da L’apprendistato alla morte (Interno Libri 2025) con prefazione di Renato de Capua
fotografia di Annalisa Caputo
L’apprendistato alla morte di Marco Vetrugno, edito con Interno Libri, ha interrotto con violenza il mio non riuscire più a leggere mezzo verso da mesi.
Questa cosa succede spesso nella mia vita,
non è colpa di nessuno,
è che mi si ferma il kiai.
Ci arrivo.
Succedeva anche nel 2024, quando Mattia mi mise tra le mani un altro progetto dell’autore, Mangi la luce 10 poesie per Giancarlo Mustich. Ero nello stesso torpore emotivo. Quei versi mi fecero impazzire. Ne curai una selezione per Inverso.
Ciclicamente, Mattia mi mette tra le mani L’apprendistato alla morte, che tutto mi ha fatto sentire, che tutto mi ha fatto sentire:
Arrivo al kiai: leggevo anche un libro dell’Einaudi dedicato ad Andrea Pazienza. Tra le tante opere, alcune sue riflessioni. Il mio occhio viene colpito, come ci si sente colpiti quando leggi qualcosa che sta parlando a te, da questo trafiletto:
Secondo me un fumetto, così come un libro o un film, deve muovere il kiai. Il kiai, secondo la disciplina del kendo, corrisponde al plesso solare. Se io devo battere qualcuno non lo batto con la testa, non gli do le botte con le zampe, gliele do con il plesso solare. Se io dico tu ti devi spostare perché io ti schiavardo, ti appiccico contro il muro, lo dico con lo stomaco. È allora che si fa paura veramente […]
Non so se all’autore interessi far paura, ma ogni volta che leggo i lavori di Marco Vetrugno mi si muove il kiai, mi risveglio. Mi sento schiavardato, sento che lo stomaco mi parla.
Ecco perché questa selezione.
2
Ricordi il letto del carcere?
Il riparo della coperta di pile
l’andamento delle nuvole
i tentativi di decifrazione
ricordi i loro sguardi?
La volgarità esibita
nell’esaltazione del loro potere
i ricatti per farti cedere
le parole sussurrate
le parole
le ricordi le parole?
Le corse in auto
il pacco di oppiacei
nascosto nella biancheria colorata
i posti di blocco
curva dopo curva
treno dopo treno
le stazioni desolate
le salite vorticose di Perugia
le prospettive di Escher
i capovolgimenti
i ca/po/vol/gi/men/ti
Ricordi la manica della giacca
sporca di colore bordeaux?
Lei che camminava sempre scalza per casa
La vestizione della sposa
le menomazioni accuratamente rimodellate
e confezionate
le visioni distopiche
le visioni
gli acidi doppia goccia
Ricordi lo slancio della mano destra
la torsione del polso
le decifrazioni nella semantica di Artaud
le partiture di Schumann
le maschere miniate di Ensor
nascoste nelle tasche
i colli sinuosi del Parmigianino e Modì
le solitudini immortali di Hopper
tu che mi guardi e ti accarezzi
distesa sul nostro letto
tu riflessa nel Grande Vetro di Duchamp
la sublimazione
la sublimazione
tu persa nel Leopold Museum di Vienna
tu che mi tieni la mano
quando di notte i pensieri
mi prendono per la gola
Non rimane molto tempo
non rimane altro
non rimango
non rimango
Ricordi la camera mortuaria?
Le mattine in cui non riuscivi
ad alzarti dal letto
le scarpe sporche di vomito
le centinaia di nausee
la lotta nell’inerzia
il primo libro di Thierry Metz
i monologhi mutilati
l’intenzione che non hanno mai compreso
che non hanno mai
Circondato da necrofagi e necrofili
capaci di celebrare unicamente
la poetica dei morti
ignorando le piaghe dei vivi
il movente
il movente
Ricordi la pressione dei denti sulla cintura?
I chilometri di carta stagnola
l’unicità di ogni clitoride baciato
i colori
li ricordi i colori?
Gli sguardi dei tuoi cani
le loro corse
le carezze
le ricordi le carezze?
L’ottusità degli operatori culturali
l’ottusità degli editori improvvisati
l’ottusità dei teatranti vanesi
Dimentica la loro arroganza
dimenticali
dimenticali tutti
Non hai mai avuto scelta
neanche una
nessuna
La tirannia dell’istinto
la persecuzione midollare
la debolezza dei nervi
la debolezza
Eppure l’alba è sempre arrivata
segnando la fine di ogni notte
l’inizio dell’attesa
Ricordi quanto può essere lunga la notte?
Ricordi?
13
Nelle schiere di morti
che affollano questo presente alieno.
