Spostamenti #200 | Inediti dalla redazione

a cura di

Giovanna Frene

6–9 minuti

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Pubblico oggi, nella ricorrenza del #200 della mia rubrica “Spostamenti”, un gruppo di poesie inedite dei poeti di INVERSO. Grazie ai ragazzi per le poesie e grazie a Ginevra di Foggia per la cover. Mando verso il cielo un bacio a Gabriele Galloni, che nel 2019 mi invitò con Mattia Tarantino a entrare nella rivista. “Slava INVERSO”.



Spostamenti #200

Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole




Nicola Barbato

 


Non veniamo più da nessuna parte. 

Ci siamo frantumati nelle strade, 

abbiamo sbagliato a parlare, i cani 

hanno detto ad alta voce i nostri nomi 
e una luce sulla testa ci denuncia 
come la coda che ci spunta e ci sporge 
al tutto che ci sfilaccia e ci rompe: 
abbiamo lingue di fanghiglia, 

demoni sulle ciglia 
e a mezzogiorno stendi i panni sporchi 
puliti appena li tocchi. 
Ho le mani perché hai il tuo corpo, 
ho la lingua perché hai il tuo corpo: 
siamo ciò che possiamo dare 
fino in fondo: diamo ciò che siamo 
fino in fondo: ci sparano alle gambe, 
ci sparano al cuore. Fuggiamo veloce 
che qua è proprietà privata amore: il mare 
a settembre non appartiene più a nessuno. 

il mare da settembre riposa quanto vuole.



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Francesco Ciuffoli



Nel terzo paesaggio

Nel terzo paesaggio all’ombra

dei cipressi allungati verso il parco pubblico lì di fronte al muro

che divide il regno oggi dei morti e il riposo

dei vivi e delle famiglie a passeggio la domenica con la carrozzina

ce ne stavamo così

come riparati a campo aperto, nell’erba al sicuro

ponderando il mondo che era in confronto

con il mondo di oggi e che potrà

anche essere un giorno, anche se noi non ci saremo

perché avremmo da tempo attraversato il confine della cinta muraria

nel giorno della separazione tra Dio, il cielo e questa

terra di un verde spontaneo, fin troppo

ma per via di una sua imprevedibilità molteplice che disfa, riformula

e insorge

tra questo mondo e questo mondo di

quest’altro nuovo altro giardino



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Giovanni Di Benedetto



Il Museo di storia naturale


Molti anni dopo,

allo scoppio della guerra,

avrebbe raggiunto il suo reggimento

in Dordogna,

a Montignac,

a poche miglia dalla linea di fronte.

Prima che il treno fosse entrato

nella stazione di Brive,

udì un’esplosione.

Il convoglio frenò 

bruscamente

e deragliò.


Quando riaprì gli occhi,

il cielo sopra di lui

aveva il colore dell’argento

fuso

con il piombo.


Si portò le mani alle tempie

e le dita si ricoprirono

del suo

sangue.


L’acufene cessò.

Sentì le urla agonizzanti 

dei suoi compagni confondersi con

il latrato

di un animale 

morente.


Strisciò

con il muso rivolto verso la terra

per svariati minuti,

fino a raggiungere la boscaglia.


Si inoltrò nella foresta

e al quinto giorno di marcia

si imbatté nel corso di un fiume,

probabilmente la Vézère.


Continuò verso est.


All’improvviso,

su uno dei fianchi del sentiero,

vide una griglia di ferro

semiaperta.


Scese il pendio

ed entrò nella cavità.


Sentì l’umidità impregnare

le fibre dei suoi vestiti

fino a raggiungere

i tessuti 

nervosi.


A mano a mano che si inoltrava nella grotta,

l’oscurità si faceva

sempre 

più 

densa.


Si fece luce

con una torcia.


Sulle pareti della grotta

vide l’impronta

di una mano.

Ebbe un sussulto al cuore,

a fatica

lo trattenne

senza

vomitarlo.


Quella mano

era la sua.


Si voltò

dall’altro lato della parete

e la torcia illuminò

il profilo di un toro.


Prima di perdere i sensi,

alzò il volto

e vide una sagoma umana

coricata ai lati

di un bisonte sventrato.


Si ricordò del gesto

con il quale la sua mano

aveva ucciso l’animale

poco prima che morisse,

della fuga,

l’affanno,

il buio.


Al risveglio

i dinosauri

erano ancora lì.


Il custode annunciò

che la chiusura

era imminente.



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Rebecca Garbin



Esercizi di autocontrollo


L’urto dei denti, uno schiaffo non basta

davanti allo specchio. Poi il segno sul braccio,

staccare la crosta sperando che resti.

Cucirsi la bocca stringendo i capelli tra i denti

– anche il tempo è materia che stringe lo scheletro –

e non mangiare nient’altro. È così che passo 

da un buco di serratura a un altro. 

Per fortuna non restano lividi, ho strati diversi di pelle 

e ogni corpo mi cambia la forma, la faccia.

Ogni cosa si trasforma – non posso

diventare qualcos’altro controvoglia.



__



Daphne Grieco



*


Hai tre piccole stelle lì sul polso sinistro

cintura di Orione, braccialetto sottile.

