Pubblico oggi, nella ricorrenza del #200 della mia rubrica “Spostamenti”, un gruppo di poesie inedite dei poeti di INVERSO. Grazie ai ragazzi per le poesie e grazie a Ginevra di Foggia per la cover. Mando verso il cielo un bacio a Gabriele Galloni, che nel 2019 mi invitò con Mattia Tarantino a entrare nella rivista. “Slava INVERSO”.
Spostamenti #200
Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole
Nicola Barbato
*
Non veniamo più da nessuna parte.
Ci siamo frantumati nelle strade,
abbiamo sbagliato a parlare, i cani
hanno detto ad alta voce i nostri nomi
e una luce sulla testa ci denuncia
come la coda che ci spunta e ci sporge
al tutto che ci sfilaccia e ci rompe:
abbiamo lingue di fanghiglia,
demoni sulle ciglia
e a mezzogiorno stendi i panni sporchi
puliti appena li tocchi.
Ho le mani perché hai il tuo corpo,
ho la lingua perché hai il tuo corpo:
siamo ciò che possiamo dare
fino in fondo: diamo ciò che siamo
fino in fondo: ci sparano alle gambe,
ci sparano al cuore. Fuggiamo veloce
che qua è proprietà privata amore: il mare
a settembre non appartiene più a nessuno.
il mare da settembre riposa quanto vuole.
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Francesco Ciuffoli
Nel terzo paesaggio
Nel terzo paesaggio all’ombra
dei cipressi allungati verso il parco pubblico lì di fronte al muro
che divide il regno oggi dei morti e il riposo
dei vivi e delle famiglie a passeggio la domenica con la carrozzina
ce ne stavamo così
come riparati a campo aperto, nell’erba al sicuro
ponderando il mondo che era in confronto
con il mondo di oggi e che potrà
anche essere un giorno, anche se noi non ci saremo
perché avremmo da tempo attraversato il confine della cinta muraria
nel giorno della separazione tra Dio, il cielo e questa
terra di un verde spontaneo, fin troppo
ma per via di una sua imprevedibilità molteplice che disfa, riformula
e insorge
tra questo mondo e questo mondo di
quest’altro nuovo altro giardino
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Giovanni Di Benedetto
Il Museo di storia naturale
Molti anni dopo,
allo scoppio della guerra,
avrebbe raggiunto il suo reggimento
in Dordogna,
a Montignac,
a poche miglia dalla linea di fronte.
Prima che il treno fosse entrato
nella stazione di Brive,
udì un’esplosione.
Il convoglio frenò
bruscamente
e deragliò.
Quando riaprì gli occhi,
il cielo sopra di lui
aveva il colore dell’argento
fuso
con il piombo.
Si portò le mani alle tempie
e le dita si ricoprirono
del suo
sangue.
L’acufene cessò.
Sentì le urla agonizzanti
dei suoi compagni confondersi con
il latrato
di un animale
morente.
Strisciò
con il muso rivolto verso la terra
per svariati minuti,
fino a raggiungere la boscaglia.
Si inoltrò nella foresta
e al quinto giorno di marcia
si imbatté nel corso di un fiume,
probabilmente la Vézère.
Continuò verso est.
All’improvviso,
su uno dei fianchi del sentiero,
vide una griglia di ferro
semiaperta.
Scese il pendio
ed entrò nella cavità.
Sentì l’umidità impregnare
le fibre dei suoi vestiti
fino a raggiungere
i tessuti
nervosi.
A mano a mano che si inoltrava nella grotta,
l’oscurità si faceva
sempre
più
densa.
Si fece luce
con una torcia.
Sulle pareti della grotta
vide l’impronta
di una mano.
Ebbe un sussulto al cuore,
a fatica
lo trattenne
senza
vomitarlo.
Quella mano
era la sua.
Si voltò
dall’altro lato della parete
e la torcia illuminò
il profilo di un toro.
Prima di perdere i sensi,
alzò il volto
e vide una sagoma umana
coricata ai lati
di un bisonte sventrato.
Si ricordò del gesto
con il quale la sua mano
aveva ucciso l’animale
poco prima che morisse,
della fuga,
l’affanno,
il buio.
Al risveglio
i dinosauri
erano ancora lì.
Il custode annunciò
che la chiusura
era imminente.
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Rebecca Garbin
Esercizi di autocontrollo
L’urto dei denti, uno schiaffo non basta
davanti allo specchio. Poi il segno sul braccio,
staccare la crosta sperando che resti.
Cucirsi la bocca stringendo i capelli tra i denti
– anche il tempo è materia che stringe lo scheletro –
e non mangiare nient’altro. È così che passo
da un buco di serratura a un altro.
Per fortuna non restano lividi, ho strati diversi di pelle
e ogni corpo mi cambia la forma, la faccia.
Ogni cosa si trasforma – non posso
diventare qualcos’altro controvoglia.
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Daphne Grieco
*
Hai tre piccole stelle lì sul polso sinistro
cintura di Orione, braccialetto sottile.
