Daniele Bellomi | nel ring la nascita della tragedia

a cura di

Francesco Ciuffoli

9–13 minuti

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da un cerchio, un quadrato (Prufrock Spa, 2025)

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Un quadrato un cerchio, un inquadramento lungo l’arco, uno sfondamento del contorno quadrilatero. C’è qualcosa di incomprensibile e di non ricomprendibile all’interno del linguaggio, del suo gioco, del suo match (scontro e incontro) dialettico. E qui nasce la tragedia. L’intervallo, sequestrato al tempo dalle narrazioni, nella sua narrazione in fieri è però già qualcosa (tode ti) su cui riflettere. Ciò che muta continuamente prende forma nella metafora, più grande della vita, edificando qui, per analogia, una verità nuova, una verità che possa passare per due entità senza sottrarle ma tenendole bene in mente, proprio lì “messe in scena”.

In fondo, in uno dei primi brani di un cerchio, un quadrato (Prufrock Spa, 2025), il varco “si è [già] aperto in questa casa” di segni grafici e referenti accumulati intorno al “raddoppiarsi degli eventi”, contemporanei e sempre paralleli della vita quotidiana (ipermoderna). Ed è così che forse ci si ritrova anche all’interno del ring, in quel giusto terreno di lotta, utile anche alla costruzione di un dibattito vero, oppositivo e non-sintentico, quello stesso del vivere quotidiano. Ed è però proprio in questo senso che il ring si dimostra anche uno spazio diverso dalla quotidianità organizzata (dal Capitale), perché è “nella sua messa in scena” che il discorso può presumere e assumere quel -cosa della vita, senza necessità di sintesi tra gli elementi in lotta.

Perché se è vero che, sul ring, possiamo trovare (e ritroveremo sempre) una lotta, questa, diversamente da altri casi, ruota sempre intorno a “due tentativi” e non intorno a due soluzioni. Non vi è compimento di una sintesi univoca, finale, fatalistica. L’unicum (di una sopraffazione e di un dominio del vincitore) nel ring del wrestling non può sopraggiungere, tanto più nel quadrato del ring quanto più nel quadro più generale della vita. Tutto si può risolvere e si risolve nello spettacolo, nel momento del ring, nella festa prodotta da “due back body drop”, all’interno di due diversi movimenti connessi, simmetrici, paralleli e perpendicolari. Si legge nel glossario alla voce back body drop:

In questa mossa di transizione, il wrestler si china, piegandosi in avanti, afferra l’avversario e lo solleva al di sopra della sua testa, facendolo cadere dietro la propria schiena. La manovra risulta più scenografia quando viene eseguita all’esterno del ring, o contro un avversario in corsa.

L’analogia è semplice, è evidente. Sicuramente Kant e Hegel avrebbero odiato il wrestling, John Cena. Hegel inoltre avrebbe preferito il pugilato allo stesso discorso della vita, poiché lì, si, vi è davvero possibilità per una sintesi univoca e assoluta, scandita questa dal suono della campanella, dal richiamo del tempo e della Storia.

Come è qui altrettanto vero presumere che lo schianto del corpo nel wrestling è, si, un tipo di affermazione (volontà di potenza) di un’entità contro il suo avversario ma è, al contempo, altrettanto vero che, a differenza del pugilato, in quello che è il più puro spettacolo della lotta e della vita, rimangono sempre visibili i due corpi coinvolti, vivi e presenti (anche qualora uno dei due venga fintamente messo al tappetto). Vivono qui due entità come mai prima d’ora, privi di una reale e concreta sintesi – anche a seguito del match –, liberi di essere vinti e vittoriosi contemporaneamente.

In fondo, nel wrestiling, si sa, non c’è nessuno che vada davvero al tappeto, l’importante è la festa, il teatro, la tragedia di una ‘situazione’. Ed è per questo impossibile stabilire chi sia assolutamente il vincitore; non vi può esistere – ripetiamo – un principio di sintesi finale. Ciò che si può quindi fare è apprezzare lo spettacolo, la messa in scena, ciò che tiene “i due [termini], lontani entrambi dall’essere i buoni” e produce al contempo in questo ritratto, l’immagine più veritiera della tragedia.