Sono quasi un richiamo quando le sfiori,

i segni di un vaccino che chissà se funziona,

preghiera di muezzin sottovoce alla sera,

sono l’incantesimo che ti lega alla terra:

castoni di luce che brillano,

                                               e cadono

nelle notti d’agosto impazzite di fuoco.



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Mikel Marini



Albo d’oro dell’8º Coppa Lambertenghi


Per Leo Paolazzi/Antonio Porta, poeta e professionista dell’editoria, che vinse la coppa singolare maschile nel 1950; e per R. Brayda che vinse la coppa singolare femminile lo stesso anno, di cui non si sa nient’altro. 


A cose fatte si diedero

la mano: la racchetta

poggiata sulla terra

battuta 

che lasciava impresso il suo reticolo, 

una griglia di quadrati che 

si stampa e poi cancella in capo a poco;


e c’era in questo come

una specie di riscatto per le loro vite,

di quanto avevano tolto nulla

trascurato, ma ceduto 

indietro in una soluzione 

di ogni loro sporgenza

e spalanca una schiuma di taxi

sulle provinciali prese 

dalla valanga, scioglie 


gli angoli dei loro cubi nelle

intenzioni migliori delle sfere  

che non pungono, non

fanno incastri e rotolano 

come la pallina, fa

net deformando la rete, segna
il punto dentro quell’intreccio
le carriere di tutti in quella metà,
sosta che dopo la gara
non vuole riprendere, in pace
nello spogliatoio, senza la coppa,
con il calzino in bocca per stare zitta.



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Costis Papazak



A survival lesson


That initial experience
—just as you are 
burned by the burning 
fluids of a Molotov cocktail 
as it swallows oxygen and 
chokes your breath—
comes back to remind you 
that endurance is useful for 
the marathon and not for 
heartbreak.



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Tim Postovit



About tea


before we set out let’s promise each other
when we get home we’ll have black tea
of course it could happen


that we won’t come home at all
the ocean will flush us away
a typhoon will take us


the coast guard will capture us
in territorial waters
off the ivory coast


let’s bind ourselves with guarantees
like a wreath of dandelions
like a shaheed’s belt


let’s promise each other
when we get home we’ll have black tea

[translation: Stephan Delbos]



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Luigi Riccio



Piano 9 per un’Allegoria del buon governo


Che lo stacco di improvvisi risvegli avvenga nel piano è possibile,

                                                                                                                                      e nell’atlantica 

mappa degli schiacciati trifogli e nella fortificazione.

Che ci avvenga l’apparsa,

il partorimento. Ci si guardi fissi.


Nell’ostilità del prato: la traslazione della lepre,

la guardiazione, la caninizzazione. Il suo avere ricolmità 

di lascito. Il suo affondare nel galateo.


Quindi l’andare di ombra in ombra (sfolgoranti 

pause nell’arcata di lotta e non fuori) nella bobina

ora quarzo del riquadro,

situazione

                      ma come se ne venissero i punti di volta via

affilati nella luce fino all’assottiglio,

fino al filamentoso oppure arboreo e per riconto di lingua vincendosi 

biscia certo per cotta d’appezzamento

o testa pure cercata del dragone,

per nuova investitura, rinuova, mossa davvero criptica

a sottrazione del campo

d’occhio, sul serio ultima, sul seriosissimo.

                                                                                           Mi dirò

fante di questo tutto 

nel bilancio se l’errore fu il costruire.



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Gloria Riggio



Medicamenta


Si presenta infine il giorno della fine del dolore, 

in questo suo d’aria farsi dolce e di campane.


Dunque ci rincontreremo al delta dell’inizio nella fine, 

nel solco del cerchio che ancora origina e si chiude.


La vita che lastrica il respiro in altra vita 

è un dormiveglia: dalla sua soglia 

ciò che abbiamo d’un reciproco inferto male taciuto

tutto, condonando, lo diremo nell’ultimo sorriso.


Ma adesso ancora vago in uno stormire di betulle 

e tu sei il dattero che mangio sul fondo della notte 

per curare la mia nausea.



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Mattia Tarantino



*


Mamma cucina. Da lontano una stella 
arrugginisce il mondo. Ci sediamo come 
squillasse la Tromba del Giudizio. Un piatto
di pasta, un po’ di vino. Mi dici: “Non mostrare 
il collo al cane”. Saremo il Pasto, il sacrificio,
il grasso attorno all’osso. “Mattia, snerva 
la sillaba. Lascia che ciondoli”. Un colpo 
di clacson. Ridiamo. Domani cercheremo 
lavoro. Qualche bozza, dei piatti
da lavare, un po’ di inglese ai bambini: 
dobbiamo pagare il debito
che nessuno ha contratto.



__



Francesco Terracciano



*


Come nel grigio improvviso del cielo 

qualsiasi albero, qualsiasi muro 

si raggomitola, mette di fuori

ad una ad una le spine, l’andare 

intorno all’edificio pieno e vuoto

a tutte le case adorate, a cercare 

quello che resta, è riprendere un gesto. 

La segatura messa in fretta, a terra 

sopra qualsiasi cosa che è caduta

sui liquidi, sull’ocra dei granelli 

so che con quella ora stanno coprendo 

qualsiasi segno, e noi nessuna voce. 






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