scriptum [di Grandmont e mio]
del giugno 2015




[…] Uno scrittore non è affatto un incidente genetico, non più di quanto rappresenti un brusco salto qualitativo nella storia dell’evoluzione, ma è raramente sulla stessa linea dei suoi camerati. Questi ultimi non si facevano scrupolo di rimproverarmi di mancare del cinismo più elementare, se non di contorcermi dal riso al minimo discorso. Il segreto della poesia stava in un’identificazione continua di ciò che ci sfugge.
Era un codice di resistenza spontanea, niente affatto un mercenariato. Non si conosceva il tempo zero della coscienza, né il suo punto d’arrivo, tranne il fatto che noi eravamo precisamente l’incontro tra la causa e l’effetto. Ma se eravamo d’accordo perché l’uomo tenti di oltrepassare la sua natura, non mi sembrava logico far sorgere l’animato dall’inanimato, né preferire l’opera al suo creatore, poiché se non c’erano uova, non c’erano più galline per fare l’uovo che fa la gallina. […] Tenendo il mio diario di bordo, facevo una cronaca dell’ideale vinto dalla scrittura, e certo non mancavamo di “spiriti forti” per avvertirci che l’anima non esisteva né l’amore o che il nostro universo soggettivo era chimerico, ma questo era una ragione in più per essere noi stessi ciò che non esisteva.
In altri termini, ciò che era solo un gioco poteva benissimo continuare sotto la frusta del piacere o contro di esso fino a quando l’interscambiabile ceda il passo all’insostituibile, ed è da questo carattere irreversibile di un’esistenza che la testimonianza si separa dalla speculazione vana o dal fantasma.
Io ero ciò che non esisteva.
[…] Tale era la mia posizione di partenza, credo, ed ecco ciò che potevo dire sulla soglia di una scelta poetica come quella che s’è proposta. Si doveva dapprima ritrovarsi come Edipo all’incrocio del linguaggio e del reale, condotto dalla Sfinge a interrogarsi sul senso di tutti gli enigmi, ma pronto a trasformare il suo desiderio in volontà per cercare di non confondere più il suo avvenire col suo destino.
Chiamiamo poema ciò che si organizza intorno a ciò che non è detto quanto tutto si è detto, ciò che ci chiama a diventare quello che già siamo, e che il poeta giorno dopo giorno è indotto a rendere effettivo. È solo un manifesto alla fine. Si riconoscerà questo sogno modesto e folle d’un altro mondo che riunirebbe il qui e l’altrove, l’avvenire e il mai più, ma che giustificherebbe la Storia rimanendo presente malgrado la sua sparizione.
È un cammino attraverso ciò che, sforzo dopo sforzo, forma un’opera. Ce ne sono altre, ma si ritroverà, spero, questa indimostrabile scommessa della libertà che arriva a rompere per noi il sigillo del segreto, ma senza scordare che la poesia non è una soluzione. Non lo è mai, non più che in una guerra la vittoria non scusa il sangue versato.



D. G.





Dominique Grandmont è nato il 25 gennaio 1941 a Montauban. Le sue prime poesie sono state pubblicate da Aragon nel 1964. Le sue opere gli sono valse il Prix Vaillant-Couturier nel 1976, il Prix Max-Jacob nel 1983 e il Prix Tristan-Tzara nel 1994. Ha pubblicato una cinquantina di libri di poesie, traduzioni, saggi e prosa. È stato tradotto in oltre trenta Paesi del mondo. L’antologia dell’intera opera poetica Mémoire du présent è apparsa per Tarabuste nel 2018.

Enzo Lamartora (Napoli, 29 maggio 1965) è un poeta italiano, autore di varie raccolte di versi. Ha tradotto opere di Arthur Adamov, Dominique Grandmont, Philippe Sollers. I suoi libri – Nel corpo tuo rimorso, poesie 1986-2001 (Crocetti, 2002); La dimensione della perdita, poesie 2002-2016 (Crocetti, 2016); It Was, poemi 2010-2015 (La Vita Felice, 2017); Disamore, poesie 2017 (La Vita Felice, 2021) – sono stati tradotti in inglese e tedesco.


  1. Alberto Savinio, Nuova Enciclopedia (1977) ↩︎


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