Paola Loreto | Miei lari

a cura di

Giovanna Frene

2–3 minuti

|

da Miei lari (Marcos y Marcos 2024)


Spostamenti #139

Rubrica di poesie, parole sulle poesie e parole sulle parole



*

Perché questo immaginare storie
per dire il momento più vero?


Ada fruga fra le fragole, 

bassa. Le dita minuscole 

strappano, staccano, scavano. 

La terra, quanta!, nera, sporca,

così buona sulla lingua acerba.

La veste bianca tocca i solchi,

si sposa. Sandaletti sudati, blu.

Non sa, Ada, chi è. Sa il sole

che buca le foglie, le cicale,

il fresco sotto il pesco

e la merenda alle quattro

con la mezza rosetta e la nutella.



*

Quell’esser stati giovani,
averlo saputo.
Certi momenti
rari
attorta sul divano
senza sentire il corpo
(essendolo).


È una stanza chiara,

intonacata, antica.

Ma il taglio di luce 

non ha tempo. 

Il soffitto è lontano,

con un contorno ornato 

a stucchi, il comò vecchio, 

intarsiato di legni di tinte diverse.

Il copriletto è vecchio,

in candido piquet

Niente è lì 

per fare bella mostra 

di sé. Solo

serve, nitido e onesto.

Dignitoso, pulito.   

La circonda un giardino

con le pietre rugose 

impastate di sassi

che una volta si usavano

a orlare per bene

le aiuole nella ghiaia.

Teresa Frambrosi. L’amica

della mia amica che inventava

braccialetti di ami da pesca

e dipingeva barattoli di vetro

con smalti colorati.

Il desiderio di una vita.

Libertà alle quattro e mezza

di un giorno di scuola. 

Illimite.


*

Il cuore affranto 

è la certezza che il giallo 

di quella primavera da ragazza 

aveva un senso solamente nel corpo.

Faceva l’alba e credevi

che il giorno sarebbe più lungo

più avventuroso. (L’orizzonte

più ignoto.) Sceglievi

tra il piano assolato e l’ombra

in anfratto riposto, privato.

Ma un’estate finisce.

Tutte le estati fanno un’estate sola

e il senso è in miniatura, lo stesso, incompiuto.



*

voglio andare tra quell’erba alta
come quando portavo un grembiule di cotone
e le calzette bianche arrotolate alla caviglia
non stavano mai su: scendevano
lungo il polpaccio rosa e liscio
intatto e inerme al tempo
a tutto quel vento
quel secco
quella consunzione
(tutto quel logorio)
finché non resta nulla se non 
la voglia di tornare ad allora
la salvezza di uscire dall’ora
di un incerto adempimento



*

era un’indolenza sensuale 
non la sonnolenza ottusa
dell’età: uno splendido animale
che attende di sapere
la preda che intende cacciare
e accarezza la sua forza
l’accumula, la serra
per il balzo felino 
che sprigionerà l’istinto              

ancora più profonda
(prendeva le viscere)
se potevi indugiare
sdraiata sull’erba all’ombra fresca 
in mezzo alla calura allora 
sopportabile di luglio  

come considerare 
nel meriggio immobile
di potere esistere 
non appena il piacere
fosse a disposizione 

e inventare un mondo
un odore un’idea: 
il tutto che doveva venire









 








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