Francesco Mandelli | La ballata di Edmond

a cura di

Francesco Ciuffoli

9–14 minuti

|

La ballata di Edmond (inedito)

Il 31 Gennaio dell’anno 1814 Edmond, residente in città, si allontana procedendo di gran carriera.
Ma qualora si assentasse il qualcosa verso cui è diretto, cos’altro sparirebbe? …


Affronto la salita, lo spazio

è un grigio rigurgito, condensato. Ma io

alle spalle sostengo l’idea di una trasferta

lontano delle pietre verso altre, sempre

rocce su cui sarà affermato l’inverno

anche solo per un giorno. Allontanarsi

via allontanarsi allontanarsi!

il paese è umido e le porte girevoli,

dovrò essere certo arrivato per le quindici.

L’avrei anche domandato a sicure

conoscenze di accompagnarmi fuori-forse

fuori da qui loro

nemmeno esisterebbero, spesso

a dileguarsi è propriamente il nodo

che l’abitudine inflaziona. Salgo,

commiato voi (ma d’altronde è già successo)

e il giardino palesatosi qui accanto,

sarebbe stato facile meta in primavera. È inverno,

mio padre mi ha concesso la vettura.


*

Eccola ad accogliermi, ancora accostata

su un ciglio sopraggiunto dal fogliame,

grigia… anche il giorno lo è, nebbia 

come uno scrupolo materno che implora

«Non andare…

                  non andare.» Sicuro vado,

spogliato degli strati in eccesso (sarà

più freddo dopo, devo anticipare

lo sbalzo che aggredisce il montanaro

improvvisato), certo, non lo sono,

e mai sarò burino quando qualcosa si staglia.

Il motore scalda, il viaggio

assume tutta la concentrazione a sé.


*

Riguardo al sonoro, chitarre. Le migliori:

Entre dos aguas s’immette nel viale

con un assolo d’adolescenza, se tirate

qui ora le corde violerebbero il fiato di

questa nuvola inserendo volumi

spaghettificati che subito si ricongiungono

al soffice. Basta! Il meteo non ammette

variazioni sul tema, il senso, l’orizzonte

degli eventi dev’essere alla guida. Oggi

imprudente cessa persino lo sputo,

scalzo, una volta ho guidato scalzo,

un’altra ancora nudo.


*

E dire che alla fine del viale d’estate

s’adunano sanmamolini in un alito

di fumo elettrico, donne stelle marine,

uomini polli dopati e depilati attentamente,

uno spettacolo. Come se ci fosse una sola madre…

un solo padre, un solo

modo di vivere il vuoto frapposto agli archetipi.


*

Svolta a sinistra per andare… in collina!

In qualunque collina acceleriamo, sì

è venuto il momento di fare le cose insieme.

Ho con me le migliori intenzioni, fantastiche

chitarre e il braccio sinistro a direzionare

mentre il destro chiede schiocchi, lampi

per suonare la carica. Mie dita, miracoli

opponibili al cervello, se solo vi avessi

istruito in altri luoghi ora

m’accorderei volentieri al silenzio.


*

Serpente asfaltato. Sorpasso l’ultima osteria.

Addrizzo lo specchietto. Ghigno. Non

voglio vedermi riflesso. Indosso una camicia

tecnicamente da scalata ma mi sono risparmiato

d’arrotolare le maniche, sfuggo, sfuggo

alla finestra solitaria per affacciarmi sulla nebbia

ed affrontarla. Che bel modo, la chitarra, per andarsene:

si evitano voci sovrapposte, schiamazzi

e posso concentrarmi sugli oggetti. Per esempio

la strada s’inconca, eccola paventare un dislivello.

Meglio strombazzare ad ogni curva, indovinassero

il rombo del mio impeto risparmieremmo l’artificio!

Ma sempre si ascolta passando oltre…


*

Procedo alla cieca. Mi aggrappo

alla vernice come fosse una confidente

a cui sottovoce si consegnano questioni

di vita o di morte. Sarà un’esistenza analoga

in mezzeria alla linea, per sempre divisi?

Tratteggiata, continua… lasciata ad erodere

per pigrizia spacciata da volgare dionisismo?

Qualora tornassi farei rivoluzione! Una autentica,

dissimile da come la intendono i compagni,

(vale anche per loro

la faccenda degli archetipi); perché allora,

essendo nominato cittadino, ripartirei

ordinando la mia camera e guardandomi allo specchio.

