Da alcuni testi inediti
Le cinque e quarantotto
Omaggio a Sarah Kane
L’orologio mastica le cinque e quarantotto.
La stanza ha denti piccoli, bianchi:
un’ora prima qualcuno ha tentato di strapparsi la morte di dosso come una sottoveste fradicia, ma la morte ha cuciture forti, morde sotto le ascelle, si serra ai talloni persuadendoti le scarpe al nodo, alla verticale obbedienza del corpo.
La finestra mi chiama per nome dal suo quadrato di quercia.
Custodisce il cielo come una vecchia istitutrice: dritto, gelido, ben pettinato per la cerimonia dell’alba. Fuori il primo chiarore scuce la notte dai monti, passa tra l’erba dura di brina, mette in bocca agli alberi la loro preghiera di secoli.
Arrivano i girini del sonno, neri, umidi sul cuscino.
Vengono a riferire il vangelo della lumaca affinché uomini e donne perdano l’equilibrio slittandoci dentro, facendosi nodo, matassa di ginocchia, denti, saliva.
Mi verso a terra lunga, cieca,
una cosa da sottosuolo,
una radice smagrita: c’è sollievo, penso,
nell’impossibilità di sprofondare ancora.
Il petto è raso: i capezzoli, consumati dall’attrito, sono due mozziconi di matita strofinati sul foglio fino al nulla. Le costole sbattono dentro di me come campanacci di vacche stanche in un pascolo senza benedizione.
*
Il bosco dei cento acri
Amore, piccola vitina, perdonami.
Questo salice piangente non cresce più,
ma piange, piange soltanto…
Mi sono persa nel bosco dei cento acri,
la vecchia guardia è diventata lo spaventa-bambine:
ha gli occhi vuoti e le mani fredde dei nostri padri.
Stanotte il salice ha piegato il collo,
ho sentito il legno confessare:
anche noi alberi impariamo a cadere senza far rumore.
Resta qui, piccola vita, sotto la lingua della mia ombra — finché il mattino non verrà a contare quante di noi sono sopravvissute.
II.
Amore, ascolta:
dalle nuvole colava una polvere bianca, era il latte
andato a male del cielo.
Nel bosco dei cento acri gli alberi hanno polsi sottili,
se li tocchi, tremano come pazienti sotto anestesia.
Uno mi ha sussurrato: qui le bambine imparano a sparire
prima ancora di crescere.
Ho trovato una scarpa sola impigliata in un rovo —
dentro c’era ancora il caldo di una corsa interrotta.
Ho lavato la faccia lì dentro e l’acqua mi ha restituito una piccola Ofelia con gli occhi aperti.
III.
Amore, piccola vitina, tu sei la cosa che pulsa nel fondale del mondo.
Stanotte ho sognato le salamandre: entravano nella mia bocca per costruire una cattedrale. C’era la luna, una moneta sporca premuta sulla palpebra del cielo. Qualcuno la girava tra le dita decidendo se lasciarci vivere o farci cadere dalla tasca di dio.
*
La culla è un altare vuoto
Nel ventre, una campana suonava, non per la nascita, ma per la bara. Ti ho tenuto tra le ossa, mio agnello di vetro, prima che il mondo decidesse di staccarti dal mio fiato. Non ho più canti, solo ululati in una lingua che la casa non capisce.
Il silenzio è un grembo marcio.
Mi parli nei sogni con voce d’acqua rovesciata, mi dici: «Mamma, torna nei muri, lì dove si piega la carta da parati come le mani dei morti in preghiera».
La culla è un altare vuoto.
Ogni notte vi depongo i miei capelli strappati, le unghie spezzate dal grattare le ore, una lingua morsa per non urlare.
Dio non mi guarda. Dio non è più nella Bibbia. Forse spaventato dalla mia veste macchiata, forse stanco di madri che amano troppo, mi costringe a recitare i Salmi in controluce.
IV.
Ti ho visto stamattina nel cucchiaio, curvo come una luna malata.
Le tue ossa di latte nuotavano nel fondo del caffè e la mia colpa nera. Avevi gli occhi pieni di zucchero e mi dicevi: «Mamma, il cielo è una bara rovesciata».
Io ti ho creduto. Un angelo mi ha parlato dalla vasca da bagno.
Ha le tue orecchie e un cuore che batte a corrente alternata.
Ride come ridevi tu quando il mio ventre era ancora un’arca. Ho cucito una tunica di carta stagnola per proteggermi dai pensieri cattivi: dicono che il metallo ferma le voci.
V.
Stanotte ho sognato il mare.
Ho preso le lenzuola e ci ho fatto le ali.
Mi sono lanciata dal letto come da un campanile.
Il suolo non è mai arrivato. Domani forse
mi cureranno tagliandomi via il tuo nome dal petto, cucendomi
la bocca con i fili del silenzio.
(Arrivo. Apparecchia la tavola nel cucchiaio.
Mi siedo accanto a te e questa volta, nessuno ci sveglia).
