La ballata di Edmond (inedito)
… Il 31 Gennaio dell’anno 1814 Edmond, residente in città, si allontana procedendo di gran carriera.
Ma qualora si assentasse il qualcosa verso cui è diretto, cos’altro sparirebbe? …
Affronto la salita, lo spazio
è un grigio rigurgito, condensato. Ma io
alle spalle sostengo l’idea di una trasferta
lontano delle pietre verso altre, sempre
rocce su cui sarà affermato l’inverno
anche solo per un giorno. Allontanarsi
via allontanarsi allontanarsi!
il paese è umido e le porte girevoli,
dovrò essere certo arrivato per le quindici.
L’avrei anche domandato a sicure
conoscenze di accompagnarmi fuori-forse
fuori da qui loro
nemmeno esisterebbero, spesso
a dileguarsi è propriamente il nodo
che l’abitudine inflaziona. Salgo,
commiato voi (ma d’altronde è già successo)
e il giardino palesatosi qui accanto,
sarebbe stato facile meta in primavera. È inverno,
mio padre mi ha concesso la vettura.
*
Eccola ad accogliermi, ancora accostata
su un ciglio sopraggiunto dal fogliame,
grigia… anche il giorno lo è, nebbia
come uno scrupolo materno che implora
«Non andare…
non andare.» Sicuro vado,
spogliato degli strati in eccesso (sarà
più freddo dopo, devo anticipare
lo sbalzo che aggredisce il montanaro
improvvisato), certo, non lo sono,
e mai sarò burino quando qualcosa si staglia.
Il motore scalda, il viaggio
assume tutta la concentrazione a sé.
*
Riguardo al sonoro, chitarre. Le migliori:
Entre dos aguas s’immette nel viale
con un assolo d’adolescenza, se tirate
qui ora le corde violerebbero il fiato di
questa nuvola inserendo volumi
spaghettificati che subito si ricongiungono
al soffice. Basta! Il meteo non ammette
variazioni sul tema, il senso, l’orizzonte
degli eventi dev’essere alla guida. Oggi
imprudente cessa persino lo sputo,
scalzo, una volta ho guidato scalzo,
un’altra ancora nudo.
*
E dire che alla fine del viale d’estate
s’adunano sanmamolini in un alito
di fumo elettrico, donne stelle marine,
uomini polli dopati e depilati attentamente,
uno spettacolo. Come se ci fosse una sola madre…
un solo padre, un solo
modo di vivere il vuoto frapposto agli archetipi.
*
Svolta a sinistra per andare… in collina!
In qualunque collina acceleriamo, sì
è venuto il momento di fare le cose insieme.
Ho con me le migliori intenzioni, fantastiche
chitarre e il braccio sinistro a direzionare
mentre il destro chiede schiocchi, lampi
per suonare la carica. Mie dita, miracoli
opponibili al cervello, se solo vi avessi
istruito in altri luoghi ora
m’accorderei volentieri al silenzio.
*
Serpente asfaltato. Sorpasso l’ultima osteria.
Addrizzo lo specchietto. Ghigno. Non
voglio vedermi riflesso. Indosso una camicia
tecnicamente da scalata ma mi sono risparmiato
d’arrotolare le maniche, sfuggo, sfuggo
alla finestra solitaria per affacciarmi sulla nebbia
ed affrontarla. Che bel modo, la chitarra, per andarsene:
si evitano voci sovrapposte, schiamazzi
e posso concentrarmi sugli oggetti. Per esempio
la strada s’inconca, eccola paventare un dislivello.
Meglio strombazzare ad ogni curva, indovinassero
il rombo del mio impeto risparmieremmo l’artificio!
Ma sempre si ascolta passando oltre…
*
Procedo alla cieca. Mi aggrappo
alla vernice come fosse una confidente
a cui sottovoce si consegnano questioni
di vita o di morte. Sarà un’esistenza analoga
in mezzeria alla linea, per sempre divisi?
Tratteggiata, continua… lasciata ad erodere
per pigrizia spacciata da volgare dionisismo?
Qualora tornassi farei rivoluzione! Una autentica,
dissimile da come la intendono i compagni,
(vale anche per loro
la faccenda degli archetipi); perché allora,
essendo nominato cittadino, ripartirei
ordinando la mia camera e guardandomi allo specchio.