Mi direste «Contraddici, contraddici

non avevi giusto giusto discostato lo specchietto?»

Quella, converrete, significa ossessione

e oggi sono quasi stufo di essere gioventù,

specialmente in questa nebbia.

Affidato anche alla prudenza di chi sta

dall’altra parte, transire significa dipendere.


*

Solo l’avventura m’ha portato in collina. Sveglio

e volenteroso ci salivo. Fuoco, tu impazzivi oltre la montagna:

            «Erebor urla: aerate la piana!

            si sbraga gonfiandosi nel terso

           una coda d’aeroplano, delineando

       l’utopica stabilità di una vettura,

      e incendia accedendo alla Savoie

                          la palla

      lilla che siparia l’abusato campanile.»

Durante un’estasi andata a rottamare

presumevo azzurro e viola, poi corressi:

a palesarsi era l’atmosferico (ecfrasi) –

adesso, ovunque vi sia un colle, dallo sfondo

alle donne ai cristi ai Magi e leopardi,

agli eserciti invisibili e implacabili

che puntellano città polverizzate, ora

e sempre nei secoli a venire è nebbia

a infrangere l’autonomia dei sensi.

Interrompo la musica. Conduce nel burrone.

In radio Ad alta voce leggono Montecristo.


*

Una volta, alla mia destra, valorosi giovani

conobbero martirio. Si muore nella ghiaia

per pallottole o per aria. La nebbia copre i loro massi.

Sperare, e attendere che il fondovalle frastagli

il visibile con lui. Alle quindici, dicevo,

m’aspettano al castello. Scoscesi e stanchi

rilievi più eonici dei picchi, parvenze

o semplicemente montagne invecchiate.

La pioggia eguaglia caldo e freddo e disimpariamo

l’abitarvi. Nebbia, neve: tradimenti.

Scavalco, il Reno scorre in salita. Su

i montanari gotici conoscono dell’uva,

dispieghiamo pur sempre una radura, forza!


*

Vendetta, vendetta, vendetta, rinnegare il docile.

Il docile non ha storia; pallido

scolora l’angelo della morte, e alla scure seguì

ghigliottina, fra morte e ricchezze. Ricordo

all’orizzonte spuntava un’isola, ti chiamarono

la montagna che spunta. Dimmi,

quando t’interfacci al verticale, cosa provi?

Giochi a fare il perielio, da bravo

sfidante che magari gravitando scalzi l’aura?

Ci credo, io, al determinismo geografico.

Ci spero, voglio cavalcarlo.

Pensai di dover percorrere l’esplementare,

ampliare l’angolo all’aperto, ricongiunti

per mio mezzo. Riconosco invece

la più becera metafisica nell’ennesima paura.

Nessuno è assente. Salgo,

il castello pare vicino.


*

Parcheggio fra i pochi rimasugli di civiltà.

Ed è proprio un oste, poco dopo, ad ammonirmi:

«Il caffè te lo offro, così la prossima

volta impari!» Ne ha ben donde.

Sono comunque dispiaciuto, nel castello

a circondarmi è solo fiato. Non ho visto che un pendio

in tutta la trasferta.

Comprendo l’udito implicato nel passaggio.

Aspetto.

Mi aggiro nei paraggi. Sento galoppare i miei.

Sorridere è il più bell’esito dell’acino.

«Edmond, se scomparisse

tutta questa nebbia diamine

di là vedresti una montagna, sali! »

L’oblio prosegue nella valle seguente

ma gioisco, l’amico aggiunge «Bottiglia?»,

e questo è viaggio.


*

Già più lieve diventa il saliscendi

se la vettura ha un clima da cambusa.

Incontriamo, tra i tornanti, tre rose:

alla prima illustrano «Quell’uomo era una botte!»

alla seconda «Quell’uomo era una botte!»

e alla terza il tono cambia

perché l’uomo era un amico. Ci passiamo

così l’amaro sorridendo ai resoconti, cui non si può

in nessun modo porre rimedio, e densi

fra le selve dei discorsi tutt’un tratto

ci accorgiamo di aver perso il fondovalle,

la via maestra dei bambini.


*

Vaghiamo perlustrando caseifici. Nello

sfumare verso graniglia la strada

sembra dichiararci fine. Territori di cannibali.

Beviamo. Niente è perduto.