E sì, di certo, vi sarebbe qui da considerare anche come il discorso performativo prestazionale faccia perno su quest’ultimo lavoro di Daniele Bellomi. Ci pensa però lo stesso autore che in chiosa a uno dei suoi testi scrive: “il nuovo e il vecchio [sono] davanti a un’opzione indecidibile”. La realtà delle prestazioni, dei primi brani (più legate agli elementi della quotidianità) si dispiega dapprima come conseguenza di un’assenza di azione, di spasmo vitale. A cui subentra la questione del ring non tanto nel suo spettacolo (per lo spettacolo) quanto piuttosto nel suo essere vitalità svincolata dalle leggi del quotidiano, nel suo farsi puro teatro della tragedia, l’ultimo autentico barlume di verità. Non esiste in questo senso una morale.

Entrambi i lottatori del wrestling sono consapevoli di sé stessi e del ruolo che li spetta nel mondo, proprio per questo intraprendono la lotta con animo come solo chi sa che non ci sono né mai ci saranno nel corso della loro vita dei reali vincitori, almeno non qui. Il più bravo e il più forte è chi si trova forse a recitare meglio, al di là del bene e del male, al di là della vittoria e della sconfitta, anche qualora “senza accordi” ci si trovi vicini a rompersi la schiena in quel comune “piano” di realtà.

Il wrestler è quindi, concludendo, l’uomo totale, l’uomo libero che decide di interpretare il suo ruolo nel ring, consapevole del suo potere d’affascinazione quanto della sua libertà, tutto ciò che invece il pugilato non è, ciò che in fondo la realtà e il mondo ha paura di affrontare veramente, un diverso forse piano dialettico di verità senza più necessità di negazione, assoluzioni o assolute e definitive verità.


Da un cerchio, un quadrato (Prufrock Spa, 2025)

II.

C’è da fare un conto alla rovescia. Il varco che si è aperto in questa casa è la ripetizione del vuoto in cui dobbiamo entrare.
Interessante, la vastità, ma viene dopo: ci tocca restringerne il perimetro. Questioni di spazio, soprattutto.
Metti in pausa un attimo, per favore.
Qualche informazione in più sul raddoppiarsi degli eventi ci arriva dal tavolo apparecchiato per cena, nelle forchette che seguono traiettorie angolari, intercettando l’inappetenza dei servizi di repertorio: economica, politica estera, interna, cronaca nera, sport, costume.
È l’intervallo sequestrato al tempo dalle narrazioni dell’età adulta.
Dall’altro lato della porta, invece, il fermo immagine si popola di cartelloni pieni di scritte, insulti; un cappello girato al contrario; una camicia strappata; un completo per la lotta a terra; le borchie agli stivali, e così altre fisionomie, nella memoria a flusso continuo che ne dissipa internamente il paradigma. Non siamo esperti: insieme, vicino alle confezioni, rimettiamo a posto il cibo, bollicine, i bambini che non stanno fermi, la carta di giornale che serve a far volare i nostri aereoplanini.

III.

È tutto quanto ci approssima a noi stessi: lo vediamo girare attorno alla struttura di acciaio. L’attesa si produce in un passaggio mancato: dobbiamo tornare indietro qualche minuto. È tipo una storia dentro un’altra storia, ma molto meglio. Non c’è stato da narrare, e non c’è spreco: funzionano come oggetti di scena.

A posteriori, pensare che avremmo potuto passare il tempo a fare altro: così ci srotoliamo, su cronologie immaginate da altri, apprendendone modelli e svolgimenti, strategie di consumo, esecuzioni mancate. Gli errori sono frequenti.

Per soppesare quanto c’è davanti a noi, apriamo l’armadio e diamo un’occhiata a collezioni e contenitori, classificandoli per forma, dimensione, materiali, bordi, spigoli e sporgenze. Un vaso enorme, per fiori a stelo lungo; una tanica di ottone cromato da due litri, con tappo e sicura; un posacenere in avorio, ingiallito in modo diseguale su più lati; fiorito di ruggine, un padellino in ghisa; un calice stondato di vetro all’uranio fluorescente. Non abbiamo rilevato niente: il contenuto è rimasto al di fuori dagli oggetti.

Saliamo in cima con loro.

XXXIII.

C’è una grande differenza fra i match all’aperto, di giorno, nei grandi stadi o nelle arene, e quelli illuminati dalle luci serali di un palazzetto metropolitano. Non è semplice replicare la qualità verticale, prossima al comando, di un fascio di luce illimitato, che digrada al calare del buio, nell’aria che morde l’instabilità delle piante dei piedi e cammina senza mai finire.

