a cura di Ilaria Palomba
Bordi
#9
Contaminazione, silloge d’esordio di Cristiana Lucidi – in una delle migliori neonate collane di poesia, per qualità, eleganza, profondità di sguardo: Onice di Carlo Ragliani, per Ladolfi editore – affronta, con una ricerca minuziosa, le tematiche della tragedia sofoclea e euripidea, da Antigone a Edipo, passando per Oreste e Ifigenia, Melanippe incatenata, Polinice delle Fenicie, per consacrare alle forze cosmiche l’intimità di un dolore che appare, in questo raffinato versificare, un frammento delle stesse tragedie citate in esergo, prima di ogni sezione. Scrive Carlo Ragliani nella prefazione: «Sin dall’esordio che si propone, in “Contaminazione” non si recupera alcun intento di edulcorazione semantica, né anche di addolcimento chimico di quel sentimento fintamente etico che pervade il buonsenso quotidiano, al contempo tantomeno viene rinnegata qualsiasi esperienza dello scibile». Ragliani sottolinea anche come l’autrice sia poetessa di contenuti forti, lontana dall’ideologia poetica del semplice e del quotidiano: «nel proprio dettato, l’autrice disponga un sentimento umorale che, se da un lato è totalmente imbevuto dell’urgenza sanguigna di fornire risposta all’avvicendarsi degli eventi, dall’altro elude il valore comunemente condiviso di poesia come fatto-comune». La poesia assume in Lucidi valore aedico «di una ποίησις che erompe dalla scorza di un ragionamento affine per necessità all’essere-monade, per giungere a consapevolezza universalistica, senza ricadere nell’assiomatico, della sorte che attende ogni cosa viva». In questi versi il dramma è incarnato in un orizzonte epistemologico, «il tratto distintivo che verga il dire dell’autrice è la profonda e tragica consapevolezza che nulla sarà risparmiato al vivente in quanto tale. Tanto che, i vari episodi lirici protenderanno ad una forma majestatica di matrice latina, certamente, ma che al contempo ci sembra una professione di umiltà – tosto che un ego-poetismo autodafé, ovvero coram populo». Sua cifra stilistica, «la tensione epistemologica, commista al sapore fortemente gnomico e sentenzioso della versificazione, conferma che le istanze poetiche nell’opera rispondono ad una vocazione tendente all’oggettività di una γνώμη volta all’ammaestramento del prossimo». Lucidi ha piena padronanza del versificare, con un pathos forte e scarno, mai sovraccarico, volto a detronizzare l’umano, a riportare il susseguirsi di una serie di atti di crollo del’io, del suo dissolversi nella possibilità di una condanna, che riesce però a suggellarsi nella bellezza dell’incontro con il mito. «In forza di ciò, della propria γλῶσσα – e, per sineddoche, del proprio canto – l’autrice propone l’atto logorante; invero il gesto poetico conserva uno stato di coscienza prolungativa di un orrore e di un raccapriccio abituale; i quali concorrono nel fondare una campitura esistenziale in cui la quotidianità si contestualizza come catabasi nell’atropo, consistente a sua volta nel tartaro diabolico della res e del φαινόμενον». E, dunque, in conclusione, la figura di Edipo, l’atto dell’accecamento: «la (taciuta) tematica tragica di Edipo; e qui, più coerentemente – seppur rimanendo nelle compagini dell’assurdo – si aspira alla cecità autoinflitta, nonostante sia negata istantaneamente la portata redimente di questo gesto, poiché l’esteriorità del reale si conserva, e rimane nel suo più ostinato tremendo».
Sul disgusto
della mia emetofobia
la bulimia corrode il tuo sorriso
in solchi di livore
– il masochismo
dilava ogni detrito di bellezza
di donna
indipendente
dalla forca del banale.
Quel che nutre ti distrugge.
*
Prometti che mi stringerai le mani così forte
da trasformare in dolore
il fastidio,
quando mi abbandonerò alla menzogna,
o all’indifferenza
e all’abulia
perché Narciso e Ofelia
hanno bevuto
alla medesima sorgente.
Guarda come inaridisco
mentre soffio a te
il mio fumo.
*
Nella smania dell’anacoreta
– nel deserto non ricorderai il tuo nome
e potrai chiamarti dio –
sarai sazio di rinunce
e conterai le vertebre
nella sabbia – polvere negli occhi
già accecati dal miraggio
che stringe la gola –
saremo croci al collo
della notte
tra i rami degli ulivi.
E il rimorso cuce l’ultimo
sorriso.
τραγῳδία II
Siamo morti
che tremano di freddo
ancora
e per quanto l’occhio
guardi altrove
l’orrore rimane
impresso nell’iride
beato sia chi ha il coraggio
di accecarsi.
*
Sai che questo vuoto
diverrebbe una molecola di nulla
se ti raggiungessi.
– quante volteti ho gridato
ho pensato per favore
dammi il tempo di seguirti,
non varcare quella soglia,
non lasciarmi ad uggiolare
la gioia del cane alla catena.









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