introduzione di Lorenzo Fiorentino
segni grafici di Ginevra di Foggia
Alcune note a partire da Ipotesi per la preistoria della voce
di Lorenzo Fiorentino
Mattia Tarantino, in pochi paragrafi, ci consegna XI (+ una) (ipo)tesi sulla preistoria della voce.
Queste pagine sono, mi pare, un modo per sondare la possibilità di un allontanamento da una certa retorica: quella dell’origine e del canto perduti ma da ritrovare, degli esistenziali essenziali, della storicità prima della Storia. A tal proposito lui parla di un’atmosfera «sangue&destino».
Il nostro intento non sarà quello di riportare il detto di Tarantino, né di metterlo al vaglio di un’analisi serrata; piuttosto vorremmo cercare di ragionare con lui di alcune questioni sollevate da queste sue tesi.
La domanda da cui queste riflessioni prendono le mosse è, ci pare, quella dell’articolazione del rapporto fra voce e scrittura: cosa accade quando parliamo? Cos’è una parola? Materializzarsi di un’idea – in quanto tale ontologicamente appartenente ad un altro mondo (sopra o sotto quello fenomenico, a ben vedere, conta ben poco) – oppure strumento?
Ma quale idea?! Quale metafisica dell’essenza?! Sembrerebbe dirci Tarantino. Eccolo il raddoppiarsi e rigonfiarsi della mendace epopea platonica, un mito ingrandito e troppo a lungo ben foraggiato, nella cui ombra abbiamo finito per dimenticare il caldo tepore del sole che batte sulle nostre membra. Membra – non occhi illuminati; cammini faticosi, sudati, sporchi – non estatiche osservazioni. Dialetti della terra, pietre e ciottoli, ma forse anche capanne e rocce scavate.
«C’è una scrittura dei corpi, sui corpi». Carne! Una materia ancora più profonda, al cui cospetto tremano anche i più ortodossi materialisti; è la materia del senso e delle emozioni, le fibre dei sogni e dell’immaginazione, delle pulsioni. «Come tutto il corpo anche la voce è tatuabile». La voce che è innanzitutto abisso, apertura, ma che per trascendersi, per essere, deve farsi scrittura. O forse è la scrittura che per essere ha bisogno della voce? Ancora una volta, queste sono domande mal poste, figlie uniche predilette – e dunque viziate – di una logica binaria e identitaria. Qui siamo prima, predivisioni, pre-scissioni. Qui l’immagine non è qualcosa di altro e sovrapposto alla realtà, qualcosa di secondo rispetto ad un primo che già era. Siamo altrove. L’abisso che la voce è è sempre anche articolarsi di una scrittura. Non conosciamo origine che sia scissa da questo piano, non c’è melodia che suoni “prima” delle sue note e dei suoi accordi, ma è lo spartito che la fa essere. La voce allora è l’apertura, lo squarcio, ma, come Tarantino sa perfettamente, qui non ne va di alcuna origine che non sia già sempre un divenire origine, ovvero un farsi-essere-in-quanto-tale.
Niente di simile a qualcosa come un insondabile inizio – dato una volta e per tutte – del movimento di generazione, ma intima forma d’indeterminatezza; non origine della semiretta, presenza lontana e sbiadita del puntuale inizio che fu, ma abisso verticale che è lateralmente a questa linea; presenza costante del tempo come vita, come genesi.
Non a caso egli scrive: «nessuna origine, però, nessun destino: piuttosto un campo in cui ogni cosa si dà così, semplicemente». Un campo in cui – prestare attenzione – l’essere è ciò che appare proprio perché è così-come-appare, o, per meglio dire, perché il suo apparire così e così è ciò che è – povero monaco indiano. Nella scrittura, insomma, ne va proprio di questo ciò che. E poco conta che questo campo sia gioco e guerra – guerra combattuta sulla superficie del corpo, nelle trincee degli sguardi, nella lotta palmo a palmo per orientare un punto di osservazione – poiché la parola «tatua […] segna, non designa. Indica, non significa», dice Tarantino. Che giungano pure, trasaliti e attoniti, i cantori della non contraddizione, impallidiscano questi professori dell’essere!
In questo senso, possiamo certo dire che è la stessa parola ad avere a che fare con la demarcazione, ma si tratta dell’indicazione di un tragitto, un ponte: attraversamenti e confini.
Per Tarantino questo è un gesto intrinsecamente violento, «(all’) l’inizio della storia», che renderebbe la parola «una tecnologia di governo della presenza», uno strumento per il richiamo all’identico (memoria) – bisogna istruire gli altri membri del branco al pericolo delle tigri (tigri immaginarie). La scrittura, come preistoria della voce, sarebbe la sua prima forzatura, il non poter rinunciare a quelle pietre, bastoni, frecce: materiali di costruzione. I binari, il letto del fiume. Il tentativo di assopire la lotta fra voce e scrittura. Linearizzare. Ma è necessario! È potere di possibili: fa essere ciò-che articola, messa in immagine che non è velamento ingannevole, residuo di un qualsivoglia troppo tedesco oblio dell’essere, ma vis formandi, potenza del dicibile. Ma ecco il rischio, la violenza che raddoppia: eccesso metafisico di un riflesso grammaticale; dimentichi delle ombre, ovunque sono ormai sostanze e idee.