*
Preghiera d’autunno
Nell’ultima arresa dell’estate, con il gelo che avanzava e il sole morente a Sud-Ovest, la trapunta di muschio e il lenzuolo ricamato dal fato, si fermavano a metà colonna dell’uomo che mi accarezzava i lembi delle vene.
Era sopra di me, di corpo e di spirito:
il cemento ruvido della lingua
conobbe il sapore delle unghie appena tagliate, la fisionomia dell’ombra che si insediò nel palato. Con i fianchi in preghiera, gemevamo sciogliendo la battaglia dei soldati mandati al confine dei nostri aliti.
Le gambe tremavano all’arrivo della barba — le posizionavo sulle sue spalle come a dire: «estirpa questo male». Avrei voluto celarlo in me, fra le radici del mio abete, divenendo giuntura unica su cui addormentarmi. Ho cominciato a pregare Dio, che il fievole respiro di quell’uomo stanco, non si staccasse mai dal mio piccolo seno, di donna appena nata.
*
Liturgia della carne scartata
Il mio seno porta il peso della vergogna, la lotta delle sorelle che hanno spremuto il loro, prima del mio, per insegnamento.
La circonferenza dei capezzoli si adatta alla bocca di ciascun uomo a cui hanno tolto il ciuccio da bambino, ma non a quella dei loro figli. Il fiume arido della mammella è il vuoto di essere umana — non femmina.
Il ponte tra una collina all’altra è il trapasso della mia esistenza: creatura sconsacrata, accudita dal diavolo travestito da Maria. Nelle vene che sorreggono lo scheletro scorre il sangue avariato dagli ormoni — la mia carne è scaduta. Nei piatti del grande maschio, seduto a capo tavola, con forchetta e coltello, coda di cagna ancora scodinzolante. Si pulisce le labbra dalle briciole con il bavaglino fatto con i miei capelli.
Il cranio è nudo. Trema.
Sbalzata fuori dalla figa e tenuta in una teca
di vetro in attesa di crescere come cavia deformata in laboratorio. Mamma, mamma… i calci della tua bambina nata male,
li hai sentiti sbattere nelle pareti della pancia?
(Sono stata battezzata nelle mie stesse lacrime)
*
Tu non lo potrai mai sapere se la vita, quando vuole ferire, sceglie la maschera più bianca per sembrare la fine. Con lo spuntare di quale ruga, andrai via da me?
Già l’alba, scorticata, ricuce il margine dei tetti: un chiarore di calce, un refolo che tenta la sua storia altrove, misurando la distanza delle città, la geometria dei giorni che non abitiamo.
Chiederemo all’aria una versione più sobria del nostro fantasma, restando lì, intenti a distinguere il respiro dal suo sparire, con il presentimento testardo che, a volte, la vita, per assomigliarci, debba prima farsi via di fuga.
*
Sei il mio ultimo ospite, il più tardi ancora vivo. Entri senza bussare e, con te, il rumore magro di porte tirate a metà per non disturbare il sonno dei morti. Non hanno altro da offrirti se non lasciare passare il tuo peso sul limitare di un mondo finito. Contiamo le ombre sulle dita dei bambini che temono il buio:
non sanno che è l’assenza delle tue spalle a insegnare loro come misurare il silenzio.
*
Ripeto il tuo nome come fosse un amuleto. Potrebbe essermi scappato dalla glottide, un suono che, unito al rumore dell’infrangersi del mare sul tuo ventre, somiglia all’amore.
La lingua è forse l’unico luogo dove poterti tenere al caldo, quando le ossa, in tua presenza, si sfregano per accampare il primo fuoco. Non volevo entrare nelle crepe delle tue lettere, fra ciò che ti tiene in piedi e ciò che mi difende dal gelo. È inverno: le mani parlano poco, il fiato è poca cosa e le parole, si tengono strette alle case.
Tu dormi. Sei un campo. Ogni notte fai finta di morire per tornare più verde. Le lacrime — lo sai — non gridano: hanno il passo lento dei monti impauriti quando restano soli. Se qualcosa dovrà fiorire in questa notte lunga, sia la tua voce, domani, a darmi primavera.
*
Fa’ piano, lo scrocchiare della casa riconduce alle tue ossa. C’è un punto della schiena dove la notte si adagia la tristezza colpevole di vecchiaia: mi impedisce di amarti come bambina e come madre, per i pochi anni che si contano sulla lunghezza dei capelli.
Tu non muoverti, lascia che il tempo passi in sottrazione nei pomeriggi torbidi. C’è una malinconia vicino all’amore — conduce alla strada in cui riposa, marmoreo, il tempo delle unghie: il fogliame accalda i tuoi respiri.
Non ho più nome,
se non tra le righe delle tue vertebre.
Sophie Di Silvio (2002) nasce a Velletri. Studia Lettere Moderne all’Università La Sapienza di Roma. Suoi testi sono stati pubblicati su diverse riviste, lit-blog e antologie, tra cui: Atelier Poesia, Atelier International, Nazione Indiana, Inverso – Giornale di poesia, L’altrove, Radura Poetica. La sua raccolta Di Carie Venute (2025) è edita Affiori.









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