E ubbidendo ai rigagnoli d’asfalto (sono luoghi

dove abbondante è una sola tiratura) evadiamo.

L’umidità ammette veduta sul pascolo.

Romba motore, nell’adescare la montagna

la discesa appare rincorsa.


*

Fiume! Direttissima la via del fondovalle

riserva alcuni privilegi: «Là c’è una gola perfetta per tuffarsi»

Sbotto: «Ho congedato i tuffi, l’ultimo mi perforò

l’orecchio da parte a parte. Perché aggiungere

un ulteriore tuffo all’unica immersione agonizzante?

In acqua non ci resta che il sale nei pori

delle labbra cotte. Tagliate la palla di cannone,

prendere sonno, vi dico, è come pisciarsi addosso

e morire è lo stesso.»

«Sarebbe l’Appennino, non la tua fortezza

e nemmeno la fenicia!» Convengo.

Senza panoramica le strade si equivalgono

alternando grovigli a fili da bucato,

e nell’esatto anche se cieco proprio moto

i ragazzi, compari contingenti,

come potrebbero stancarsi?


*

Infine salimmo al monte. Al velo

si è aggiunto il buio. Sotto un lampione

d’edera parcheggiamo la vettura. Scendiamo.

Udiamo ubriachi cantare. Poco distante, lo chalet.

Corriamo. E subito uno casca, poiché la neve

(sconosciuta sino a qui) circonda la locanda. Arriviamo

e la scoperta appare chiara: non è la nostra musica

e non sono i nostri ubriachi. Noi saremmo gentaglia

da slittino che corrompe i falegnami suggerendo

migliorie per una più prestante aerodinamica.

Non c’è ragione di restare, ma restiamo:

il peggio si può dare circondati dai dissimili.


*

Avvisto, fra la ressa, un conoscente:

«Perché mai manchi da tanto

alle nostre discussioni, sei forse afflitto dallo studio?»

«Vedi, il modo di porvi in una critica che avete, credo,

al vostro circolo, lo ritengo soggettivo. Alcuni sentimenti

valori ed emozioni stanno al di là

dell’opinabile, non credi?

«Mio caro, gusto

non è sinonimo di arbitrio

ma coscienza del pericolo. Rimuovere il conflitto

proprio qui dove il mondo è solo nostro

io lo chiamo codardia o dolosa mediocrità.

Solo il Fare detta i propri gioghi,

conosci forse cosa più politica?»

Cordialmente, mi saluta.


*

Esaltati e in fervore ormai gli amici

ridevano soltanto coi canini. Ma io

vedendo i villeggianti inorridivo, gentaglia

specie se travestita da montagna, soltanto

un secondo di circo fra due circhi.

L’incredulità presto abbandona il vivere

fra costumi tanto pieni, e deboli, che l’esserci

sventaglia come drappo del vedersi. «Monte,

d’inverno senza tuoni e folgori non ritieni

troppo pavido il tuo staglio? Rechi giovo dalla coltre,

per l’appunto ti vergogni?»

Divaga. Il teatrino

trova assenso silenziandosi.


*

Vano ma doveroso è il riconcilio

di montano e mondano. Riavvio al lampione.

«Dove corri? Quello è un luogo di disaffezione.

Voltati! Almeno per gli amici.»

I tre montanari, fedeli, rinnovano la truppa.

Allora beviamo sull’asfalto, già avvezzi

a farlo da piccini, poiché il deserto

si equivale ad ogni altezza. Ridiamo.

«Una volta – esorta Michele – dall’oste

si andava con il pane. Liquore e vino

erano gli unici bisogni. Dico io

ma cosa fate i fenomeni. »

In piedi, accerchiati, passandoci

il vetro ipotizzo delle primule.


*

Parliamo delle ore. Rossi e intortati.

Talora uno si affranca per porsi divaricato

lungo il ciglio scosceso, ascoltando l’incontro

delle foglie col suo flutto. Benevola la notte

invita a vestire digressioni da riscontri, somme

sull’autentica, rurale, confusione (l’audace

nembo trasloca il di fronte nell’ovunque…)

«Com’è meschino pretendere

un cane quando si è cittadini! O L’uno

o l’altro in onore del portico!»