Mi direste «Contraddici, contraddici
non avevi giusto giusto discostato lo specchietto?»
Quella, converrete, significa ossessione
e oggi sono quasi stufo di essere gioventù,
specialmente in questa nebbia.
Affidato anche alla prudenza di chi sta
dall’altra parte, transire significa dipendere.
*
Solo l’avventura m’ha portato in collina. Sveglio
e volenteroso ci salivo. Fuoco, tu impazzivi oltre la montagna:
«Erebor urla: aerate la piana!
si sbraga gonfiandosi nel terso
una coda d’aeroplano, delineando
l’utopica stabilità di una vettura,
e incendia accedendo alla Savoie
la palla
lilla che siparia l’abusato campanile.»
Durante un’estasi andata a rottamare
presumevo azzurro e viola, poi corressi:
a palesarsi era l’atmosferico (ecfrasi) –
adesso, ovunque vi sia un colle, dallo sfondo
alle donne ai cristi ai Magi e leopardi,
agli eserciti invisibili e implacabili
che puntellano città polverizzate, ora
e sempre nei secoli a venire è nebbia
a infrangere l’autonomia dei sensi.
Interrompo la musica. Conduce nel burrone.
In radio Ad alta voce leggono Montecristo.
*
Una volta, alla mia destra, valorosi giovani
conobbero martirio. Si muore nella ghiaia
per pallottole o per aria. La nebbia copre i loro massi.
Sperare, e attendere che il fondovalle frastagli
il visibile con lui. Alle quindici, dicevo,
m’aspettano al castello. Scoscesi e stanchi
rilievi più eonici dei picchi, parvenze
o semplicemente montagne invecchiate.
La pioggia eguaglia caldo e freddo e disimpariamo
l’abitarvi. Nebbia, neve: tradimenti.
Scavalco, il Reno scorre in salita. Su
i montanari gotici conoscono dell’uva,
dispieghiamo pur sempre una radura, forza!
*
Vendetta, vendetta, vendetta, rinnegare il docile.
Il docile non ha storia; pallido
scolora l’angelo della morte, e alla scure seguì
ghigliottina, fra morte e ricchezze. Ricordo
all’orizzonte spuntava un’isola, ti chiamarono
la montagna che spunta. Dimmi,
quando t’interfacci al verticale, cosa provi?
Giochi a fare il perielio, da bravo
sfidante che magari gravitando scalzi l’aura?
Ci credo, io, al determinismo geografico.
Ci spero, voglio cavalcarlo.
Pensai di dover percorrere l’esplementare,
ampliare l’angolo all’aperto, ricongiunti
per mio mezzo. Riconosco invece
la più becera metafisica nell’ennesima paura.
Nessuno è assente. Salgo,
il castello pare vicino.
*
Parcheggio fra i pochi rimasugli di civiltà.
Ed è proprio un oste, poco dopo, ad ammonirmi:
«Il caffè te lo offro, così la prossima
volta impari!» Ne ha ben donde.
Sono comunque dispiaciuto, nel castello
a circondarmi è solo fiato. Non ho visto che un pendio
in tutta la trasferta.
Comprendo l’udito implicato nel passaggio.
Aspetto.
Mi aggiro nei paraggi. Sento galoppare i miei.
Sorridere è il più bell’esito dell’acino.
«Edmond, se scomparisse
tutta questa nebbia diamine
di là vedresti una montagna, sali! »
L’oblio prosegue nella valle seguente
ma gioisco, l’amico aggiunge «Bottiglia?»,
e questo è viaggio.
*
Già più lieve diventa il saliscendi
se la vettura ha un clima da cambusa.
Incontriamo, tra i tornanti, tre rose:
alla prima illustrano «Quell’uomo era una botte!»
alla seconda «Quell’uomo era una botte!»
e alla terza il tono cambia
perché l’uomo era un amico. Ci passiamo
così l’amaro sorridendo ai resoconti, cui non si può
in nessun modo porre rimedio, e densi
fra le selve dei discorsi tutt’un tratto
ci accorgiamo di aver perso il fondovalle,
la via maestra dei bambini.
*
Vaghiamo perlustrando caseifici. Nello
sfumare verso graniglia la strada
sembra dichiararci fine. Territori di cannibali.
Beviamo. Niente è perduto.
E ubbidendo ai rigagnoli d’asfalto (sono luoghi
dove abbondante è una sola tiratura) evadiamo.
