Ivan Crico | Passàie. Un poemetto inedito in bisiàc

a cura di

Giovanna Frene

11–16 minuti

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Spostamenti #129
Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole

La poesia sapienziale e civile di Ivan Crico

di Gabriela Fantato

Nell’importante antologia uscita lo scorso anno L’antro siel del mondoL’altro cielo del mondo (Lietocolle-Rozani, 2023) è raccolta tutta la poesia pubblicata da Ivan Crico fino al 2016, con nel finale una silloge del 2022, pubblicata sull’antologia Pasti caldi giù all’ospizio (Transeuropa, 2023) a cura di Roberto Addeo. Il poemetto inedito che qui andiamo a leggere fa parte di una serie di testi che il poeta mi ha confidato essere nel cassetto, pronti per un nuovo libro. Prima di inoltrarmi nello specifico di questo poemetto, faccio alcune considerazioni sulla scrittura e la ricerca di Crico, dalle quali non si può prescindere. 

Innanzitutto, i testi sono scritti in bisiàc, un particolare ”sermo rusticus” arcaico veneto, nato dallo sfaldarsi del latino aquileiese, parlato nella zona del Friuli Venezia Giulia tra l’Isonzo e il Timavo, dialetto che il poeta usa anche nella vita quotidiana, però in poesia Ivan non usa solo termini vivi e parlati, ma anche termini quasi scomparsi, ricordati spesso ormai solo dall’autore o dalle famiglie più conservative, per attingere a una memoria lontana e renderla “viva” nei suoi versi. Inoltre l’autore in una raccolta risalente alla fine degli anni Novanta ha recuperato anche il tergestino , un dialetto ormai estinto, in cui l’autore ha ritrovato molti termini familiari perché molto vicino al sostrato ladino su cui si è incistata, in epoca rinascimentale, la sua parlata. Nella sua lingua poetica, quindi, Crico compie un doppio lavoro: scavo nel passato e innesto nel presente della lingua viva, e questo è un fattore pregnante. Scrivere versi in dialetto è una scelta precisa, un’urgenza del poeta, poiché per Ivan Crico l’uso del dialetto in tante varianti anche temporali nasce dall’intenzione di dar voce alla lingua madre propria della zona dove non solo egli vive ma che e ben conosce e di cui sente “il respiro”, potrei dire. Un altro elemento da non sottovalutare è il rapporto tra la scrittura di Crico e la ricerca linguistica in atto nella poesia del Nord Est, friulana e veneta, nel caso specifico conta senza dubbio la magistrale ricerca di altri grandi poeti, come Pasolini e Andrea Zanzotto, entrambi punto di riferimento per molti autori. Per fare solo un accenno, ricordiamo che la ricerca di Zanzotto è tesa a dar vita a una lingua poetica libera dai lacci della tradizione lirica, lontana dal codice ossificato della lingua del dire quotidiano: una ricerca che è stata sperimentazione e innovazione al contempo, in molti sensi, e mi fermo qui. Impossibile sintetizzare l’ampia varietà di annotazioni a margine degli stessi testi svolta da questo grande autore. Credo però che il percorso zanzottiano vada tenuto presente per inoltrarsi nel lavoro poetico di Ivan e ricordiamo anche che il poeta collabora con le edizioni Quodlibet, che hanno ideato la collana Ardilut (‘valeriana selvatica’), curata dal filosofo Giorgio Agamben, per la quale Crico ha curato, oltre a due volumi dedicati ai poeti Biagio Marin e Amedeo Giacomini, la traduzione di un testo teatrale, in friulano, del giovane Pasolini, I Turcs tal Friùl (I Turchi in Friuli), che si può intendere come allegoria del Friuli occupato durante la Seconda Guerra Mondiale, il che mette in gioco anche il legame con la  scrittura dialettale di Pasolini. C’è da riflettere, infine, sul rapporto tra le tesi di Agamben sul dialetto e la ricerca poetica di Crico: il filosofo definisce «poesia bilingue» la collana da lui curata invece che “dialettale” ed è un fatto significativo, infatti, secondo Agamben proprio grazie al bilinguismo che soggiace ad ogni scrittura dialettale c’è la potenzialità di superare la dicotomia tra langue e parole (su cui ha riflettuto a lungo anche Zanzotto, riprendendo le tesi del linguista de Saussure ma ampliandone l’orizzonte) e  da questo concetto si può fare una riflessione sulla lingua stessa della poesia: un problema aperto e interessante. 