*

Per troppo fiato che circondo

grido, nel monco eterno. Ma credevo

avessero bisogno di me i veduti, gli analoghi

monti, adesso in fila indiana procediamo

a un braccio di distanza, il primo a tastare

la stabilità dei prossimi millimetri e l’ultimo

a reggere il terrore spremuto sull’occipite.

Qui nessuno ha stipulato mandati provvidenziali.

Sussurro «Vedi, sospetto d’essere

più affine ai cani che pattugliano le mandrie,

commemoratore della bordura implicata in continua

transumanza; non è poi questa

la faccenda dell’assistere? Urlare al monte:

Non riesco a vederti

ma so che sei qui, lo sento.

Vorrei intuire la tua faccia, qui

ci sono un sacco di cose che voglio dirti.

Sono tuo amico, compagneros.”»


*

E Michele «Se proprio vuoi

assumerti cane, beh, allora vale

il discorso riguardo gli sciagurati

costringenti in città l’animale, e il tuo monte

dovrebbe con onestà rispondere: “Vattene, scappa, corri via!”

Insomma, lasciar la bestia a sé, il tenerci

risulta facile e neanche è da imparare.»

Ed io «Sbagli, ignori la finalità, l’unico imperativo

cui ha senso rapportarsi, l’inerzia che ammanta

valore e cose, libertà e ragione: sopravvivere

insieme, oltre l’ultima combustione,

in combutta col visibile lanciarsi, dopo il sole

a una fuga pianificata con amore»

«Ah sì? Sarai provvidenziale per lo spazio

che attraversi, lo credo.

Ma altrettanto certamente, pira o pira

periremo.»


*

Ridiscendiamo. Tempo fa credetti

che scorressero in salita i fiumi

oltre i vasti altopiani diretti

a Nord. Ora i due montanari

vomitano intermittenti, e questo allieta la guida,

fa affrontabile il momento dei saluti.

Accendo Ad alta voce. Citare implica

accogliere la sindrome dell’arto fantasma

mentre indichiamo le voci.

Lo so,

qualcuno prende tempo

e pianifica passi di ladro

per violare gli ignari volendo

morire la morte a chi deve. «Il condannato volle rialzarsi,

ma prima che avesse il tempo di farlo

la mazza si abbatté sulla tempia sinistra,

come un bue cadde

faccia a terra.

Squarciandogli la gola con un solo colpo

e saltandogli sul ventre,

incominciò a calpestarlo.»


*

Sono quello che avete venduto, consegnato, disonorato.

Biciclette, cavalli.

Dopo ventidue anni le pietre

partoriscono nebbia, poi

sono Edmond

e non ho bisogno di perdono.

Ma scavalcherò ancora montagne

strisciando sulle catacombe di San Sebastiano.


*

E guido prudente con luci orizzontali,

attraverso tirature inesistenti, solchi

d’asfalto incatramato e stantio

nel bianco libretto. L’esperienza

viene mazzolata l’io sarebbe prodotto

dalla società borghese: decaduti carnevali

intendete dunque declassarvi

a patetici stuttur-realisti? Piccolo

borghese vorrei proprio rimanerlo è tempo

di cucire l’orlo alla propria condizione.

E riconosco un popolo finito

e congedo la bandiera

mantenendo primavera.


*

Primule e bucaneve imbarazzati

tentano esordio ( ) dentro la coltre

parlare impone tuttora l’esilio.

A Marsiglia come all’Elba si stagliava

Montecristo, forma

da un libro all’altro la riapparsa

mitologia, io esalati

decapitando tu presumendo noi le nostre

biografie cospargono fogliame

non avverrà ricezione sotto il ciglio

l’alone di seccume esortato a ritenzione

quando l’aspettativa brucia: partire

imparando da chi arriva

come la nostra partenza in fondo

abbia un’andatura da passeggio.

Di motore in motore sipariati

sull’altura, sovrastati e rarefatti.


*

Incredulità, tu mi ritorni

aggrappata alla vernice, confidente

a cui imploro via.

               (Talune dame francesi del Settecento

               dipingevano di azzurro le vene sulla pelle bianca

               delle braccia, per farne risaltare il candore…)


Francesco Mandelli, nato a Gallarate (VA) il 14-04-2003 e cresciuto a Ghemme (NO). Ha abitato ad Amsterdam e attualmente è iscritto alla facoltà di filosofia dell’Università di Bologna. Frequenta il Centro di poesia di Bologna, molti dei suoi testi risultano ancora inediti.



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