Luigi Severi | In una situazione come questa

a cura di

Francesco Ciuffoli

5–8 minuti

|

,

Da DNR [DO NOT RESUSCITATE]
(Zacinto Edizioni, 2025)


Breve nota di lettura:

Che la poetica di Severi sia una poetica incentrata sulla piccola e quotidiana inquietudine della vita è chiaro a tutti coloro che abbiano avuto la fortuna di seguire il percorso letterario di quest’autore fin dalle sue prime pubblicazioni. A quasi una decina d’anni da Sinopia (Anterem, 2016), troviamo però, soprattutto in quest’ultimo lavoro edito per Zacinto Edizioni (nella collana manufatti poetici), una nuova svolta, se vogliamo almeno così definire quello che sembra a tutti gli effetti delinearsi come un più chiaro e esposto modo di mettere in scena una poetica sulla critica del vivere quotidiano (everyday life) e che, forse non casualmente, tanto richiama anche una certa sociologia sull’abitare francese (Henri Lefebvre, Pierre Bourdieu, ecc.).

Perché è proprio a partire da questo spirito già puramente critico e attento di scrittura che, all’interno di DNR (Zacinto Edizioni, 2025), si lega la struttura del fare-libro a quella più ampia riflessione sull’esperienza di questo secolo, quella cioè rappresentata dai cosiddetti tempi ipermoderni, che corrono (in senso anche accelerato).

Ciò appare poi più evidente se teniamo in considerazione il fatto che quest’opera si presenta a ogni livello (microtestuale e macrotestuale) come un vero e proprio racconto en prose, veritiero (perché ermeneutico), di quello spettro tipico del vivere e dell’abitare i nostri giorni.

Da questo punto di vista, tutta l’opera sembra quindi intrisa da un certo realismo capitalista (inquietante), da quel sentire cioè l’invisibile presenza di una forza (agente sul campo) di difficile definizione e in cui, fin già dai primi componimenti, ogni sfumatura ironica, a cui «servirebbe [prestare forse] maggiore attenzione», sembra subito sparire anche in senso potenziale, oltre i confini del già non più possibile.

Diceva già anni fa Raffaele Donnarumma:

«l’ipermoderno, che ha abbandonato la fede moderna nel progresso […] è una compulsione nevrotica che neutralizza i suoi idoli (rapidità, novità, efficienza, fattività…) proprio mentre li innalza. […] la smania ipercinetica, la rincorsa a profitti sempre maggiori, l’affanno per una produttività sempre più alta [che] sono pronti da un momento all’altro a rovesciarsi nel tracollo.» (Donnarumma, 2011)

Qualcosa che in definitiva incrina ogni possibilità di orizzonte alternativo o più positivo di significati, cedendo piuttosto verso ciò che muove inquietantemente i fili di questo nuovo mondo ipermoderno, determinandone anche l’azione (o meglio l’inazione) di coloro che questo tempo di oggi lo abitano, sia nella realtà effettiva quanto all’interno della raccolta stessa.

La dimensione dell’intimità della familiarità della casa – in preda a una radicale condizione di disforica precarietà percettiva –, così centrale in questo libro, viene così avvolta (quasi rapita) da un certo «altrove» – invisibile e pervasivo – in atto, un qualcosa che vigliaccamente, se vogliamo, agisce e pone invisibilmente un dichiarato accento disfuzionale alle cose del mondo, nonché all’interazione con queste.

La prole, l’amore e la malattia come amore forse della morte che mai giunge eppure è sempre lì prossima a colpirci, sono tutti elementi che giocano proprio alla narrazione di questo sentimento di precarietà e disforia, alla plausibile e eventuale descrizione su cui poi si fonda la vita di questo tipico abitante urbano di oggi (l’impiegato, il lavoratore part-time, lo studente fuori sede, ecc.).

È su queste modalità specifiche che l’io-narratore di Severi fonda in modo inconsapevole il suo stesso essere così obliquo, in-constante se non nel suo stato quasi-catatonico di riflessione e incertezza. In fondo, il fallimento continuo della costruzione di un luogo che possa essere per noi intimo e privato è la piena rappresentazione di ciò che succede davvero, autenticamente.

Un ultimo interessante punto è poi rappresentato dalla mutazione di una certa verve romantica (sensibilità propulsivamente gentile e innocente) che accompagna tutta la produzione di Severi e che proprio in quest’opera, al netto di quanto già detto, assume dei nuovi connotati, quelli della malattia o, peggio, di una strana forma di amore per la malattia del secolo, del tempo immutabile, dello spazio intorno a sé così impossibile da controllare.