«Tutto quello che sta oltre (che la oltraggia) prima urta contro la sua terra dove non passa vento». Aria di morte, dunque, aria ferma, piatta; la voce, infatti «è espulsa dal segno». In questo senso, è sicuramente vero che il linguaggio viene a definirsi come un elemento geografico, nello specifico senso di un dispositivo che scrive dalla terra e sulla terra, che lavora con lo stesso materiale dei sogni e dei bisogni, che traccia confini e lotta sanguinose guerre di posizione, segnando invalicabili limiti. Eppure, bisognerà riconoscere che il mito di un’espulsione totale è null’altro che una chimera, un vuoto idolo. La morte come limite esterno, l’identico come misura, il codice binario come effetto non possono mai fermare il flusso nel suo potenziale divenire altro – onirico o storico che sia. L’emersione non si ferma. La scrittura non de-finisce mai la voce. L’abisso non può essere determinato. Il cerchio del serpente non lo chiudi. Il fiume esonda.
Termini. Pietre – di appoggio –, strumenti di localizzazione; questo sì. Ma tanto strumentalmente fissi quanto storicamente transitori e evanescenti. La struttura del sogno non è diversa da quella del mondo! La storia non si ferma. Quanta Voce c’è nel mondo! E Potente! Una madre che solleva il cadavere dignitoso del proprio figlio. Alle sue spalle le macerie del suo tempio violato. Qui soffia un vento forte, perturbante, che crea scompiglio.
Eccola la parola dell’Angelo: la Storia.
Un cammino che «è a Sud di nessun Nord», in tensione verso una Grande Morte.
Accettare la Morte, per poter Vivere la Vita: «solo in quanto creatori» diceva Nietzsche.
Thanatos, smascherato, è rosso di vergogna.
Ipotesi per la preistoria della voce
di Mattia Tarantino
A proposito del primato dell’oralità sulla scrittura, questo legittimare con l’origine un po’ sangue&destino un po’ historischen senza Geschichte, c’è una scrittura dei corpi, sui corpi, in cui i segni sono svincolati dalla voce, o viceversa, in cui la coppia non è ancora formata e il piano è negativo – la scrittura è questa preistoria della voce, questa origine (ma ‘Herkunft’, e Sparsa, Molteplice e Insignificante, scuserete il Neapolitanisch) che violentemente rimuoviamo, come ogni fondazione (sic), perché gli assiomi siano installabili, allargabili, così, ancora una volta un po’ per storia e un po’ bugiardamente (in pratica, ecco, Omero, sì, ma prima certi tatuaggi, pietre incise, pali, tigri appena appena intraviste).
È un movimento pericoloso, un movimento ambiguo, e la preistoria in questione è pre- niente, perché c’è poi un taglio (è un taglio), tà, e nell’aldilà che ne deriva, nell’altro blocco (|-), sono strisciati cinguettii, grugniti, ma cadendo da qualcosa come dei disegni, piuttosto, nessuna sequenza, perché non c’era tempo prima della presa sulla memoria – memoria di cosa? Memoria dei segni, questa sì, di cos’è che scalciava ai loro bordi, nei nuclei – Ventre -, memoria come «rimozione della vecchia memoria biocosmica», però, per farne un’altra, sciagurata, una formula.
Tutta la storia è storia della voce, ma andiamo dove siamo – sfondamenti opposti a crolli, la caccia alla tigre (la memoria possibile), un gesto magico (tecnologia della luce, presenza senza scampo).
Se tutta la storia è storia della voce allora la scrittura è la preistoria della voce.
I
Puoi provocare un collasso nella lingua, ma è ancora una caduta, angelologia, un’intensità dritta al centro della terra – e ‘Mundart’, però, senza terra non c’è dialetto. Per imparare l’italiano abbiamo bisogno che papà torni dalla guerra, per imparare un dialetto che mamma sia rimasta a casa. Noi parliamo dalla voce che ci presta la terra. Quantomeno per questo abbiamo un linguaggio. Che parlare abbia a che fare con il linguaggio non è così sicuro. Indagare ragioni e impalcatura di questa insicurezza è un’operazione di polizia (filologia) e ci penserà un tedesco. Ci interessano piuttosto i metodi di qualche incantesimo di evocazione. Se la lingua puoi farla collassare, se tutti gli angeli lasciano un buco nella terra, noi parliamo da quel buco o comunque da quel buco dobbiamo riuscire a far apparire un serpente. Questo serpente è il linguaggio, e qualcosa lo chiama. Questo qualcosa è il linguaggio, e chiama il serpente.
