foto di Francis Ponge
Francis Ponge | Prendendolo così com’è
da Il Sapone (ilSaggiatore, 2025)
traduzione a cura di Michele Zaffarano
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per un breve indirizzo di lettura possibile:
in questo libro il sapone è un vettore che direziona verso le mani, il corpo, il residuo storico della stessa biografia di Ponge che si sposta da un luogo all’altro al pari delle sue riflessioni. I testi di questo pseudo-racconto si mostrano a noi come un eserciziario, un diario verbale e riflessivo che tenta di esaurire il suo oggetto d’interesse, oltre che anche sé stesso, intendibile qui come ego, super-io, ecc. La domanda che però sorge spontanea leggendo, a cui tra l’altro è attribuibile un’inesauribile capacità interrogativa è però questa qui: che cos’è per noi (lettori o meno) il sapone? O, meglio, che cosa è il sapone per il Ponge (esemplare umano) interno alla narrazione? Un veicolo per il messaggio? Un escamotage, l’io narrativo che non è in grado di esprimersi altrimenti? Una tecnica di nascondimento? E se anche fosse. Che questo sapone sia semplicemente un tramite, l’oggetto che necessità di essere intenzionato per fare ricerca anche di sé stessi, qui si potrebbe aprire a seguire un’altra e ulteriore questione, un dubbio quasi. Perché Ponge e non altri? Ponge, all’interno di questa raccolta di appunti e riflessioni, chi è? Chi rappresenta? Ma soprattutto: cosa si può autenticamente comprendere da tutto ciò? In fondo, del sapone sappiamo «precisamente tutto quello che lui stesso [il sapone nel suo essere] racconta di sé fino alla sua completa dissoluzione», ma forse anche del Ponge della narrazione, terminata l’opera, potremmo dire lo stesso?
Dove inizia Ponge e finisce il sapone? Altresì, dove finisce lo studio del sapone e diventa questo uno studio-consumo di sé stessi? Dove si vuole andare a parare? Molti decenni dopo ci troviamo nuovamente nel mezzo di questi interrogativi, da quando più specificatamente con l’antologia di Prosa in prosa (Le Lettere, 2009), Paolo Giovannetti nell’introduzione scrisse di questo tipo di ricerca, definendola una «strategia d’attacco» verso forse l’esaurimento più profondo del precedente senso comune della poesia. Ovviamente una risposta definitiva, accettabile per tutti, non è stata ancora trovata e, all’epoca, con Ponge e poi altri autori si stava solo iniziando a configurare questa possibilità. Ecco, presa secondo questa lente, lo studio del sapone può rappresentare bene il ciclo di domande mai terminato di questo tipo di letteratura, quest’interminabile ricerca che un giorno troverà o non troverà mai la sua sintesi. Perché alla fine è solo guardando al sapone nella sua interezza o più generalmente al proprio oggetto d’interesse come si potrebbe guardare anche all’esistenza e re-esistenza dell’umano, in ogni sua minima e malleabile sfumatura, che si può forse comprendere la vera natura di ciò che può essere la tanto ricercata verità assoluta, il trascendentale del mondo, ciò che è sicuramente oltre l’ordine delle cose semplici e comunque all’interno di esse, come se queste due realtà fossero sempre sfuggenti perché sfumate all’interno di un più ampio campo di idee e significati, nostro al pari di tutti gli Altri.
Da Il Sapone (ilSaggiatore, 2025)
[…]
In natura, non esiste niente di paragonabile al sapone.
Non c’è nessun ciottolo (neppure di quelli a forma di dischetto), nessun sasso che scivoli allo stesso modo; o che, se riuscite a tenervelo fermo tra le dita e a stuzzicarlo con la giusta dose d’acqua, reagisca producendo una bava altrettanto voluminosa e madreperlacea, o altrettanti grappoli di pletoriche bolle.
Acini vuoti, acini profumati, quelli del sapone.
Agglomerazioni.
Il sapone si divora l’aria, si divora l’acqua attorno alle dita. Anche se all’inizio se ne stanno inerti e amorfe a riposare sopra un piattino, le mani del sapone hanno il potere di rendere le nostre (mani) consenzienti e accomodanti all’uso dell’acqua, all’abuso dell’acqua fino alle sue più piccole particelle.
E così scivoliamo dalle parole ai significati con lucida ebbrezza, o piuttosto con effervescenza, con una iridescente per quanto lucida ebollizione a freddo, da cui comunque usciamo sempre con le mani più pure di quanto non fossero prima che tutto l’esercizio iniziasse.
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Il sapone è una specie di sasso, ma non è naturale: è sensibile, e suscettibile, e complicato.
Ha una dignità tutta sua.