Tornando al poemetto inedito di Crico, penso che vada colto in relazione ai testi dell’antologia citata, L’altro siel del mondo, e che si possano osservare sia alcune costanti, sia alcune importanti cambiamenti nel far poesia di Ivan. Certamente è comune ai testi editi e all’inedito l’attenzione alla sonorità della lingua più che al significato in sé, in quanto si tratta di lavorare sulla musicalità della lingua, visto che in tutti i dialetti è impossibile trovare termini astratti o intellettualismi ed è molto potente la dimensione materica ed esperienziale, così come quella sonora ed espressiva, la quale di fatto crea anche aree di senso. Altro elemento è l’attenzione alla natura, che è senz’altro centrale: la realtà naturale è colta dall’autore non in senso mimetico, ma con unoo sguardo che attua un doppio movimento. Infatti, dal quadro naturale d’insieme, dal paesaggio emergono dei dettagli (un animale nascosto, il volo di un uccello, l’accartocciarsi di una foglia, il mutare della luce… etc.) e su questi si restringe lo sguardo del poeta, che si fa “miope” nel vicino del dettaglio. Poi lo sguardo del poeta di nuovo si dilata, tanto che il singolo elemento torna a trovare luogo all’interno del paesaggio complessivo, come se in sé stesso non fosse importante ma solo in rapporto con l’intera scena naturale. Non è infatti il dettaglio il vero “protagonista” dei testi di Ivan, visto che nel doppio movimento sopra indicato si va a cogliere la relazione tra il minuscolo e il complessivo, in un procedere dinamico di rimandi che apre a un senso ampio che è il legame inscindibile tra vita e morte, nel ritmico alternarsi di possesso e perdita. Questo si riscontra in tutti i testi e anche nel poemetto inedito. Il doppio movimento dello sguardo di Crico è anche continuo movimento della lingua, come sottolinea nell’importante prefazione all’antologia Giorgio Agamben,che definisce bilinguismo il rapporto con la lingua di Crico e, infatti, secondo il filosofo, c’è un continuo“andarivieni” tra italiano e dialetto, in dialetto, in quanto i testi dilaettali sono tradotti a piè pagina in italiano dal poeta stesso, ma a volte accade il contrario e un testo intuito in italiano è poi “tradotto” dal poeta in dialetto. Ecco che le parole sono «doppie frecce» mai ferme, nota Agamben, tanto che la lingua poetica di Crico si fa e si trasforma continuamente e, in questo dinamismo, vive

Se nei testi sino al 2016 è centrale il doppio movimento della lingua e dello sguardo del poeta goriziano, va notato che questo dinamismo si arricchisce ulteriormente nel poemetto inedito. La poesia, infatti, assume un tono esortativo, in cui il poeta si rivolge a un “tu” che ascolta, ma anche a sé stesso e, senza diventare imperativo, si legge l’invito a un agire che porterà a un cambiamento. C’è quindi un ampliarsi e, al contempo, esplicitarsi del movimento presente da sempre nei testi di Crico, ma stavolta c’è anche un invito a mutare radicalmente. Infatti, nel poemetto si chiede un doppio moto nel soggetto: un moto centripeto e uno centrifugo, potremmo dire, il che comporterà anche un modo differente di stare nel mondo. Solo nel ritrovamento di un’unità in sé stessi si potrà poi farsi “unità” con il mondo e assumere un atteggiamento di comprensione (e di perdono). Ma su questo torneremo. Il poemetto scandisce infatti un processo di trasformazione che si attua in tre atti all’interno del poemetto suddiviso in 3 parti. La prima stanza è dedicata ad un moto di riunificazione della propria forma identitaria: occorre unire i pezzi, anche divergenti e sfuggenti della forma/ figura di sé, per scorgerne l’unità: «Unisci elementi / della tua vita che prima / d’ora erano sparsi / – sembravano inconciliabili – in luce / poni una forma di te / che si celava come sali disciolti / nelle pareti umide, accumulatisi / negli anni.». La seconda strofa invita a un moto di dilatazione del soggetto che si fa “fluido” per immettersi nel mondo: «Crea / corrispondenze, cerca una contiguità / che si innesta / in un ampio movimento, feconda / le prossime stagioni come adesso / il profumo delle bacche / di rosa la salvia, l’alloro. // Di ora in ora / sarà necessario diventare / sempre più fluidi, abbandonare / qualunque tipo di certezza.». Infine nella terza strofa si intuisce che si potrà realizzare, forse, un moto di trasformazione interiore da cui nasce il perdono, e che sia di se stessi, del proprio passato e degli errori commessi, o persino della storia stessa, non è dato sapere, non è necessario sapere.