È come se ci si potesse accorgere di come al pari del mondo anche l’io di Severi sia sempre prossimo a arrendersi, oscillando tra un naturale quanto inutile tentativo di resistere e una fascinazione che al pari di una sublimazione kantiana rende attoniti e sbalorditi gli individui di fronte al progredire della propria catastrofe, qualcosa che tanto ricorda quei famosi sette piani presenti in uno dei racconti di Buzzati o al più una mezza (indiretta) sindrome di Stoccolma.


Da DNR [DO NOT RESUSCITATE]
(Zacinto Edizioni, 2025)

In una situazione come questa
servirebbe maggiore attenzione all’ironia

Per esempio notando subito, in prima battuta
che questi appunti lirici sono una disfunzione,

da intendere come qui e come altrove. Si tratta
di una torre d’osservazione,

o sentire voci, da quaggiù: ci vedi passare ombre,
ipotesi di volto. Tanto che a questo punto

fuggire dalla caverna in questo modo
non ti dà alcun punteggio.


*

Dentro le vie più basse. Si prepara la minaccia. Nei nodi del tappeto, nella disposizione concepibile dei sottopiatti. Apri la porta,

chiudi la porta, prepara il caffè, buttane i fondi, lava daccapo. Quante volte si avvinghia. O è la tenda che sbatte. Mentre

osservi la strada protetta degli stessi passeggi, quei corpi eterni perché abituali. Questa luce che lacera gli occhi avverte: sarà questo il rasoio

preciso tra le cellule. Per te da adesso in poi la rocca è in fiamme. Conosce la fine della storia è un privilegio: sacrifica qualcosa per restare

un minuto di più, in forma di pensiero.


*

Una camera rotonda, una tavola rotonda, un finestra ogivale.
Oggetti per riflettere, la situazione la decido io? Di ritorno
leggevo libri, mi difendevo bene dagli agguati, soprattutto certe
poesia che mi piacevano.

E depongo il mio corpo sulle tue ginocchia, in segno di supplica.
A che cosa avrei dovuto rinunciare per esistere? La chiave
dell'ascensore, capelli troppo lunghi, che si possono afferrare.

Dallo sterno alla stomia scoperchi il ventre; mondi interni in
liquidazione, grovigli. 1.5 ossigeno al minuto. La traccia
chiara di quanto avvenibile, avvenuto.

Strofette, frantumi di giorno. Sprozionarsi nei sacchi che
portano fuori. Sono per fiale, per flebo, materiali. Se anche
fosse, bisogna pur vivere: è stata della la parola piacere?

Guarda tacendo, attieniti a questo tuo corpo-micelio, in
propagazione. Attraversa sopra il lenzuolo l’impronta non tua,
ma comune. Guarda come splende l’acqua, calma, dentro il
bicchiere.


*

La casa ha porte di ferro e di ossa. Il sole ci passa attraverso, e aria bianca, colloidale. Non colorata, neanche grigia. Sbagliano quelli che sostengono questo. Proposizione dichiarativa.

Che sia del grigio. I capelli, del resto, e la tintura. Una rosa per Emily. Tumulata viva, quanto retorica sempre, tipica delle cose biologiche, così tanto in battaglia. Tirano all’epica.

Bisogna invece trascolorare con talento, con finezza (sono le due parole impegnative). Disparire. A dimostrazione che io ho un ottimo equilibrio, anche nella distribuzione dei pronomi.


*

Abbiamo una forma di paura.
Coltiviamo un’idea paradossale di innocenza.
Divoriamo da sempre i nostri corpi.
Questo ventre senza forma si chiama ascite.
Li restituiamo con l’alba. Interessante,
inteso come: l’ora è già stabilita.
Trarre note dai corpi a seconda del giorno.
Impotenza è lo sperpero alle spalle.
Ritrovassi gli appunti con le date.
Compressa dopo compressa, accanto all’ora.
Qui invece c’è una potenza più forte.
Sei di fronte allo scopo della visita.


*

Luigi Severi (Roma, 1972) ha scritto saggi, (tra cui l’e-book Sull’intellettuale dissidente, E-dizioni Biagio Cepollaro, 2007), prose narrative, libri di poesia (Terza persona, Atelier, 2006; Specchio di imperfezione/Corona, La camera verde, 2013; Sinopia, Anterem, Premio Lorenzo Montano 2016). Il suo ultimo lavoro poetico è eris (Aragno 2020). Dirige, con Daniele Poletti, la rivista Container (Osservatorio intermodale), per [dia•foria.



Rispondi

Scopri di più da Inverso - Giornale di poesia

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere