Antonio Perozzi e Marco Giovenale | infestatiōnis præliminālis
da Spore | 1 (declic, 2025) e Prima dell’oggetto (declic, 2025)
Nota critica + Estratti
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Come in parte abbiamo già potuto registrare in altri due raccolte uscite entrambe l’anno scorso, anche qui – davanti alle ultime opere di Marco Giovenale (declic, 2025) e di Antonio Perozzi (declic, 2025) – ci si imbatte in due libri per molti versi estremamente simili e al contempo impossibili da accumunare all’interno di quel assolutizzante discorso che gli stessi autori sembrano voler proporre. Almeno apparentemente, questa è la prima provocazione che si vuole portare avanti rispetto a una certa macchinazione pseudo-teoretica sul fantasmagonico aspetto residuale e/o, peggio ancora, liminale della poesia.
Perché è vero, non vi è in entrambe queste opere che un senso di spaesamento a riguardo, non tanto però per merito di un’intenzione autoriale quanto piuttosto di una certa confusa nebbia di sensazioni e riflessioni (processi significativi) che emergono nella lettura di entrambi questi libri. Va detto, ciò non rappresenta una nota di demerito, anzi, il punto che si vuole portare avanti rispetto a questi testi è quanto più propositivo e propulsivo di certi discorsi vicini anche all’aspetto più installativo della poesia.
Da questo punto di vista, il problema, l’unico forse di questi testi, ruota in verità intorno alla locuzione temporale (attraverso cui colui che enuncia, de-scrive). Perché è evidente che esiste un qualcosa (tode ti) prima dell’oggetto, prima delle spore, di quelle stesse cose della vita, ecc. ma questo non viene mai indagato nemmeno superficialmente, come se potesse bastare forse solo un’implicita enunciazione dell’intento autoriale in quarta di copertina per giustificarne la validità di una così in-certa operazione.
Come discusso in altri ambiti accademici, la questione del secolo è soprattutto una questione sul tempo; qualora poi questo interrogativo voglia essere posto anche in essere nella poesia (in considerazione dell’aspetto residuale dell’esperienza e della scrittura stessa), esso non può trasparire esclusivamente con toni ambigui o attraverso tecniche di nascondimento tipiche della produzione di questi fedeli sostenitori, infatuati dell’arte e del suo residuo processuale (all’interno del quale tra l’altro si nota anche come si salti a-logicamente dalla dimensione temporale a quella spaziale senza darsi troppe spiegazioni, senza che vi sia mai un’autentica motivazione di valore – fenomeno tipico anche per es. all’interno del discorso poetico e artistico sui non-luoghi, sulle eterotopie, sugli iperoggetti o sul terzo paesaggio).
Il discorso del tempo si fa quindi sempre più critico e evidente, al più presto andrebbero messe bene a fuoco e analizzate le conseguenze di questo mancato approdo di certi discorsi, soprattutto in funzione della scrittura, sia questa una scrittura di ricerca o persino un’idea di scrittura dei cosiddetti narresidui (di spunto stranamente più lirico). Ci troviamo in queste due opere a raccogliere gli scarti in realtà più che degli studiati residui, direbbe un’amica, un vomitino di spunti senza chiara meta (una disforica e sfalsata rappresentazione di quanto fatto recentemente da layout magazine).
Andando oltre ogni romantica visione sul residuo, il punto narrativo – di questo come di altri discorsi – rappresenta poi un ulteriore faccenda di cui doversi preoccupare (il come si decide cioè di narrare e raccontare questo fantomatico residuo). Sempre più spesso infatti nella bolla poetica – del più recente presente – si può notare una grottesca tendenza alla resa più appetibile della poesia. In particolar modo oggi notiamo come si tenti in qualsiasi modo di sorprendere e abbagliare il lettore, attraverso per es. una forma più prosastico-narrativa della poesia; il convulso susseguirsi di certi frammenti di narrazioni (di cui non si possiede però il punto del discorso); il proporsi e riproporsi di certe imprevedibili spore, siano queste legate a vicissitudini personali o altresì legate a asettici, alieni richiami a materie afferenti più alle scienze tecniche, sociali e, in nessun caso, alle scienze umanistiche. Il sapere umanistico sembra in questo senso svuotarsi di utilità, si scrive poesia al pari di come si cerchi di scrivere altro, al pari di come si tenti di capire quale sia il promt giusto da usare.
Tra diversi brani però spunta in Prima dell’oggetto e Spore | 1 sempre qualche utile punto di ancoraggio, il residuale in queste due opere comincia a delinearsi temporalmente – forse per la prima volta – come un tempo soprattutto dell’attesa tra un punto e un altro. Si stanno gettando le basi per un ponte che possa riportare la poesia a dialogare con qualcosa o qualcuno che sia al di fuori di essa? Possibile, probabile. La dinamica dell’attendere in Perozzi e Giovenale ci costringe in qualche modo proprio verso questa direzione tutta loro e particolare. Un aspetto interessante e sicuramente trascurato è quello che riguarda infatti la modalità attraverso cui il lettore si trova a immergersi in questi testi frammento. Entrambe le opere sembrano rendere perfettamente l’idea di un personal easy, di un diario di viaggio sul sensibile e sull’interpretativo, su cosa sia o meno possibile dire prima che ci si formino in testa dei contorni, Reali inconsci, rispetto all’osservato. Da questo punto di vista, se fossimo capaci di entrare anche in altri contesti parleremmo ora di vere e proprie fanzine e non di sillogi poetiche.
Perché, si, bisogna riconoscere in questi due primi tentativi in formazione, l’introduzione di un tipo poesia che punti (almeno in parte della sua produzione): alla cattura di quell’immagine pre-oggettiva, spontanea, infestante poiché innanzitutto pre-soggettiva, pre-intenzionale; all’approdo e alla scoperta di nuovi spazi di dialogo con sé stessi e il mondo. La funzione di Prima dell’oggetto e Spore |1 è quindi la funzione di uno studio sul campo di battaglia tra chi la in-poesia la scrive (autorialità), chi si trova a narrarla (io-narrante, personaggio pseudo-narrativo) e chi si trova infine a leggerla, ricostruendone dentro di sé quell’immagine così poco chiara di sé stessi, oltre che del proprio mondo.
Per concludere, serve leggere e leggere bene questi due testi per imparare a mettersi in guardia rispetto al movimento di certi discorsi all’interno di un più largo processo (più che liminale) di altro tipo; uno che verte proprio su quei tre assi finora ignorati da certe produzioni:
– la continua transizione temporale da uno stato (d’essere) all’altro, fenomeno tipico del nuovo mondo iper-moderno;
– la transitorietà temporale che intercorre tra scritto, letto e detto, la cui dimensione (spaziale) più che mai oggi ci appare fin troppo sfocata, indistinguibile, in-futura:
– la possibilità stessa di porsi oggi determinate domande, trovando finalmente i giusti punti su cui poter puntellare nuove risposte.
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Da Spore | 1 (declic, 2025)
[…]
997.
Ho un esaurimento nervoso sul posto di lavoro.
Visualizza originale (traduzione di Google)
909.
di fronte alla folla adorante
il parroco, dal pulpito,
così si espresse:
“Chi opera in uno stato di stress costante può sorprendersi di quanto sia difficile controllare il respiro”
[…]
1029.
Il mare è tutto azzurro.
Il mare è tutto calmo.
Nel cuore è quasi un urlo
di gioia. E tutto è calmo.
998.
la sua voce è appena fuori da questo mondo
478.
http://www.ilovetrading.it vorrebbe
{Mostrare le notifiche}
Consenti Blocca
[…]
380.
non c’è quindi speranza per l’umanità né
per un allargamento del suo orizzonte di valori.
caino ha ucciso il proprio fratello, mentre si è evoluto
il modo di agire nel teatro, e la durezza nei tempi.
col 4×2 porto a casa dal lidl un’amara riflessione.
939.
non si può davvero
capire ciò che si vede
334.
con questo il colesterolo,
con questo ti viene un infarto,
con questo il diabete.
ma anche l’opposto:
il colesterolo in discesa,
l’infarto rimosso, il diabete
volendolo.
il cibo è una cosa semplice
che si è complicata.
[…]
419.
no, non è stato il risultato di un programma.
avevo in mente un fantasma, e avevo
bisogno di raccontarlo. tra me
e questo fantasma ci sono molti, molti
anni: è cresciuto da solo,
come capita:
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Da Prima dell’oggetto (declic, 2025)
storia dell’episodio nel parco
Di vedere (crede) attraverso il profilo dell’impiegata rossa che legge. Pensa alla parte opposta, a un’abitudine – però senza credere. Poteva essere? Perché no?
Sembra perfino una strada ripetuta, ribattuta (-baltata), passando però dalla balza più alta (ardua).
Crede di vedere questo sistema intero, dall’altra parte, la parte opposta, attraverso a piccola impiegata rossa che legge composta, abito a scacchi, e dondola il piede nel vento verde polvere del parco: pensa è dicembre, il non arato. E: una casa aperta aventi ci nevicherà sì dentro. Pensa ai piccoli flagelli di minio nel libro del duca, si forza e le parla, si sposta, buongiorno, non è italiana o finge con energie un’opacità, corsivata: pressoché invincibile; o: un foglio che non può venir strappato contrariando le fibre. Allora il vetro di opporsi riflettendo.
La pioggia dopo qualche minuto li osserva, riprende e smette. Questo è comprensibile. Le frasi già granulose vanno dissipate e addirittura diluvia, è disordine, è non si salutano. Ciao panchina, ognuno va per conto suo spaventato separatamente. Questo tra sé e sé, dice.
Ma l’argomento poteva anche essere: esperire, in generale.
Se avesse ascoltato, lei. (Ma chissà, forse ascoltava)
[…]
press_any_key
l’invariante semina in fondo, il bordo, sé, tende a enne.
che il blackout sia finito è annunciato (anche) dalla tosse delle campane elettriche della chiesa dalla piazza, plaza Però: in ritardo rispetto agli allarmi delle case, che urlano, tendono aria a aria.
già il bronzo è stereo. ed è un fatto; moneta di ferro di stagno.
ma prima ancora, prima di loro (prima di queste campane che sono così, che hanno watt di eco) arrivano i jingle della proprietà privata, presunta lesa. sirene.
cigolano. Sono le bandierine del vento di un qualsiasi Rilke, novembre dicembre circa. ma segnalini cafoni, metastasi di una voce che presiede, precede. aquile in micro-troni, semine di povertà dentro plastiche di ultrapovertà. un’aria chiusissima.
[…]
res extensa
[biglietto non spedito a cristina]
santo stefano da 50’ circa:
una lettera inviata dal protomartire arriverà dunque alla buonora chissà
e se e come
etc
sabato. il 27 va come va. lunedì le poste saranno golfi. Martedì se dice bene correrà. (anzi, no). niente acqua. vestito ancora col cappotto. tornato adesso. la luce non è accesa, lo sguardo ha da fare con quella che filtra dall’altra stanca. l’ascensore non funziona; neanche il termosifone, fino a qualche giorno fa. poi il male all’occhio. a *** (cittadina dell’agro laz.) altri guasti. l’entropia, l’entropia, gran cosa. ci si vive de tanto. cose stesse cose estese e da dentro, e da dentro quel palco o quel poco di articolato che le parla. una biglia fa spessore ma anche giunto (cardanico). (si rifiuta di aggiungere cardiaco). invece l’essenza è fissare un punto assurdo e gratuito del campo visivo, e projettarlo proprio con la j: sognarlo. senza dormire. attivare la fase rem da svegli:
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Antonio Perozzi (Subiaco, 1994) vive tra Roma e Vicovaro e lavora nella scuola. Ha pubblicato Lo spettro visibile (Arcipelago Itaca, 2022), bottom text (in Poesia contemporanea. Sedicesimo quaderno italiano, marcos y marcos, 2023), soluzioni per ambienti (Zacinto, 2024), on land (Edizioni Prufrock Spa, 2024), Tranquillità assoluta (Pidgin, 2025) e spore | 1 (déclic, 2025). Suoi testi critici e creativi sono apparsi in riviste, giornali e antologie, tra cui Exit poetry. Poesia futura (La nave di Teseo, 2026). Cura la newsletter Useless Territory, il blog La morte per acqua e il podcast Spara Jurij.
Marco Giovenale insegna storia delle scritture contemporanee, in varie sedi, tra cui il sito centroscritture.it. È tra i fondatori e redattori di gammm.org (2006). Con A. Syxty e M. Zaffarano cura il blog Esiste la ricerca. Cura con M.T. Carbone e V. Massaroni la sezione Notizie di alfabetadue.it. Collabora ad ahidaonline.com. Per ikonaLíber dirige dal 2013 la collana Syn _ scritture di ricerca e nello stesso anno è stato tra i fondatori di Benway Series.
In prosa ha pubblicato, fra altre cose: Lie lie (La camera verde, 2010), Quasi tutti (Polìmata, 2010; ed. definitiva Miraggi, 2018), Il paziente crede di essere (Gorilla Sapiens, 2016), Le carte della casa (Edizioni volatili, 2020 e 2025), La gente non sa cosa si perde (Tic, 2021), Il cotone (Zacinto, 2021), Statue linee (pièdimosca, 2022), Oggettistica (Tic, 2024), Prima dell’oggetto (déclic, 2025), Vamp (La camera verde, 2025). Suoi testi sono stati tradotti in diverse lingue.
Antologie italiane: Parola plurale (Sossella, 2005), IX Quaderno di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2007), Poesia degli anni Zero (Ponte Sisto, 2011), Poesie dell’Italia contemporanea 1971-2021 (il Saggiatore, 2023), Voci della poesia italiana contemporanea (2000-2025) (Carocci, 2026), Exit poetry (La Nave di Teseo, 2026). Con i redattori di gammm è in Prosa in prosa (Le Lettere, 2009; Tic, 2020). Ha curato una ampia raccolta antologica di Roberto Roversi (Sossella, 2008). Ha tradotto Jack Spicer e altri autori anglofoni. Il suo sito è slowforward.net.









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