Bordi #11
da Diario dell’approdo (Arcipelago Itaca, 2024)
Diario dell’approdo di Fernando Della Posta (Arcipelago Itaca) è una silloge sulla navigazione interiore, ma forse più un poema, diviso in nove sezioni: Mare del freddo, Mar delle piogge, Mar delle isole, Oceano delle tempeste, Mare crisium, Mare della fecondità, Mare spumans, Mar delle onde, Mar delle nuvole, Mare della tranquillità. In ciascuna sembra si cerchi un approdo che forse arriverà solo alla fine, nella descrizione paesaggistica che, come sottolinea Davide Toffoli in prefazione, sostituisce all’ego-centrismo l’eco-centrismo. Sono i luoghi della letteratura qui a prendere corpo, i luoghi di Omero, Melville, Montale, Pavese, Kavafis, e molti altri. Gisella Blanco durante la prima presentazione del libro lancia questa suggestione: “Appare la figura del poeta che muore ogni giorno. Questo poeta è un fanciullo post-pascoliano”. Cos’è l’approdo? Esiste o è irraggiungibile? È un impossibile che sempre si rigenera? Forse l’approdo esiste nell’illusione. Ciascuno decide dove vuole arrivare. Ma oggi manca talvolta l’impegno radicale, come se ci si cullasse sugli allori dei nostri avi, proprio perché le possibilità sembrano essere date a tutti, e Fernando Della Posta lamenta questa dispersione dell’arte nel qualunquismo. Su cosa possiamo fare affidamento? Questo è un libro archetipico, dove il barbaro prende il posto del borghese. S’infrange la coincidenza tra persona e lavoratore. Così, il poeta si trascina nelle frane, nelle rovine.
È sicuramente un libro nietzschianamente inattuale, che mal si sposa con le tendenze minimaliste del momento. Un poemetto non scevro da una precisa visione del mondo: atea, ma innamorata della sacralità dell’arte; da una precisa visione della letteratura: parola densa, talvolta anche pregna di arcaismi, con un ritmo leggiadro, quasi mai sincopato, mai viscerale. È una poesia pensata, e nel pensiero riemerge il desiderio dell’approdo, mentre ci si perde per mari immaginari, spezzoni di vita impersonale come il sogno di una bellezza inaspettata, tra monti e calette, volte inazzurrate.
Fratello, c’è una pioggia che cade, sempre.
Una pioggia che scava tra orbite e labbra,
una pioggia che innalza steccati più alti,
che chiude sentieri mai nemmeno intuiti.
Suona come un sottofondo costante,
scenografia che avvizzisce e s’imbruna.
Vivere è l’unico modo per sfuggirle,
dimenticare che un giorno placheremo la sua fame.
*
Kavafis, l’ultimo mortale fra gli Olimpi,
sempre alti, giovani e bellissimi,
scesi alle locande dell’Ade; prende
amore come lo schiavo gli avanzi
dalla spensierata mensa del padre.
Ne osserva in disparte le schermaglie
gli ammiccamenti, gli sguardi taglienti,
i sorrisi fuggenti. Divino liberto che brama
l’accoglienza fraterna dei simili.
Divino liberto che ha vissuto a lungo
la pena dei respinti, e che talvolta spaccia
per un’aria di nobile, composto distacco
*
Non è mai sicuro se torneranno
e spesso non tornano affatto,
se non come un crudele miraggio,
le carovane dal deserto vasto,
signore solamente di sé stesse
e del loro viaggio, compagnie brevi,
erranti sulle nuvole e sui cieli vuoti,
sui pendii dalla traslucida foschia.
*
Disinnescare il paradosso
se il pensiero è un lusso
che si concede solo chi sta in pace,
perché poi ci troviamo comunque
tutti a sgomitare nel campo d’aprile
per un pezzo indisturbato di luce?
*
A san Marcello al Corso, Roma
un crocifisso posato dentro un costato
è un fercolo che inquieta
eppure, anch’esso, esposto alla fatiscenza.
Un dicastero sabbioso
se non ci fossero
donne e uomini che lo preservino
con cura, lo puliscano e ne stringano
chiodi mignoli e incastri.
Animali testardi,
infiorescenze nei deserti.









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