Il poeta anche in questo finale di poemetto si esprime metaforicamente in chiave naturalistica o per processo metonimico, così che il volo di uccelli e lo scavare dell’acqua che incide la roccia alludono a mutamenti ampi nell’umano: «Una grande colonia / di uccelli, frammenti di onde cristallizzate dal gelo / di gennaio e canti: nella memoria // dei giorni / lasciare solchi / profondi come nella dura / pietra, come nei gesti le vie / nascoste del perdono, leggère / infinitamente ripetute / orme d’acqua.». Il mutamento da attuare è espresso in questo poemetto non solo in termini naturalistici, ma anche in chiave coloristica, mai ci sono risvolti psicologici o di tipo intimistico, e in questo si coglie un’evidente unità e continuità col precedente lavoro di Ivan che trasporta su un piano concreto-realistico i moti interiori e il piano del significato. Scorgiamo continuità formale tra i testi editi e inedito anche proprio in questo utilizzo di un’ampia varietà di toni e colori: dal bianco del gesso, alle sfumature del cielo in azzurro; dal giallo dei fiori al nero della notte: questo si deve credo anche alla ricerca pittorica del poeta che dà grande attenzione ai colori come se il suo sguardo svenisse “richiamato” proprio dalla nota coloristica del mondo, elemento che di per sé non è di tanti autori. Infine, il poemetto, a mio avviso, ha intrinsecamente una connotazione alchemica: viene messo in versi un invito a evolversi a gradi, in un progressivo “passaggio di stato”. Il mutamento è anche un progressivo ampliamento di sé: si parte con il ritrovare l’unità tra parti, per poi abbandonare ogni forma limitate del Sé e dilatarsi nel mondo e, in ultimo, viene intuita la possibilità di un trasmutare interiore che consisterà nell’aderire alle leggi stesse della natura, solo così si potrà attingere al perdono. Superando rancore, rabbia o nostalgia che ottundono la vista, si giungerà all’accettazione di ciò è accaduto e accade, un atteggiamento frutto della comprensione del ritmo interno della vita, scandito sovente dalla morte, dall’abbandono e dalla perdita, temi che ritornano sovente nei versi di Crico, senza tono tragico ma con malinconica consapevolezza. Un poemetto questo dunque, che è sapienziale ma anche profondamente civile: Crico infatti sa la gravità dei tempi correnti, sa bene le tragedie in corso, per cui scorge e suggerisce la necessità di un cambiamento: solo una trasformazione radicale di ciascuno di noi, forse, permetterà di superare le crisi di cui oggi abbiamo segni evidenti in tutto il pianeta.

Passàie

I.

Cubia sostansie

del vìvar tòu che vanti

de des le iera sparnissade –

no le pareva mai tacar – in ciaro

mete ‘na sacuma de ti che la iera

nidada como sai squaiadi

ta i paredi ‘nbunbidi, muciadi via

pa’i ani. Menadi despò de l’aqua

t’un védar e non védar fin ta la pela

s’ciopada de le stabilidure.

Cubia a ogne curta

luse le longhe vizilie

del scur, bianc de calsina

‘npitrinida ta ‘l lin

setà sora de palpiere

par senpre

serade.

Tente, como sufiade

del vent, de polvar o biau

smarì. Le se sfanta, ta i volti

de la sera, i aquissi signi de tera

rossa de le ulteme

ciaculade.

Al mantil ros

de ‘na femena cu’l velussipede

che ‘l se liga cu’la negra

strica del sial de l’antra

femena arente ma romai,

ta l’unbrìa, che squasi

no se la vede.

Al veva de pàrar cussì

al vìvar, sàcuma – ti- de ‘na muda

cuntìneva. Como che l’oc’

al pode rivar guantar nome

che nete meludie de note, fracade

ta’l terno scalenbro calibrio

del siel, del saldàn.

I. Passaggi

Unisci elementi / della tua vita che prima / d’ora erano sparsi / – sembravano inconciliabili – in luce / poni una forma di te / che si celava come sali disciolti / nelle pareti umide, accumulatisi / negli anni. Portati poi dall’acqua che risale / all’improvviso fin sulla pelle / esplosa degli intonaci. // Unisci ad ogni breve / luce le lunghe vigilie / della notte, bianca di calce / indurita sui lini / deposti su palpebre / per sempre chiuse. // Tinte, come soffiate / dal vento, di polvere o azzurro / sbiadito. Si sfanno, sulle volte / della sera, le sinopie / degli ultimi / discorsi. // Il mantello rosso / della donna in bicicletta / che si fonde con la nera / striscia dello scialle dell’altra / donna vicina ma ormai, / nell’ombra, quasi invisibile. // Doveva sembrare così / la vita, figura – tu – del continuo / fluire. // Come se lo sguardo / non riuscisse a captare altro / che puri / accordi melodici, impressi / nell’instabilità continua / del cielo, delle crete.

II.

Strica le someànse

infra le erbe, fior, samense e radise

cun zelade, menadìsse, sponghe

de mar, al lustro fruà

de le ostreghe cuide

drio del sion. Ta la longa

tola albissa lùmele. ‘Npènsete

ligànbui, serca passaie

oltra le brusie che le se ‘ncalma

t’un muvimént largo, ‘ngala

le sason arente como ancoi

al sprafumo dei cori

del garofular la salbia, l’orar.