Non ricava nessun piacere (e comunque non passa tutto il tempo) a farsi trascinare dalle forze della natura, e gli scivola anzi in mezzo alle dita; piuttosto che lasciarsi trascinare unilateralmente dalle acque, si scioglie a vista d’occhio.
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Giunti a questo punto, le circostanze storiche ci avevano obbligato a lasciare Roanne, e così, nel prossimo capitolo, mi ritrovo a Coligny, un paesino a nord di Lione.
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Coligny, 3 giugno 1943.
In natura, non esiste niente di simile al sapone. Non c’è nessun sasso che scivoli allo stesso modo, nessun sasso che, se riuscite a tenervelo fermo tra le dita e a stuzzicarlo con l’acqua, reagisca producendo una bava altrettanto voluminosa e madreperlacea, o altrettanti grappoli di pletoriche bolle.
Sotto forma di acini vuoti e artificialmente profumati, il sapone si divora l’acqua e si divora l’aria attorno alle dita, e di aria se ne ingloba parecchia, e usa le maniere avvolgenti, i giri di braccia, i cerchi e le sinuosità, e le sfere viziose e iridescenti di un corpo ninfatico, di una massa di carne (ninfa) curiosamente elastica.
Enfasi, entusiasmo, volubilità.
L’iridescente per quanto lucida ebollizione a freddo…
[…]
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[…]
Mi sono sentito dire: «francis ponge, ovvero l’uomo felice».
Ed è vero: sono felicissimo per tutto quello che mi sta capitando e soprattutto (è andata così) per aver avuto il tempo di osservare con un po’ di attenzione un pezzettino di sapone.
Se adesso quindi avete qualche minuto libero e vi va di fare un po’ di strada assieme a me…
Vediamo però di cominciare dall’inizio. E partiamo subito appallottolando e buttando nel cestino tutti i ritagli di carta che avvolgono questo oggetto e che sono stampati con il consueto cattivo gusto delle confezioni. Prendiamolo così com’è, nudo.
*
Fosse anche vero (come in verità è) che il mio spirito si è esercitato in maniera più proficua quando si è trattato di parlare delle cose più semplici e meno importanti, addirittura delle più risibili, spero davvero che nessuno voglia farmene una colpa. Cerco sempre di non approfittare di motivi eccessivamente trascurabili per autoincensarmi, e anzi sono il primo ad accusarmi e a collocarmi ben al di sotto di quanti, tra i miei colleghi, sono soliti occuparsi di soggetti gravi o commoventi.
Se però ogni tanto mi capita di perdere la testa al punto di pensare di poter dar credito a certi miei critici che portano alle stelle non tanto i miei successi, quanto le ambizioni che hanno la bontà di attribuirmi, ho comunque la tendenza a tornare immediatamente con i piedi per terra. Fidatevi.
Per consolarmi, mi dico che, nella stessa situazione, si sono ritrovati parecchi artisti francesi, e non dei minori. La Fontaine e Rameau, per esempio. Ma poi anche Chardin e, oggi come oggi, Braque.
È però probabile che, se sentissi il bisogno di una giustificazione un po’ più sostenuta, certe esperienze
(rinnovate a più riprese) mi potrebbero spingere a supporre che, in un’epoca come quella in cui la sorte ci fa vivere, un simile modo di applicare il proprio spirito si riveli, se non raccomandabile, quantomeno apparentemente naturale.
Non credo sia necessario ricordare gli eventi o gli spettacoli a dir poco spiacevoli che siamo stati obbligati a sopportare da quando ci troviamo al mondo. Ho qualche remora a farlo. Voglio però essere sincero, e dire che non penso che in una qualsiasi altra epoca storica se ne possano trovare di più tremendi, o di altrettanto provanti per la nostra sensibilità. . . . . . . . . . . .
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[…]
Ed è vero che, una volta scomparso il sapone, l’acqua rimane turbata per parecchio tempo, anche dopo che le bolle sono ormai scoppiate tutte, anche dopo che le mani dell’autore si sono ormai tutte raggrinzite.
Pulitissime, però.
Molto bene. L’oggetto è perfetto per quello che ho in testa di fare. A me basta questo.
E potrebbe anche bastare in generale.
Avete mai sentito parlare della corrispondenza tra forma e contenuto?
[…]
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… Ecco, il punto a cui siamo è più o meno questo.
Saturati dal nostro soggetto, non c’è parola che non si sviluppi inseguendo una qualche allusione. Siamo ormai in grado di dare vita a tutta una illimitata successione di bolle, che poi lasciamo fuggire via così come sono arrivate, da sole o a gruppi, senza andare troppo a metterci mano: perché lo sappiamo, finirebbero per esplodere, non dico alla minima provocazione, ma anche solo al minimo contatto, al minimo soffio, al minimo sguardo critico – alla minima esagerazione, alla minima esasperazione della loro più intima vanità…
Capita poi che, in tutta questa avventura, ci perdiamo proprio il pezzo di sapone, e allora ce lo dobbiamo andare a ripescare a tastoni, e ce lo ritroviamo davanti parecchio sminuito e tutto molliccio, mezzo sciolto, ed è irriconoscibile, ha le occhiaie, sembra uno che abbia «fatto la vita».