Nel nulla promesso
nell’essenza dei limoni di Montale.
Nel tuo taglio
che tanto mi piace leccare.
Il domani non fa paura
a chi possiede il solo presente.
I cadaveri
non dormono
non sognano.
Nelle taniche di vino bordeaux
a 1,50 al litro
nelle pietre di eroina
che faccio scivolare
sulla carta stagnola
nel sangue d’inchiostro
dei tatuaggi indelebili.
Dimenticare è un esercizio inutile.
Un elettroshock per bruciare le occhiaie
per diluire il giallo ocra
dei fanali visivi.
Negli schizzi d’orgasmo
sparati sulle schiene desolate.
Nelle pulsioni insane
che tento di reprimere.
Nei viaggi interstellari
nella tua bocca
e nelle tue mani.
Il mucchio
di cenere delle sigarette
quantifica
la voracità delle ossessioni
e i libri sugli scaffali
sono serrature
per verità riflesse.
Tutto questo
mi ha condotto
a scrivere quest’ultima Ars moriendi
chiodo caustico conficcato nello sterno.
Gli anni trascorsi buttato in strada
la routine dello spacciare
due arresti
due giri in galera
tre anni di domiciliari
i servizi sociali
e poi gli amici
i loro sorrisi
i pomeriggi
fra cilum e noia
fra birre economiche
lsd acide
fumate di cocaina
funghi allucinogeni
ketama
gocce di valium
metadone
e mangiate di oppio.
Con la mano della morte
posata sempre sulla spalla
il suo sguardo
puntato sulla schiena
il suo sapore fra i denti
e nell’aria.
Nelle celle detentive
per tre persone
compagni di sventura
ma uomini
braccati e disperati
ma uomini.
Nelle smorfie degli sbirri
e nella loro gioia demente
quando mi trovarono 60 gr
nelle mutande.
Nell’ansia logorroica
che non passa.
Negli errori
sempre gli stessi
che faccio con consapevolezza.
Nelle notti trascorse svenuto
chissà dove.
Nei volti di donna
che non ricordo
e che non voglio ricordare.
Nella bellezza
dei quadri
delle sculture
e dell’arte tutta.
Nella totale mancanza di critica
in questa città di ruffiani.
Ché in questo sud maledetto
leggono ancora accompagnati
da quei cazzo di flauti traversi.
Ché in quest’orgia
scrivono tutti
si masturbano tutti
senza mai sfiorarla
la poesia
nemmeno una volta.
Tutto finirà sempre
nei tuoi baci
e nei nostri abbracci
che mi caricano
che mi svuotano.
Un non vivo che cammina.
Un non vivo che scrive.
Un non morto che ama.
Un insepolto.
15
Dovrei andare avanti
invece qui tutto è immobile.
Una fumata di eroina al mattino
un giro al cane.
Una fumata di eroina al pomeriggio
un giro al cane.
Tre birre al bar
sempre lo stesso.
Leggere
leggere
e ancora leggere.
Una fumata di eroina la sera
un giro al cane.
Fare l’amore quando l’amore c’è
una fumata di eroina.
Scrivere
scrivere
e ancora scrivere.
Qui tutto è immobile.
Dovrei farla finita.
Dovrei.
17
Ti ho chiamata
chiedendoti 5 gr
un composto sintetizzato anti ossessioni.
Sogno teschi e stufe
Guernica
di resti umani
placcati e schizzati.
Non fatevi ricoverare
non fatevi legare
non fatevi imboccare.
Non ne uscirete più.
La creazioni di universi
logorio d’ossa e sperma d’inchiostro
è un lavoro per i professionisti
della scrittura ante litteram
operatori controculturali
di fantasie ottenebranti
di mattanze diurne
di oscurità liquescenti
iniettate in solchi cancerogeni
di sorrisi uncinati.
Il tormento della lacrima invisibile
dell’ultimo e degli ultimi
che mai arriveranno a destinazione.
La sosta non esiste.
Ricorda il silenzio verginale
l’urlo
dell’impiegato suicida
del detenuto suicida
dell’operaio suicida
concepimento notturno
d’artiglierà grammaticale
sconnessa/verticale.
Conta i chiodi
e lucida il martello.
La paralisi dura un istante.
Un secolo.
22
Ho bevuto e fumato
per avvicinarmi alla carezze della dimenticanza
logorii soffici
palmi d’incanto di madri immortali.
Nasceranno mille poeti
e riscriveranno tutto.
Nasceranno generazioni di dinamitardi
e distruggeranno tutto.
43
La morte
è amica
-pensi-
La poesia
unica madre









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