da Scherzi della natura (Valigie Rosse, 2022)
Spostamenti #135
Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole
Generazioni
Quando camminano per strada
la mano nella mano, a testa alta,
sempre pronti a occupare una piazza
per qualche buona causa
e curiosi di ogni faccia, ogni negozio
nuovo, passo dopo passo sembrano
ringiovanire i miei,
mentre io che li spio in ozio
alla finestra, fiacco, testa bassa,
distratto dal rancore
per il tempo che passa
sono il loro ritratto
di Dorian Gray.
Biografia
Sono cresciuto in mezzo ai libri e ai vecchi.
Negli asili emiliani madri ansiose
riflettevano come degli specchi
convessi ogni mio atto, mentre io
traducevo la loro angoscia in asma.
Vicino il padre mite era un fantasma
con le pupille acquose, e i miei compagni
un’altra specie su cui fare astratti
esperimenti, come gatti o ragni.
Tra la villetta a schiera e i casolari
dei nonni o zii ex mezzadri la domenica
compivo un viaggio tutto letterario
e una meta rendeva l’altra esotica.
Quel mondo a lungo l’ho creduto eterno.
Solo per questo avevo del coraggio:
scambiavo il tempo per un alfabeto,
le invettive composte sul quaderno
per un duello, e l’arrendevolezza
degli adulti con ciò che erano stati.
Ma è bastato sbagliare la carezza
del primo amore, dividere un segreto
senza specchiarlo, imbattersi nel caso
maligno perché come Bazarov
scoprissi di non essere cresciuto.
Da allora tutti i libri sono chiusi.
Ma i vecchi che avevano azzeccato
quella prima carezza, che sapevano
ogni cosa di me senza parlare
e non si erano illusi sulla sorte
mi stanno ancora intorno e sono giovani,
sempre più giovani: con una calma nuova
guardano maturare la mia morte.
Più luce
È una sera di quelle
che la luce radente sembra eterna
e quando il buio cala sulle città d’Europa
ci si bacia per vivere del mito
di quei baci da soli lungo gli anni.
Lui siede su un gradino, la mano aperta
nella schiena di lei, per dire che non vuole
né abbandonarla né stringerla troppo
o per fermare un tremito,
lei gli si accuccia accanto e si raccoglie
le gambe al mento
per coprire col tremito il rimorso,
col rimorso la gioia
come una pancia gonfia o insanguinata.
Le pietre sono calde in questi mesi
nelle città d’Europa.
Vicino ronza un Tevere o una Sprea
un Lungopò o un canale Saint-Martin
o forse il vecchio Arno.
«In un mondo più giusto» dice a un tratto
uno dei due, provando appena a ridere
«esisterebbero abbastanza vite
da vedere di tutte dove portano.
In una forse avremmo un campanello
nel palazzo qui dietro
e potremmo badare a due bambini
con gli occhi non si sa se verdi o scuri
e nel lenzuolo troveremmo il pelo
di un cane enorme».
«Ma in un mondo
più giusto ancora» risponde uno dei due
senza inflessione
«avremmo sempre questa sola vita
e mai sentiremmo nostalgia
delle altre che ci passano vicine
e che basta una mano ad afferrarle
e ributtarle in acqua come i pesci:
le ascolteremmo come adesso il fiume,
poi qualche volta, due
o forse tre in un secolo
una ne guarderemmo un lungo istante
con l’amore di chi si scorda tutto
nell’oggetto guardato
e di niente ha bisogno,
per lasciarla a sé stessa e non sfiorarla».
Mentre ne parlano sanno che in quei mondi
loro due non sarebbero più loro: e sanno ancora
che fino ad oggi mai
ne avrebbero parlato.
Ma adesso è il tempo che le città d’Europa
tornano i nomi astratti dell’infanzia
o le case prosaiche in cui morire.
È un tempo senza rime né metafore.
Le cose ridiventano le cose,
canzoni dell’estate le utopie,
blockbuster le speranze
di quando in ogni camera d’albergo
vedevano soltanto l’anticamera
di una realtà assoluta e siderale:
poche ore
e rientreranno in altre città e stanze
dove altri li accudiscono e perdonano
con la bontà severa
che si dedica ai cuccioli.
Eppure ancora il mondo non ha perso
la sua aura, ancora non fa resistenza:
neanche adesso la vita
prende una forma chiara, una durata.
Calde le pietre, tiepide le pelli,
le frasi ironiche, angosciati i baci,
e dunque loro
non possono più essere che loro:
innamorati
di miraggi diversi ogni stagione
mentre forse non amano mai niente
perché dal vero amore non si può
tornare indietro
e raccontarselo soli come un sogno.
Ma se è così, lo stesso
pensate a lei e a lui con indulgenza
voi che verrete un giorno:
troppo presto
li illusero che non avrà scadenza
l’ultima luce nelle città d’Europa.
Se un giorno leggerete i loro smartphone
senza disprezzo voi
fissatene le rughe di bambini
che di colpo hanno avuto
l’ombra del mondo intero con un tasto,
il tremito di figli
a cui tutte le cose
sono state di colpo note e inutili
e che al mattino per sognarsi eroi
strisciano i trolley nelle città vuote.
Forma futuri
A proposito della neve, dicevamo
che quando c’è
è sempre sporca come la coscienza
e che pura è soltanto la sua idea
senza concetto,
l’immagine, la dea
delle tempeste e del bianco,
la neve possibile che sogna sé stessa
sulle guglie di un duomo bavarese,
la neve senza paese
che non segue o precede le foglie,
quella dove né orso né uomo
affondano le peste,
la neve senza la peste,
la nostra veste gloriosa
che mai conosceremo
perché non è una cosa
ma da cui saremo un giorno conosciuti,
la neve che come un meme
ci parla da muti,
o quella che ci deduce
dove non c’è più luce
né buio, che non può né deve
cadere perché è già sempre
ricaduta e riascesa,
la neve che non fa presa
o si scioglie
ma che ci beve come un suo pensiero
al di qua del falso e del vero
e non ci è più lieve di quanto
noi lo siamo al suo manto.
Questa è la neve che non si ricorda
ma neanche si aspetta
in ginocchio con bocca ingorda
sacrilega o benedetta
questa è la neve che non si evoca
con domenica o parasceve
su cui il Medioevo non chiede
prostrato il perdono
né viatico il tempo futuro,
la neve che non ha muro o spazi
interminati di silenzio e suono.
Dicevamo: è la neve senza orizzonte
che niente ha lontano o vicino.
La neve senza destino.
La neve senza una fonte.
La neve dove le impronte
le lascia solo la neve.
Epoca
Te lo ricordi quando l’Amazzonia
era un’ora di scuola
come arte o religione,
e ai comizi, per educazione
parlavano del buco dell’ozono
facendo quella faccia da paura
così efficace se non la si prova?
Si credeva alla lotta biologica
ma solo in agricoltura.
Sulle auto in coda d’agosto
a ventinove gradi – che calura –
spiccava il bollino col panda.
Ogni anno bruciava qualche bosco
nel sud Italia, sempre a fine tiggì.
C’erano i Verdi e la Standa,
la mafia, la terza via, l’ex Pci.
Finita la storia, restava la geografia.
Eppure i bosniaci e i serbi
a un passo dai pedalò
sembravano un altro pianeta
e l’Iran un film d’essai.
Ogni editore aveva il suo profeta
di sventure e utopie
descritte amabilmente.
Crescevano le farmacie
alternative. I coach della mente.
Tramontava il tramonto dell’Occidente.









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