Qui, stasera, prevale una luce offuscata, pericolante: lo spontaneo nascondersi dei referenti del discorso, capaci, comunque, di prendere parte alla natura del grande spettacolo, al dramma nel dramma di una messa in scena che non può più seguire una strada congiunta, condivisa. Pensiamo tutti al continuo giustapporsi dei significati, forse, a quelli intesi e ai fraintesi, portati avanti senza alcuna scienza del futuro, o logica di conclusione. La diretta televisiva è il consumo di un tradimento che si accresce nella mole, si configura nell’insulto, smette momentaneamente di divertire.

Senza accordi, sì, ma con un piano.

XXXVIII.

Le persone iniziano a spostarsi, leggermente, per fare spazio ai due.

Andare di testa contro gli scalini d’acciaio: una frase ricorrente, in questa posizione. L’ingaggio sta nel comprendere chi possa avere la meglio sulla lunga distanza: da quanti segmenti sarà composto il match, quanta sarà l’heat raccolta dal cattivo di turno, quanti saranno i comeback del buono, quali saranno i falsi finale e quale, invece, quello definitivo.

Piano sequenza dei pugni scambiati intorno alla folla: l’heel che si accascia sul tavolo di commento, poi si riprende e ribalta la tensione dell’incontro. Inizia una serie di strangolamenti che vede come oggetto dell’offesa una catena, o ancora una bandiera a stelle e strisce stretta intorno al collo. Tornano in mezzo alla folla, di nuovo, per una ripetizione sequenziale e conveniente dell’inizio.

Due tentativi di piledriver sulla rampa d’ingresso si tramutano in due back body drop, corpo del face lanciato all’indietro sulla ripida salita in cemento posta nello spazio che separa il ring dal resto dell’arena.

LXIV.

La propria quota, il proprio debito: pagare pegno, lo scotto, il prezzo del successo, il prezzo da pagare, il black Friday del proprio sacrificio.

Essere esperti nel ring serve, soprattutto, a mettere in luce il proprio avversario, replicando ogni sera ciò che il pubblico si aspetta da noi con un certo grado di fedeltà, di accuratezza filologica.

Lo spettacolo desiderato è uno e uno solo, e non importa se ogni tanto sembra attenersi un po’ troppo al copione.

È sempre, o quasi, stato così, se questo è un elemento che si riserva solo alle pietre di paragone.

Chi procede a spezzare i cuori, chi ha scelto di compiacere, essere fra i buoni, chi invece eccede per natura, per sua natura, e in contemporanea entrambi appaiono sul ring, paralleli e perpendicolari ai movimenti che, tra poco, si succederanno. Non c’è nessuno a guardare il match di fianco a noi: l’alterazione di un rapporto umano, la scelta di proseguire il proprio cammino in solitudine.

Ancora non sono questi i motivi che ci guideranno.

LXX.

Manovre, ancora, e si passa al transito dalla schiena al ginocchio, il sinistro, che è quello interessato dall’ultima presa di sottomissione. Le chiavi articolari alle braccia e alle gambe vengono, così, continuamente ripetute, rigirate, interrotte molte volte, se è vero che i due sembrano sempre più vicini a cedere e non si risparmiano sequenze di pestoni alla parte alta del corpo.

Durante quello che appare un passaggio a vuoto, l’altro connette in modo inaspettato la sua finisher: dopo un altro superkick alla mandibola, il conto è ancora di due. Una distrazione dell’arbitro, poco dopo, e il vecchio ringhia, colpisce basso, in una variazione ridotta al minimo del suo repertorio di scorrettezze. Che storia stiamo raccontando, quindi: se è un match a stipulazione classica, o c’è altro che affiora alla vista. Se invece i due, lontani entrambi dall’essere i buoni, sono davanti a una scelta obbligata, che deve per forza scontentare: chi perde è al suo ultimo match, giro di boa, esperienza o affermazione, maestro uccide allievo, o viceversa, il nuovo e il vecchio davanti a un’opzione indecidibile.

Daniele Bellomi (1988) vive a Monza e, mentre perde dati, scrive. Ha pubblicato: Ariadne (libretto per monodramma-installazione di M. Azzan), Edizioni Suvini Zerboni, 2021; Divided by zero, Edizioni Prufrock spa, 2018; Sequenze arbitrarie, LUMA Foundation, 2017; Dove mente il fiume, Edizioni Prufrock spa, 2015 (Premio “Lorenzo Montano”); Ripartizione della volta, Anterem Edizioni, 2013 (Premio “Opera Prima”). Altri suoi lavori poetici, visivi e multimediali sono apparsi, oltre che in rete, in riviste, antologie, e in traduzione inglese e spagnola. Dal 2023 gestisce il sito web BLUNDER.online.



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