II
La storia della scrittura e la storia della voce sono due storie diverse che ogni tanto si toccano. Pensare che la scrittura consista nell’ordinare graficamente in successione i suoni più o meno (negoziati come) distinguibili nella voce è pensare storicamente. Possiamo farne a meno. La storia della scrittura è la storia di certe pietre di confine, di legna accatastata, di tigri gigantesche. La scrittura sono gli animali disegnati nelle grotte. Tatuaggi per le pietre. La scrittura è un tatuaggio della voce (come tutto il corpo anche la voce è tatuabile: da qui le inflessioni, gli accenti). Oppure, al contrario, proprio la voce tatua lo scritto.
III
Tatuano, questi dispositivi, mica rappresentano. Sono in contatto diretto con la carne. Segnano, non designano. Indicano, mica significano. Sono guerre di posizione. Sono guerre di posizione nel corpo. In questo senso la relazione tra voce e scrittura è una questione di guerra, ha poco a che fare con i saperi che la trattano usualmente (ancora il tedesco che dice se il manoscritto è del ‘17 o del ‘19, e lei come si chiamava). Questioni marziali. C’è anche qualcosa che ha a che fare con la morte, se ci pensiamo.
IV
La morte però non è un limite esterno, è una fase o un’intensità. Un pezzo. Funziona nella lingua come investimento o come possibilità. Un’inscrizione biologica (spirituale), una misura: da qui non passa niente. Ci dice questo, ogni volta, “da qui non passa niente”. Tutto quello che sta oltre (che la oltraggia) prima urta contro la sua terra dove non passa vento. Discorsi della terra. In questione c’è una certa geografia.
V
La lingua ha a che fare con la geografia (un sapere di guerra). È chiazzata, funziona per zone. Lì passa qualcosa che là chissà se passa. Qui qualcos’altro scorre, lì residui, o ciottoli. Qui non tira vento. Là emerge qualcosa che abbiamo premuto qui giù. Geografia intensiva: sono qui in questione continenti e coni, line astratte e catene montuose, perché no? anche cieli, punti di pressione e buchi, superfici.
VI
L’Aperto, openless, è il luogo in cui si toccano e si indeterminano il background e il foreground. Il luogo in cui l’uno trapassa nell’altro oltrepassandolo, e viceversa. In verità sappiamo poco della reversibilità del processo. Questo back/fore-ground è la Grande Morte – il Nessuno. “Di fronte al Sud vedo il Grande Carro”. Ma nella lingua siamo a Sud di nessun Nord. Il Grande Carro è la tensione verso la Grande Morte. Una tensione retroattiva, il cammino verso il luogo in cui già sempre ci troviamo. Nessuna origine, però, nessun destino: piuttosto un campo in cui ogni cosa si dà così, semplicemente. Per dire di un fiore dire del fiore e del nulla in cui si installa, lo stesso che lo eccede.
VII
Un giorno arrivò in Cina un monaco indiano, famoso per la sua abilità di distinguere vari suoni e voci. Un re invitò Xuansha Shibei, un grande maestro zen del IX secolo, a sottoporre il monaco indiano a una prova. Il maestro colpì un bollitore di ferro con delle pinze di rame e chiese al monaco: “Che suono è?”. Il monaco rispose: “Il suono del rame e del ferro”. Allora il maestro disse al re: “Mio re, non farti ingannare dagli stranieri”. Ma la risposta del monaco viene dall’openless. Lì le cose appaiono esattamente come sono (sono come appaiono, ecc., chiasmi vari). Questa apparizione è la dinamica del linguaggio.
VIII
C’è poi una tigre e poco dopo non c’è più. Occorre riattivarla, chiamarla a un’altra presenza. La tigre è incisa sulla pietra. La tigre è tracciata. Che appaia o meno, è ormai un’apparizione governabile. La scrittura, come preistoria della voce, non serve ancora a governare i corpi, non ha presa, nessun attrito, scivola. La scrittura, come preistoria della voce, è una tecnologia di governo della presenza.
IX

Niente, ma funziona come un non-più o un non-ancora, o non funziona affatto, ma potrebbe. La voce è espulsa dal segno.
X
La scrittura che linearizza la voce, la scrittura alfabetica, è il luogo in cui comincia la Storia. La scrittura linearizza la voce per produrre informazioni. Le informazioni servono a diversificare i comandi. Distinguere i suoni, prelevarli dopo averli distinti, disporli, è la nostra (la loro) prima violenza. Questa violenza è (all’) l’inizio della Storia.
XI
sviluppi a venire
1) Articolare continuamente il rapporto tra voce e scrittura
2) Riconoscere la scrittura come preistoria (pre- niente) della voce
3) Un segno che non marchi, non annunci, non designi
4) Muggiscono, grugniscono, si illuminano, profumano, e noi? – noi chi? come?
4.1) Così (è il nome del linguaggio, o 言葉)









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