Bordi #10
Alla terra i miei occhi di Mauro Liggi (Interno Libri) è una silloge piena di presenza, vissuto, paesaggio, pregna di versi molto intensi, quelli sul padre e sulla madre, o l’ultima poesia, che dà il titolo alla silloge, nel volersi fare albero dell’inquietudine. Inquietudine e pietà, temi sempre presenti. «Scalzo sul litorale/il vento delle tue promesse/è un fastidio tra le rocce», straordinariamente musicale. «L’amore è guerra»: dove si manifesta la necessità di una tregua, perciò risulta probabilmente più rassicurante l’amicizia. Sempre presente il mare – come potrebbe essere altrimenti? – e questa terra che ci accoglie di cui tra tutte le sofferenze campeggia l’innocenza, il ricordo, l’infanzia.
Dalla prefazione di Anna Segre: «Leggendo Liggi si sente il premito incontenibile del voler dire, la ricerca di parole sulla polpa degli affetti e contemporaneamente una tensione al tacere, un rispetto quasi religioso davanti ai due misteri: Eros e Tanathos. Liggi è messaggero quasi suo malgrado dell’enormità che s’impone nella sua vita, ce la testimonia condividendo stupore e paura».
Lo sguardo verso la morte non è arreso. «La morte ti obbliga, non la puoi evitare, ciò non toglie l’indicibilità della perdita, la sfocatezza dei sentimenti, la confusione emotiva. E Liggi cerca di tenere gli occhi aperti su questo buio, su questo enigma. Si obbliga al coraggio perché verso se stesso non ha nessuna indulgenza come forse non ne ha avuta chi se n’è preso cura. E l’amore diventa così l’elemento che controbilancia, che diluisce l’incombattibile ineluttabile. Perché con la morte dei genitori vengono al pettine l’educazione, i principi che ti guidano o che ti castrano, il meritare la stima». In tale luogo si collocano anche i sentimenti, al di là del guerreggiare erotico, l’amore diventa una possibilità di crescere insieme. «E l’amore è la risposta rivoluzionaria che anela alla gratuità, al superamento dei giudizi, della performance». L’erotismo ha a che fare con l’imperfezione, è nella possibilità di accogliere l’imperfezione della vita, il mutamento, il tempo, il corpo che non risponde ad alcun dettame predeterminato che un erotismo diventa possibile.
Dalle ferite sgorga la possibilità di resistere senza condannare o condannarsi, «un’infelicità ontologica tesse i versi di Liggi, una rivendicazione della propria intensità rispetto all’indifferenza e all’insensibilità del mondo attorno, e la teoria della sua mente si staglia, dichiarandosi ferita, colpita, offesa, dando voce al dolore di chi legge, accogliendone le delusioni inconfessabili. È di pietra, la poesia di Mauro Liggi, ma anche di mirto, di sale, di lava e di ogni elemento naturale senza diluizione».
Se il tuo Dio
avesse pietà di me
quella che non ha avuto di noi
al mio risveglio
una coppa
di chicchi di melagrana
il loro gusto acidulo
sulla punta della lingua
le tue mani macchiate
dalla buccia legnosa
l’ennesimo tuo modo silenzioso
di accarezzarmi il viso.
*
La mia ombra non mi somiglia
la solitudine mi protegge
analfabeta del dolore sordo
che si fa presenza
mi celo dietro maschere farlocche
in un carnevale di coriandoli neri
e cappi di stelle filanti
circondato di deserto
traccio lettere sulla polvere
che incollo con la saliva.
*
Scalzo sul litorale
il vento delle tue promesse
è uno fastidio tra le rocce.
Ti ho offerto l’acqua del pozzo
il pane appena sfornato
i segreti chiusi nella cassapanca
l’altare di ogni mia eucarestia.
In lontananza ti vedo
aggrappata ad un rimpianto.
*
Mio rifugio la tua bocca
mia salvezza le tue labbra
dove affondare i denti.
La tua bocca non mente
accorda le mie voglie
al tuo volere.
La tua bocca.
Non sai
cosa mi dice all’alba
mentre dormi.
*
Scavo con le palpebre
nella terra umida
sciolgo il perdono.
Allatto un germoglio
di pianto
le mani a coppa.
Calati pure tu
sotterra ora
anche ciò che è vita
la mia inquietudine
vuole farsi albero.
Alla terra i miei occhi.









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