L’umidità ammette veduta sul pascolo.
Romba motore, nell’adescare la montagna
la discesa appare rincorsa.
*
Fiume! Direttissima la via del fondovalle
riserva alcuni privilegi: «Là c’è una gola perfetta per tuffarsi»
Sbotto: «Ho congedato i tuffi, l’ultimo mi perforò
l’orecchio da parte a parte. Perché aggiungere
un ulteriore tuffo all’unica immersione agonizzante?
In acqua non ci resta che il sale nei pori
delle labbra cotte. Tagliate la palla di cannone,
prendere sonno, vi dico, è come pisciarsi addosso
e morire è lo stesso.»
«Sarebbe l’Appennino, non la tua fortezza
e nemmeno la fenicia!» Convengo.
Senza panoramica le strade si equivalgono
alternando grovigli a fili da bucato,
e nell’esatto anche se cieco proprio moto
i ragazzi, compari contingenti,
come potrebbero stancarsi?
*
Infine salimmo al monte. Al velo
si è aggiunto il buio. Sotto un lampione
d’edera parcheggiamo la vettura. Scendiamo.
Udiamo ubriachi cantare. Poco distante, lo chalet.
Corriamo. E subito uno casca, poiché la neve
(sconosciuta sino a qui) circonda la locanda. Arriviamo
e la scoperta appare chiara: non è la nostra musica
e non sono i nostri ubriachi. Noi saremmo gentaglia
da slittino che corrompe i falegnami suggerendo
migliorie per una più prestante aerodinamica.
Non c’è ragione di restare, ma restiamo:
il peggio si può dare circondati dai dissimili.
*
Avvisto, fra la ressa, un conoscente:
«Perché mai manchi da tanto
alle nostre discussioni, sei forse afflitto dallo studio?»
«Vedi, il modo di porvi in una critica che avete, credo,
al vostro circolo, lo ritengo soggettivo. Alcuni sentimenti
valori ed emozioni stanno al di là
dell’opinabile, non credi?
«Mio caro, gusto
non è sinonimo di arbitrio
ma coscienza del pericolo. Rimuovere il conflitto
proprio qui dove il mondo è solo nostro
io lo chiamo codardia o dolosa mediocrità.
Solo il Fare detta i propri gioghi,
conosci forse cosa più politica?»
Cordialmente, mi saluta.
*
Esaltati e in fervore ormai gli amici
ridevano soltanto coi canini. Ma io
vedendo i villeggianti inorridivo, gentaglia
specie se travestita da montagna, soltanto
un secondo di circo fra due circhi.
L’incredulità presto abbandona il vivere
fra costumi tanto pieni, e deboli, che l’esserci
sventaglia come drappo del vedersi. «Monte,
d’inverno senza tuoni e folgori non ritieni
troppo pavido il tuo staglio? Rechi giovo dalla coltre,
per l’appunto ti vergogni?»
Divaga. Il teatrino
trova assenso silenziandosi.
*
Vano ma doveroso è il riconcilio
di montano e mondano. Riavvio al lampione.
«Dove corri? Quello è un luogo di disaffezione.
Voltati! Almeno per gli amici.»
I tre montanari, fedeli, rinnovano la truppa.
Allora beviamo sull’asfalto, già avvezzi
a farlo da piccini, poiché il deserto
si equivale ad ogni altezza. Ridiamo.
«Una volta – esorta Michele – dall’oste
si andava con il pane. Liquore e vino
erano gli unici bisogni. Dico io
ma cosa fate i fenomeni. »
In piedi, accerchiati, passandoci
il vetro ipotizzo delle primule.
*
Parliamo delle ore. Rossi e intortati.
Talora uno si affranca per porsi divaricato
lungo il ciglio scosceso, ascoltando l’incontro
delle foglie col suo flutto. Benevola la notte
invita a vestire digressioni da riscontri, somme
sull’autentica, rurale, confusione (l’audace
nembo trasloca il di fronte nell’ovunque…)
«Com’è meschino pretendere
un cane quando si è cittadini! O L’uno
o l’altro in onore del portico!»
*
Per troppo fiato che circondo
grido, nel monco eterno. Ma credevo
avessero bisogno di me i veduti, gli analoghi
monti, adesso in fila indiana procediamo
a un braccio di distanza, il primo a tastare
la stabilità dei prossimi millimetri e l’ultimo
a reggere il terrore spremuto sull’occipite.
