da La divisione della gioia, nuova edizione ampliata (Industria&Letteratura, 2024)
Spostamenti #138
Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole
Romea, mattina
qui ho appreso la luce sciolta sugli scafi al mattino
il bordo incandescente e l’anima buia dei rami,
qui ho imparato a dissipare gli occhi, la bocca, il fiato,
a calarmi all’alba dentro a un vestito di brina,
qui ho vegliato sui fossi le canne inanimate nel bianco
la frontalità ignara di pioppi eretti come ceri,
qui ho imparato a distinguere nel manto uniforme del giorno
l’intonaco di case insaponate nella nebbia,
qui ho perduto nell’acqua il tuo pegno raschiato dal cuore
e in un pomeriggio ignaro ho confuso i corpi e i volti,
qui ho consumato gli occhi sul volto lucente del mondo,
qui sull’argine alto mi sono inumato nel freddo.
Per ogni minaccia
c’è un campo, e un’ascia, e tu che sorridi:
andiamo avanti, hai detto, senza voltarci.
e ancora, nel campo, con la testa sul vetro
ti ho spinto e poi con fermezza ripreso:
ma altro non resta e mentre ti spogli
ancora sul vetro mi fletto e ricado.
bastava mostrarsi e tutto era dato
senza luce voltarsi e levare ogni peso:
ora chiama le cose, soffia sul vetro,
nel parcheggio ormai vuoto non ha più dimora
quello sguardo che un giorno gettavi su un prato
per ogni minaccia che dal buio premeva.
quando premo alle spalle misurandoti il fianco
stringendo le cosce tu affermi la resa:
allora lascia, non dirlo, che altrove non siamo
e nella luce inesausta ci apriamo all’oscuro.
c’e’ un campo, e un’ascia, e tu che ti volti
ché avanti puntando si torna poi indietro:
non bisogna, hai detto, tradire il sentiero
e calcando i miei passi sul muro mi hai preso.
Lo stacco
saltavo, ancora
inarcavo la schiena
d’un soffio mi levavo
sull’asta tesa
rovesciando la testa
nella luce affondavo
fermo a mezz’aria
con un colpo di ciglia
recidevo i contorni
la pista, i blocchi
dallo sfondo acceso
riversato sugli occhi
nell’aria tersa
eri ferma, tra tanti
sulla terra battuta
le tue cosce lucenti
e tornite dal sole
nel mattino di vita
che il mondo ci offriva
tu mi guardavi scendere
cadere sul tappeto
riaprire gli occhi
volgerli in alto, al cielo
senza vedere niente
per un momento
poi, a poco a poco i tigli
gli spalti in penombra
i tuoi fermagli
brillanti nei capelli
gli altri alle tue spalle
così lontani
dove eravate stati
in quell’istante cieco
dopo lo stacco
e la torsione in volo
dove sarete quando
cadrò senza arrestarmi
sul telo verde
dove mi attenderai
con il tuo sguardo aperto
saprai aspettarmi?
Giostra
questa vita, non un’altra
questo tuo aspettarmi
ogni volta che evado
il tuo sorriso pieno,
il segno luminoso
che ti spartisce il seno:
a chi potrei votarmi
per sapere chi sono
quando è iniziato il gioco,
per orientarmi nel verde
che mi confonde e sommerge
quando la meta si perde
e giro in tondo sul prato
oscillando sull’erba
confondendo il cielo, la terra
con la testa che gira
e la nausea in gola
come un bambino in giostra
ruotando all’impazzata
vede tremare il mondo,
sfuocarsi ogni contorno
fino a quando non scende
e crollerebbe al suolo
non trovasse il riparo
di una sponda, una mano
che lo riaffidi al prato
segnando l’alto, il basso
il centro delle cose
tornate al loro posto
lo spazio da abitare,
con una smorfia, un respiro,
la vita da giocare
votandosi a qualcuno,
nel giro di un mattino
il lampo di un sorriso
Sbadatamente
una bottiglia di plastica, tagliata
a metà, sul ripiano del lavabo
mi hai lasciato, quando te ne sei andata,
per innaffiare il nostro amore:
ma io mi dimentico, ed evado
le tue consegne, di giorno in giorno
la luce si ritira, io me ne vado
lasciando i nostri fiori in abbandono,
e così, sbadatamente, continuo
a camminare per le strade, solo,
a fuggire, allarmato, dal tuo bene,
per rincasare, affranto, a sera
scoprendo la felicità inattesa
delle tue piante ancora vive, e nuove.









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