Lo dobbiamo rimpiangere? – Ovviamente no.
Le bolle meglio riuscite, anzi: le uniche riuscite, sono senza dubbio quelle su cui lavoriamo di meno.
Domanda: ma possiamo davvero lavorare sulle bolle?
Ma no, certo che no – al massimo, possiamo stare attenti al respiro che le fa nascere.
Dobbiamo solo stare attenti a gonfiarle con un respiro abbastanza costante, pretenzioso quanto basta, e con un movimento dell’anima misurato e insieme persistente, senza esagerare – fino al momento in cui si staccano dal calamo in maniera quasi spontanea.
Quella di cui abbiamo bisogno è una certa presenza di spirito al momento dell’ispirazione… (della sufflazione).
Le bolle a cui abbiamo lavorato troppo, invece, scoppiano e ricascano trasformate in gocce d’acqua. E se cerchiamo di ricostruirle, è solo per vanità! La soluzione è una sola: andarle a rimescolare nella massa liquida, e fare in modo che ci si perdano dentro, senza troppi rimpianti.
… Penso che tutte queste cose siano molto di più di una serie di metafore con tutti i loro vari sviluppi…
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Francis Ponge (Montpellier 1899-Bar-sur-Loup 1988) è stato un poeta francese. Collaboratore della Nouvelle Revue Française dal 1923, membro del Partito Comunista Francese dal 1937 al 1947, fu attivo nella Resistenza. Dati alle stampe in pochi esemplari i Douze petits écrits nel 1926, pubblicò nel 1942 la sua opera più nota, Le parti pris des choses, ignorata dal grande pubblico e sostenuta da pochi amici scrittori (Paulhan, Sartre, Blanchot) e pittori (Braque), i quali colsero nei poemetti in prosa della raccolta un nuovo modo di vedere gli oggetti nella loro realtà naturale, anzi “minerale”, senza far ricorso a sovrastrutture letterarie. Ponge non canta le cose in rapporto all’uomo, ma le esamina in se stesse, considerandole indipendenti dal restante mondo. Tra le opere successive si ricordano: Le carnet du bois de pins (1947), Proèmes (1948), Le grand recueil (tutta l’opera in 3 vol., 1961), Tome premier (1965), Pour un Malherbe (1965), Le savon (1967), Nouveau recueil (1967), Entretiens, avec Philippe Sollers (1970), Pièces (1971), Méthodes (1971) e La rage et l’expression (1976), Nioque de l’avant-printemps (1983), Pratiques d’écritures ou l’Inachèvement perpétuel (1984), in cui l’autore precisa la poetica di una scrittura in continuo rifacimento a opera di una fantasia rigorosamente controllata. Sempre su tale argomento, importante è stata la pubblicazione della sua corrispondenza con J. Paulhan (1986). Ha collaborato alla traduzione dell’opera di Ungaretti raccolta in Vie d’un homme. Poésies (1973) e ha pubblicato uno studio su Picasso con Pierre Descargues (1974).
Michele Zaffarano (Milano, 1970). Traduttore dal francese (Baudelaire, Coste, Ducasse, Flaubert, Gleize, Hocquard, Mallarmé, Paulhan, Ponge, Quintane, Tarkos). Wunderkammer (in Prosa in prosa, Le Lettere, 2009, poi Tic, 2020), Cinque testi tra cui gli alberi (più uno) (Benway Series, 2013), Paragrafi sull’armonia (ikonaLíber, 2014), Todestrieb (Istruzioni sopra l’uso di certi morti) (Arcipelago, 2015), La vita, la teoria e le buche (Oèdipus, 2015), Power Pose (il verri, 2017; poi déclic, 2024), Sommario dei luoghi comuni (Aragno, 2019), Istruzioni politico-morali (all’indirizzo dei nostri giovani poeti sul reperimento e sulla assimilazione dei concetti nuovi) ([dia•foria, 2021), Poesie per giovani adulti (Quarantuno tentativi di esaurimento di un concetto affatto contemporaneo di lirica disposti nell’ordine dell’alfabeto) (Scalpendi, 2022), Tre movimenti e una stasi (Materiali per un’azione teatrale) (Tic, 2024), I boschi (Collana Isola, 2025). Fondatore del sito «gammm.org». Direttore delle collane ChapBooks (Tic), UltraChapBooks (Tic), Gli alberi (Tic) e Manufatti poetici (Zacinto). Redattore della rivista francese Nioques.









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