Qui nessuno ha stipulato mandati provvidenziali.
Sussurro «Vedi, sospetto d’essere
più affine ai cani che pattugliano le mandrie,
commemoratore della bordura implicata in continua
transumanza; non è poi questa
la faccenda dell’assistere? Urlare al monte:
“Non riesco a vederti
ma so che sei qui, lo sento.
Vorrei intuire la tua faccia, qui
ci sono un sacco di cose che voglio dirti.
Sono tuo amico, compagneros.”»
*
E Michele «Se proprio vuoi
assumerti cane, beh, allora vale
il discorso riguardo gli sciagurati
costringenti in città l’animale, e il tuo monte
dovrebbe con onestà rispondere: “Vattene, scappa, corri via!”
Insomma, lasciar la bestia a sé, il tenerci
risulta facile e neanche è da imparare.»
Ed io «Sbagli, ignori la finalità, l’unico imperativo
cui ha senso rapportarsi, l’inerzia che ammanta
valore e cose, libertà e ragione: sopravvivere
insieme, oltre l’ultima combustione,
in combutta col visibile lanciarsi, dopo il sole
a una fuga pianificata con amore»
«Ah sì? Sarai provvidenziale per lo spazio
che attraversi, lo credo.
Ma altrettanto certamente, pira o pira
periremo.»
*
Ridiscendiamo. Tempo fa credetti
che scorressero in salita i fiumi
oltre i vasti altopiani diretti
a Nord. Ora i due montanari
vomitano intermittenti, e questo allieta la guida,
fa affrontabile il momento dei saluti.
Accendo Ad alta voce. Citare implica
accogliere la sindrome dell’arto fantasma
mentre indichiamo le voci.
Lo so,
qualcuno prende tempo
e pianifica passi di ladro
per violare gli ignari volendo
morire la morte a chi deve. «Il condannato volle rialzarsi,
ma prima che avesse il tempo di farlo
la mazza si abbatté sulla tempia sinistra,
come un bue cadde
faccia a terra.
Squarciandogli la gola con un solo colpo
e saltandogli sul ventre,
incominciò a calpestarlo.»
*
Sono quello che avete venduto, consegnato, disonorato.
Biciclette, cavalli.
Dopo ventidue anni le pietre
partoriscono nebbia, poi
sono Edmond
e non ho bisogno di perdono.
Ma scavalcherò ancora montagne
strisciando sulle catacombe di San Sebastiano.
*
E guido prudente con luci orizzontali,
attraverso tirature inesistenti, solchi
d’asfalto incatramato e stantio
nel bianco libretto. L’esperienza
viene mazzolata l’io sarebbe prodotto
dalla società borghese: decaduti carnevali
intendete dunque declassarvi
a patetici stuttur-realisti? Piccolo
borghese vorrei proprio rimanerlo è tempo
di cucire l’orlo alla propria condizione.
E riconosco un popolo finito
e congedo la bandiera
mantenendo primavera.
*
Primule e bucaneve imbarazzati
tentano esordio ( ) dentro la coltre
parlare impone tuttora l’esilio.
A Marsiglia come all’Elba si stagliava
Montecristo, forma
da un libro all’altro la riapparsa
mitologia, io esalati
decapitando tu presumendo noi le nostre
biografie cospargono fogliame
non avverrà ricezione sotto il ciglio
l’alone di seccume esortato a ritenzione
quando l’aspettativa brucia: partire
imparando da chi arriva
come la nostra partenza in fondo
abbia un’andatura da passeggio.
Di motore in motore sipariati
sull’altura, sovrastati e rarefatti.
*
Incredulità, tu mi ritorni
aggrappata alla vernice, confidente
a cui imploro via.
(Talune dame francesi del Settecento
dipingevano di azzurro le vene sulla pelle bianca
delle braccia, per farne risaltare il candore…)
Francesco Mandelli, nato a Gallarate (VA) il 14-04-2003 e cresciuto a Ghemme (NO). Ha abitato ad Amsterdam e attualmente è iscritto alla facoltà di filosofia dell’Università di Bologna. Frequenta il Centro di poesia di Bologna, molti dei suoi testi risultano ancora inediti.









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