Sono quasi un richiamo quando le sfiori,
i segni di un vaccino che chissà se funziona,
preghiera di muezzin sottovoce alla sera,
sono l’incantesimo che ti lega alla terra:
castoni di luce che brillano,
e cadono
nelle notti d’agosto impazzite di fuoco.
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Mikel Marini
Albo d’oro dell’8º Coppa Lambertenghi
Per Leo Paolazzi/Antonio Porta, poeta e professionista dell’editoria, che vinse la coppa singolare maschile nel 1950; e per R. Brayda che vinse la coppa singolare femminile lo stesso anno, di cui non si sa nient’altro.
A cose fatte si diedero
la mano: la racchetta
poggiata sulla terra
battuta
che lasciava impresso il suo reticolo,
una griglia di quadrati che
si stampa e poi cancella in capo a poco;
e c’era in questo come
una specie di riscatto per le loro vite,
di quanto avevano tolto nulla
trascurato, ma ceduto
indietro in una soluzione
di ogni loro sporgenza
e spalanca una schiuma di taxi
sulle provinciali prese
dalla valanga, scioglie
gli angoli dei loro cubi nelle
intenzioni migliori delle sfere
che non pungono, non
fanno incastri e rotolano
come la pallina, fa
net deformando la rete, segna
il punto dentro quell’intreccio
le carriere di tutti in quella metà,
sosta che dopo la gara
non vuole riprendere, in pace
nello spogliatoio, senza la coppa,
con il calzino in bocca per stare zitta.
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Costis Papazak
A survival lesson
That initial experience
—just as you are
burned by the burning
fluids of a Molotov cocktail
as it swallows oxygen and
chokes your breath—
comes back to remind you
that endurance is useful for
the marathon and not for
heartbreak.
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Tim Postovit
About tea
before we set out let’s promise each other
when we get home we’ll have black tea
of course it could happen
that we won’t come home at all
the ocean will flush us away
a typhoon will take us
the coast guard will capture us
in territorial waters
off the ivory coast
let’s bind ourselves with guarantees
like a wreath of dandelions
like a shaheed’s belt
let’s promise each other
when we get home we’ll have black tea
[translation: Stephan Delbos]
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Luigi Riccio
Piano 9 per un’Allegoria del buon governo
Che lo stacco di improvvisi risvegli avvenga nel piano è possibile,
e nell’atlantica
mappa degli schiacciati trifogli e nella fortificazione.
Che ci avvenga l’apparsa,
il partorimento. Ci si guardi fissi.
Nell’ostilità del prato: la traslazione della lepre,
la guardiazione, la caninizzazione. Il suo avere ricolmità
di lascito. Il suo affondare nel galateo.
Quindi l’andare di ombra in ombra (sfolgoranti
pause nell’arcata di lotta e non fuori) nella bobina
ora quarzo del riquadro,
situazione
ma come se ne venissero i punti di volta via
affilati nella luce fino all’assottiglio,
fino al filamentoso oppure arboreo e per riconto di lingua vincendosi
biscia certo per cotta d’appezzamento
o testa pure cercata del dragone,
per nuova investitura, rinuova, mossa davvero criptica
a sottrazione del campo
d’occhio, sul serio ultima, sul seriosissimo.
Mi dirò
fante di questo tutto
nel bilancio se l’errore fu il costruire.
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Gloria Riggio
Medicamenta
Si presenta infine il giorno della fine del dolore,
in questo suo d’aria farsi dolce e di campane.
Dunque ci rincontreremo al delta dell’inizio nella fine,
nel solco del cerchio che ancora origina e si chiude.
La vita che lastrica il respiro in altra vita
è un dormiveglia: dalla sua soglia
ciò che abbiamo d’un reciproco inferto male taciuto
tutto, condonando, lo diremo nell’ultimo sorriso.
Ma adesso ancora vago in uno stormire di betulle
e tu sei il dattero che mangio sul fondo della notte
per curare la mia nausea.
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Mattia Tarantino
*
Mamma cucina. Da lontano una stella
arrugginisce il mondo. Ci sediamo come
squillasse la Tromba del Giudizio. Un piatto
di pasta, un po’ di vino. Mi dici: “Non mostrare
il collo al cane”. Saremo il Pasto, il sacrificio,
il grasso attorno all’osso. “Mattia, snerva
la sillaba. Lascia che ciondoli”. Un colpo
di clacson. Ridiamo. Domani cercheremo
lavoro. Qualche bozza, dei piatti
da lavare, un po’ di inglese ai bambini:
dobbiamo pagare il debito
che nessuno ha contratto.
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Francesco Terracciano
*
Come nel grigio improvviso del cielo
qualsiasi albero, qualsiasi muro
si raggomitola, mette di fuori
ad una ad una le spine, l’andare
intorno all’edificio pieno e vuoto
a tutte le case adorate, a cercare
quello che resta, è riprendere un gesto.
La segatura messa in fretta, a terra
sopra qualsiasi cosa che è caduta
sui liquidi, sull’ocra dei granelli
so che con quella ora stanno coprendo
qualsiasi segno, e noi nessuna voce.








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