Ora drìo ora

scogna doventar senpre

più sbrissulèntui, lassar de bando

ogne cunvinsion. ‘Npìnete de culori

che i fa contrast  – vanti de duti al bianc – o anca

quei del sotosera quei de tera che le rame

le tamisa del castagnar, le foie de fin

istà del pomogranà. Ta’l perlin

letrico del Colfo, sughi de ua

ta’l vent, de salso. No siste

più loghi seguri ma libari

e ciari. Co la luse de l’alba

de sera la muda par nantri

la viduta in t’una lienda

pricisa de aqua, rasa, sangue,

sbrocada de nou del scur

la sfiuridura de le tere.

II.

Evidenzia le assonanze / tra erbe, fiori, semi e radici / con tessuti, legni ossificati, spugne / marine, la madreperla abrasa / delle ostriche raccolte dopo / la mareggiata. Sulla lunga / tavola bianca osservale. Crea / corrispondenze, cerca una contiguità / che si innesta / in un ampio movimento, feconda / le prossime stagioni come adesso / il profumo delle bacche / di rosa la salvia, l’alloro. // Di ora in ora / sarà necessario diventare / sempre più fluidi, abbandonare / qualunque tipo di certezza. Pòpolati di colori / contrastati – primo fra tutti il bianco –  oppure / crepuscolari e terrosi che filtrano tra rami / di castagno, le foglie di fine // estate del melograno. Sul blu / magnetico dell’Adriatico, umori di uva / nel vento, salsedine. Non ci sono / spazi fissi ma liberi / e chiari. Quando la luce / del tramonto trasforma per noi / il paesaggio in un racconto / preciso di acqua, resine, sangue, / riemersa dal buio / la fioritura dei pigmenti.

III.

Largura como de negro

sintulìn, sircundada in cau de monte

negre. E larghe

ta i rivai bande de zal

sòlpar. Sbisulade de coerti de banda

maculadi vernisadi de verdo, de ros, naranson

o de biau. Toca de védar buse de aqua

o trasparenta o perlìna. Le rive

le se ‘ncioda de brut t’una altona

scuriera. Ciapi bocononi

de usei, s’cese de onde

‘ncantade de la criura

de zenar e zornade:

ta’l suvignir

dei zorni

lassar vanese

fonde como ta la dura

piera, como tai sesti i trosi

scundudi del pardon, lìsiere

cuntìneve desdiossade

talpe de aqua.

III.

Pianura come di nera cenere / vulcanica, circondata all’orizzonte da montagne / nere. E vaste // sui pendii zone di giallo / zolfo. Punteggiate da tetti di latta / ondulata verniciati di verde, di rosso, d’arancio / o azzurro. Capita di vedere pozzanghere d’acqua / ora trasparente ora turchese. Le discese / si interrompono bruscamente con un’alta // scogliera. Una grande colonia / di uccelli, frammenti di onde cristallizzate dal gelo / di gennaio e canti: nella memoria // dei giorni / lasciare solchi / profondi come nella dura / pietra, come nei gesti le vie / nascoste del perdono, leggère / infinitamente  ripetute / orme d’acqua.



Risposta

  1. Avatar Paolo Gera

    Sono strabiliato dalla finezza interpretativa di Gabriela Fantato. La teoria del “doppio movimento” che esprime a proposito del modo poetico di Ivan è senza ombra di dubbio un’intuizione geniale. Io credo che in questa tendenza al liberarsi in volo, nello spazio circostante, per poi ritornare alla concentrazione dell’esserci, ci sia tutta la predisposizione di un poeta che è anche straordinario pittore per vocazione. Cézanne, Le mont Sainte-Victoire, le arance e le mele nel portafrutta. Crico, l’Adriatico, il cappotto rosso, le conchiglie. Eccolo il doppio movimento. Anche dalla pittura alla poesia e viceversa, dunque: le parole dei discorsi serali hanno i tratti accennati delle sinopie, il paesaggio diventa un racconto.Ma lo stacco non è brusco e ogni cosa percepita vive nella fluidità a cui si richiama Crico, che è vibrazione dell’aria e dell’anima, senza che , nella visione sacra, pasoliniana dell’esistenza,si possa scorgere alcuna differenza fra elemento naturale ed umano. Unisci elementi della tua vita che parevano distanti: questa è l’esortazione iniziale che si unisce nel finale a trovare “le vie leggere del perdono”. È probabilmente il perdono l’atteggiamento che incarna meglio di qualunque altro la flessibilità. Ma non in maniera dogmatica, ad accentuare una distanza morale: leggero e chiaro, come le orme d’acqua che concludono il poema.

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