Mauro Liggi | Alla terra i miei occhi

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a cura di

Ilaria Palomba

3–4 minuti

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Bordi #10


Alla terra i miei occhi di Mauro Liggi (Interno Libri) è una silloge piena di presenza, vissuto, paesaggio, pregna di versi molto intensi, quelli sul padre e sulla madre, o l’ultima poesia, che dà il titolo alla silloge, nel volersi fare albero dell’inquietudine. Inquietudine e pietà, temi sempre presenti. «Scalzo sul litorale/il vento delle tue promesse/è un fastidio tra le rocce», straordinariamente musicale. «L’amore è guerra»: dove si manifesta la necessità di una tregua, perciò risulta probabilmente più rassicurante l’amicizia. Sempre presente il mare – come potrebbe essere altrimenti? – e questa terra che ci accoglie di cui tra tutte le sofferenze campeggia l’innocenza, il ricordo, l’infanzia.

Dalla prefazione di Anna Segre: «Leggendo Liggi si sente il premito incontenibile del voler dire, la ricerca di parole sulla polpa degli affetti e contemporaneamente una tensione al tacere, un rispetto quasi religioso davanti ai due misteri: Eros e Tanathos. Liggi è messaggero quasi suo malgrado dell’enormità che s’impone nella sua vita, ce la testimonia condividendo stupore e paura».

Lo sguardo verso la morte non è arreso. «La morte ti obbliga, non la puoi evitare, ciò non toglie l’indicibilità della perdita, la sfocatezza dei sentimenti, la confusione emotiva. E Liggi cerca di tenere gli occhi aperti su questo buio, su questo enigma. Si obbliga al coraggio perché verso se stesso non ha nessuna indulgenza come forse non ne ha avuta chi se n’è preso cura. E l’amore diventa così l’elemento che controbilancia, che diluisce l’incombattibile ineluttabile. Perché con la morte dei genitori vengono al pettine l’educazione, i principi che ti guidano o che ti castrano, il meritare la stima». In tale luogo si collocano anche i sentimenti, al di là del guerreggiare erotico, l’amore diventa una possibilità di crescere insieme. «E l’amore è la risposta rivoluzionaria che anela alla gratuità, al superamento dei giudizi, della performance». L’erotismo ha a che fare con l’imperfezione, è nella possibilità di accogliere l’imperfezione della vita, il mutamento, il tempo, il corpo che non risponde ad alcun dettame predeterminato che un erotismo diventa possibile.

Dalle ferite sgorga la possibilità di resistere senza condannare o condannarsi, «un’infelicità ontologica tesse i versi di Liggi, una rivendicazione della propria intensità rispetto all’indifferenza e all’insensibilità del mondo attorno, e la teoria della sua mente si staglia, dichiarandosi ferita, colpita, offesa, dando voce al dolore di chi legge, accogliendone le delusioni inconfessabili. È di pietra, la poesia di Mauro Liggi, ma anche di mirto, di sale, di lava e di ogni elemento naturale senza diluizione».


Se il tuo Dio 

avesse pietà di me 

quella che non ha avuto di noi 

al mio risveglio 

una coppa 

di chicchi di melagrana 

il loro gusto acidulo 

sulla punta della lingua 

le tue mani macchiate 

dalla buccia legnosa 

l’ennesimo tuo modo silenzioso 

di accarezzarmi il viso.

*

La mia ombra non mi somiglia 

la solitudine mi protegge 

analfabeta del dolore sordo 

che si fa presenza 

mi celo dietro maschere farlocche 

in un carnevale di coriandoli neri 

e cappi di stelle filanti 

      circondato di deserto 

      traccio lettere sulla polvere 

      che incollo con la saliva.

*

Scalzo sul litorale 

il vento delle tue promesse 

è uno fastidio tra le rocce. 

Ti ho offerto l’acqua del pozzo 

il pane appena sfornato 

i segreti chiusi nella cassapanca 

l’altare di ogni mia eucarestia. 

In lontananza ti vedo 

aggrappata ad un rimpianto.

*

Mio rifugio la tua bocca 

mia salvezza le tue labbra 

dove affondare i denti. 

La tua bocca non mente 

accorda le mie voglie 

al tuo volere. 

La tua bocca. 

                       Non sai 

                       cosa mi dice all’alba 

                        mentre dormi.

*

Scavo con le palpebre 

nella terra umida 

sciolgo il perdono. 

Allatto un germoglio 

di pianto 

le mani a coppa. 

Calati pure tu 

sotterra ora 

anche ciò che è vita 

                                  la mia inquietudine 

                                  vuole farsi albero. 

                                  Alla terra i miei occhi.



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